Dalle Guardie rosse al Sessantotto. La dittatura della giovinezza

Dai protagonisti della più grande ribellione generazionale di tutti i tempi al Maggio francese fino ai movimenti studenteschi in Italia, generazioni di rivoluzionari annoiati. E chi sotto il nazismo ballava lo swing

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Dei protagonisti della più grande ribellione generazionale di tutti i tempi, le Guardie rosse, si sente parlare come di una “generazione perduta” (foto Getty)

Altro che qualche vetrina infranta e un po’ di guerriglia urbana. Fu il più formidabile, devastante e sanguinoso scontro tra generazioni del Novecento, forse di tutti i tempi. Fu un teatro di passioni senza freno e di crudeltà inaudite. Uccisero, torturarono, si massacrarono tra fazioni giovanili, vere e proprie bande armate. Non solo a cinghiate, l’arma preferita, non solo con bastoni e spranghe, ma con armi da guerra pesanti. Scimmiottavano la guerra e la facevano davvero. Per cosa esattamente? Dopo oltre mezzo secolo, infiniti studi, non è ancora chiaro il perché di quel finimondo. Si dichiaravano tutti rivoluzionari, tutti fedeli al Presidente, tutti pronti a dare la vita per lui. Innalzavano tutti la bandiera rossa della rivoluzione, il librettino rosso con le sue citazioni. Ciascuna banda si dava nomi rivoluzionari. E dava dei reazionari, dei lacchè dell’imperialismo e del capitalismo agli avversari. Non si rendevano conto di essere manovrati, usati come carne da macello da fazioni di adulti e vecchi al vertice del Partito comunista, da chi aveva il potere davvero.
Fu una sciagura, una tragedia, per centinaia di milioni di persone. Dei protagonisti della più grande ribellione generazionale di tutti i tempi, le “guardie rosse”, si sente dire, di tanto in tanto, come di una “generazione perduta”. C’è chi li ha definiti “Figli di Mao”. Era stato lui a chiamarli alla ribellione. A invitarli a “sparare sul quartier generale”, cioè sul partito di cui era a capo. A incitarli alle violenze, ai linciaggi, ai saccheggi e ai massacri. La prima generazione cinese a non essere in guerra, o decimata dalla carestia, era una generazione annoiata. Corse con entusiasmo dietro il pifferaio a buttarsi nel baratro. La Cina allora non era minacciata da un’invasione straniera. Il caos, la catena senza fine di atrocità erano tutte autoinferte. A che fine? Per cosa? C’è una sola spiegazione possibile: la lotta per il potere ai vertici della dinastia.
La noia della prima generazione cinese a non essere in guerra o decimata dalla carestia. Il caos e la catena senza fine di atrocità erano tutti autoinferti
Anche la mia, la generazione del Sessantotto, nasceva annoiata. Aveva bisogno di novità. Di una boccata di ossigeno dal tran tran. Ripensate un attimo ai grandi film degli anni Sessanta. La gioventù dorata e annoiata de La dolce vita (1960) di Fellini. La noia (1963) e Gli indifferenti (1964) ispirati dai romanzi di Moravia. Deserto rosso (1964) di Antonioni con Monica Vitti che striscia disperata sui muri. Una scossa ci voleva. Era nell’aria, avrebbe dovuto essere attesa, come le bombe d’acqua dopo una grande afa. C’erano state le avvisaglie: i provos in Olanda, l’Università di Berkeley contro la leva per il Vietnam e i getti neri pronti ad esplodere. Poi il Maggio francese. E i movimenti studenteschi in Italia. Le scosse di assestamento delle rivolte giovanili durarono un decennio. Cambiarono i rispettivi paesi. Suscitarono contraccolpi micidiali.
Un marchio costante della contestazione giovanile è la stupidera. Studiavo alla Statale. Mi è capitato per caso di veder riprodotto su Facebook un volantino del Movimento studentesco milanese, datato 1971, con le parole d’ordine da scandire in corteo. “Guerra di popolo vince in Palestina”; “Proletari alla riscossa con la Cina rossa”; “Viva Marx, Viva Lenin, Viva Mao Tse Tung”; “Viva la dittatura del proletariato”; “No al revisionismo, no al frazionismo, via il pensiero di Mao Tse-tung”. E altre cosine demenziali tipo queste. Un’aula, sconciamente imbrattata dai writer era stata ribattezzata “aula Kandebu”, dallo slogan ce n’est qu’un début del Maggio parigino. Per la cronaca, io all’epoca, pur essendo giovane, pur simpatizzando per il movimento degli studenti, parteggiavo per i da loro odiatissimi revisionisti del Pci. Qualche anno fa, rivista una mia vecchia compagna di corso a filosofia della scienza con Geymonat, divenuta moglie di un magistrato, osai dirle che quelli erano stati anni stupidi e perduti. Apriti cielo. Voleva fulminarmi.
La generazione del Sessantotto, la mia, aveva bisogno di novità, di una boccata di ossigeno. Ma una sua caratteristica era la stupidera
E’ tradizionale associare agli anziani la saggezza, la stanchezza, e magari il cinismo. Ai giovani l’irruenza, l’incoscienza, i grilli dell’avventura. Il conflitto tra generazioni è un tema ricorrente sin dagli antichi miti e le antiche teogonie. I figli si rivoltano e uccidono i padri, che a loro volta divorano i figli. Edipo uccide a sua insaputa suo padre, poi deve maledire i figli che finiranno con l’ammazzarsi a vicenda alle porte di Tebe. Sigmund Freud ci fece la fortuna della psicanalisi. Succede nell’Atene e nella Sparta della guerra del Peloponneso. I vecchioni contro i giovani Alcibiade e Pericle. Succede anche nell’antica Roma dei padri padroni. Viene evocato nella Bibbia degli ebrei (Onora padre e madre, suona uno dei dieci comandamenti). Era stato anticipato nelle mitologie ittite e assiro-babilonesi. Ho ritrovato sui miei scaffali una raccolta di saggi curati da Stephen Bertman, The Conflict of Generations in Ancient Greece and Rome (Amsterdam, Gruner, 1976). E’ di un’attualità impressionante.
