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Cheers, fútbol bailado! •
Dopo Vinicius e i portatori sani di sombrero attendo Messi all’uscita
Il Messico pensava che sarebbero bastate altitudine e atteggiamento da bulli sugli spalti per batterci, invece ai quarti andiamo noi inglesi. Una pinta voglio alzarla anche per il Paraguay: sono diventati l’idolo polemico di tutti quelli che la sanno lunga perché hanno impostato la partita contro la Francia su botte e provocazioni

Foto Ansa
Vergo queste righe in mutande, non per il caldo ma perché ancora non ho smesso di godere per quanto successo domenica notte, mentre intingo la penna nelle lacrime dei messicani, soprattutto in quelle di chi è andato a cantare di notte sotto all’albergo dei nostri ragazzi, convinto che in campo Bellingham avrebbe poi avuto sonno. Niente sonno, invece, semmai incubi per i portatori sani di sombreri sono arrivati dal buon Jude, tornato finalmente quello di un tempo (a forza di stare con le meringhe madrilene ti rammollisci, è inevitabile), con doppietta e chiusura difensiva da statua a Trafalgar Square. Aiutato quasi quanto gli Stati Uniti dal sistema appecoronato di Infantino, il Messico pensava che sarebbero bastate altitudine e atteggiamento da bulli sugli spalti per batterci, invece ai quarti andiamo noi. E non contro il Brasile, come pigramente pronosticato da molti, ma contro la Norvegia di un Haaland che è grande perché gioca in Premier League. Vorrei poter dire che mi dispiace per i sudamericani del fútbol bailado, ma non è vero. Anzi, quando ho letto che Ancelotti ha fatto tirare il rigore a Guimaraes e non a Vinicius “perché abbiamo fatto un’analisi di un anno sui rigoristi e lui era il migliore in campo secondo i dati”, ho alzato la pinta più in alto, pensando a quante cazzate fanno fare statistiche e numeretti bevuti come io mi bevo la birra in queste calde notti di Mondiale.
Una pinta voglio alzarla anche per il Paraguay, e non perché mi stiano particolarmente simpatici, ma perché sono diventati l’idolo polemico di tutti quelli che la sanno lunga solo perché hanno impostato la partita contro la Francia su botte e provocazioni e non sulla tecnica spumeggiante. Rido leggendo le accuse di avere fatto un “gioco sudamericano” là dove “sudamericano” è usato come offesa, magari dagli stessi che si indignano per chi definiva “africano” il gioco della Costa d’Avorio. Ma chissenefrega, il bello (e il brutto) della fase a eliminazione diretta del Mondiale è che poche ore dopo la fine di partite che sembravano decisive per il destino del mondo nessuno si ricorda più nemmeno il risultato. Non so come finiranno Spagna-Portogallo e Usa-Belgio, ma so che domani tornano in campo i cialtroni argentini contro la solita squadra di comparse che verrà battuta a fatica e con gli aiutini, e so che tutti già si stanno lubrificando per quando Messi si gratterà un testicolo in campo (“genio! A 40 anni fa ancora queste cose! Come tocca la palla lui, nessuno al mondo!”).
L’ultimo brindisi di oggi lo faccio a mio fratello Michael Hewitt. Fratello non di sangue ma di spirito: è l’inglese che era partito per andare a vedere i Mondiali, ma una volta atterrato a Barcellona per lo scalo ha perso telefono e biglietti, e ha deciso di rimanere lì. Dato per disperso dai famigliari, è stato ritrovato in un pub dieci giorni dopo. Forse aveva letto anche lui che in patria la Royal Shakespeare Company sta preparando un Otello in cui il protagonista è donna, nera e gay e vive in “un futuro minacciato dal cambiamento climatico”, e ha pensato: “Col cazzo che mi rivedete”. Eroe.