Questi Mondiali quanto meno ci hanno liberato dai santoni e dai filosofi del calcio

Le Nazionali guidate da Marcelo Bielsa, Hong Myung-bo, Julian Nagelsmann e Ronald Koeman sono già state eliminate. La Coppa del mondo ha perso subito i guru che volevano spiegare a tutti cos'è davvero il pallone

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Non saranno i Mondiali più spettacolari della storia del calcio, non sarà una Coppa del mondo che passerà alla storia per idee innovative o rivoluzioni calcistiche, eppure qualcosa di buono, di assai buono, queste settimane nordamericane lo stanno offrendo: il ritorno dei commissari tecnici e il tramonto, ovviamente transitorio – come è tutto in questo sport, ma chissà – dei santoni del calcio, di quelli che attraverso il pallone hanno il vizietto di spiegare il mondo con l’atteggiamento dell’intellettuale che ha capito il senso profondo delle cose.
Ne sa qualcosa Marcelo Bielsa, l’uomo secondo cui “dovrebbe esserci una punizione per chi ignora la bellezza del gioco”, l’allenatore per il quale il calcio “è lo sport che riesce a ribaltare le diseguaglianze sociali” e proprio per questo “l’educazione al calcio è educazione alla vita e al cambiamento”. E’ tornato a casa dopo tre partite: due pareggi, una sconfitta. E sì che il suo Uruguay poteva contare su giocatori come Federico Valverde, José Giménez, Manuel Ugarte e Darwin Núñez. Marcelo Bielsa ha accusato i giocatori di averlo abbandonato, di non aver creduto al suo credo. Ora sta riflettendo se lasciare la panchina o continuare nella sua battaglia calcistica contro tutti e tutto.
È andata peggio a Hong Myung-bo, dimessosi subito dopo l’eliminazione ai gironi della Nazionale della Corea del sud su pressioni governative. Il presidente Lee Jae Myung si è scusato con la nazione, ha chiesto l’avvio di un’inchiesta sulla Federazione calcio e una riforma immediata perché “quando la faziosità viene anteposta alla competenza e le persone impreparate vengono scelte per occupare posizioni di leadership, il risultato è inevitabile”. E sì che l’ex capitano della Nazionale che terminò al quarto posto i Mondiali 2002 (con più di un aiuto arbitrale) si era presentato di nuovo sulla panchina della Corea del sud sostenendo che il suo compito era solo quello “di liberare la mente dei suoi uomini, accrescere le loro migliori e naturali virtù e trasformarli da unità singole a unità molteplici”, perché “il calcio ha la capacità di far evolvere l’uomo e insegnare che si può essere unici e interdipendenti allo stesso tempo e questa unicità e interdipendenza serve a migliorare il cosmo”. Poi disse che l’unico modello possibile per il suo gruppo e per lui era il calcio totale dell’Olanda, ma che lui l’aveva già superato e riprogettato. Dopo la vittoria con la Repubblica ceca al debutto, la Corea del sud ha perso con Messico e Sudafrica ed è stata eliminata. Un fallimento totale. Proprio come quello del 2014 quando partì per il Brasile promettendo spettacolo e vittorie e se ne tornò dopo tre partite.
Promesse lasciate sul campo come quelle di Julian Nagelsmann, un tempo enfant prodige del calcio tedesco, quello insegnato mica quello praticato. Era l’allenatore che si era presentato al RasenBallsport Leipzig sostenendo di aver portato il calcio in una nuova dimensione, l’uomo che sosteneva “che le vittorie possono attendere quando hai una missione più grande: stravolgere l’idea di calcio che abbiamo”. A Lipsia le hanno attese due anni, al Bayern ne hanno vista una in Bundesliga, ma dopo una triste eliminazione ai quarti di finale della Champions a opera del Villareal. La Germania le sta ancora aspettando e di certo non le vedrà a questi Mondiali: fuori ai sedicesimi contro il Paraguay.
Fa un po’ impressione scoprire tra loro pure Ronald Koeman, uno che aveva iniziato ad allenare sostenendo che il calcio dovesse finirla di credersi qualcosa di più di uno sport e che invece è finito a fare voli pindarici sulle magnifiche sorti e progressive della sua Nazionale, quella dei Paesi Bassi, che era un inno alla libertà, al rispetto reciproco, insomma “un corpo unico come dovrebbe essere la società civile”. Ha perso ai sedicesimi contro il Marocco, che è Nazionale solida e talentuosa certo, subendo per oltre un’ora e mezza gli avversari, probabilmente disinteressati della componente sociale del pallone.
Agli ottavi di finale invece si è qualificato il Brasile di un Carlo Ancelotti che ha sempre detto di essere “stato ingaggiato per vincere” e per questo “mi limito a fare quello che ho sempre fatto, provare a farlo mettendo i miei uomini nelle condizioni per giocare al meglio delle loro possibilità”.