I giovani sembra si siano rimessi in movimento in tutto il mondo. Dagli studenti serbi che hanno scacciato il campione del nazionalismo serbo, Vucic, agli “scarafaggi”, i milioni di studenti che in India insidiano il prepotere del nazionalista indù Modi, e la cui protesta era partita da esami truccati a vantaggio dei soliti figli di papà, agli studenti nelle piazze di Francia e d’Italia. Aspettate che si sveglino università, ghetti e piazze d’America, specie se Trump perdesse e tentasse di invalidare le elezioni di midterm. Non sono movimenti eterodiretti. C’è chi vorrebbe etichettarli per forza. Ma per altri fini, fini della propria parte politica. Ci provano ad associarli ai casseurs, ai populisti alla Mélenchon, ai black bloc, agli anarchici insurrezionalisti, ai ProPal. Ma quelli c’erano anche prima, ci sono sempre stati. La manipolazione, la strumentalizzazione, non consiste nell’aizzare il movimento. Semmai nel voler per forza fare di ogni erba un fascio. Per Trump è tutto colpa di quei “comunisti” di democratici (nonché, ovviamente, degli immigrati). Avrebbe disprezzato la generazione che fece davvero grande l’America, quella del rock’n’roll. Macron almeno è stato sincero. In un colloquio del 2005 con lo scrittore Emmanuel Carrère, gli ha confessato: “Io non sono mai stato adolescente. Non mi piacciono gli adolescenti. Non li capisco”. Da noi non osano, sarebbero travolti dalle risate. Fanno finta di sapere benissimo con chi hanno a che fare. Si limitano a dare le colpa ai giudici, e alla “sinistra”, in blocco beninteso.
Dalla Serbia all’India, dalla Francia all’Italia, i giovani si sono rimessi in moto in tutto in mondo. E c’è chi vorrebbe etichettarli per forza
E’ venuto l’invito da più parti, anche autorevolissime, a studiare i giovani “sconosciuti”, a capirne le motivazioni, le forme di protesta “inedite”. Intento lodevolissimo. Non li conosciamo. Anche se mi fa sgradevolmente venire in mente il modo in cui si studiano e si vivisezionano gli insetti troppo cresciuti nella distopia intergalattica di Starship Troopers, il film di Paul Verhoeven (1997). Viene evocato un nuovo conflitto di generazioni, strutturale, epocale. Ne ha scritto, lucidamente, su queste colonne, Lorenzo Bini Smaghi. Lo storico conservatore britannico Niall Ferguson parla dei giovani di oggi come di “una specie in estinzione”. Che si rende conto che li stanno fregando. Ma non sembra aver capito ancora bene chi li sta fregando. Ovviamente noi vecchi, che ci godiamo le nostre pensioni e altri privilegi lasciandogli in eredità una montagna di debiti, pochissima crescita e niente speranze di futuro. Pierre Rosanvallon, il venerando teorico della democrazia, scrive di “conflitto di generazioni che soppianta il conflitto di classe”. I francesi, si sa, sono enfatici, e amano dire in modo complicato, arzigogolare filosoficamente anche le cose più semplici. C’è chi tira in ballo un generico “disagio”.
Non sono convinto che la categoria “generazione” sia abbastanza esplicativa. Noi vecchi, nati sull’onda del baby-boom dell’immediato dopoguerra, abbiamo avuto una vita “interessante”. Un tempo avevamo anche grandi speranze. Ora pesiamo, proporzionalmente sempre più numerosi, sul sistema sanitario e sul debito pubblico accollato ai giovani. A un certo punto è intervenuta la moda di attribuire un’etichetta, in genere una lettera dell’alfabeto, alle generazioni susseguitesi a intervalli di circa un ventennio. Si è cominciato con la generazione X (niente a che fare con la X che piace al generale Vannacci), i nati tra 1965 e 1980, resi famosi dal titolo bestseller del canadese Douglas Coupland. Poi i Millennials, maturati attorno al cambio di millennio, le generazioni Y, Z, Alfa, e infine i Beta, nati nel 2025, che matureranno nel 2039. Nomenclatura che non spiega più nulla.
Preferisco limitarmi a ricordare le ribellioni giovanili che ho vissuto, o ho conosciuto da vicino. Né i miei compagni di scuola del Sessantotto, né le guardie rosse di Mao erano orfani o mendicanti. Non erano vittime della carestia e della crisi. Il disagio sociale c’entra poco. Erano in fin dei conti dei privilegiati. I primi a ribellarsi in Cina erano stati gli studenti delle medie e delle università. A Pechino e in altre grandi città. Non avevano mai fatto la fame, nemmeno negli “anni neri” seguiti al Grande balzo in avanti. Non erano degli emarginati. Godevano dei buoni per i cereali e dei buoni per il cotone. A spese dei loro coetanei prigionieri a vita, come servi della gleba, nelle Comuni popolari. Galeotta fu l’idolatria per il capo. Galeotta fu forse anche la noia. Fare la rivoluzione era infinitamente più eccitante che fare i compiti, subire le forche caudine della selezione per merito, o, peggio, per status (preferibilmente proletario) e raccomandazioni, rete di relazioni familiari o politiche (quel che in cinese si dicono, con un termine di pregnanza totale, guanxi). A un certo punto i giovani rivoluzionari furono premiati con viaggi premio. Gratis per tutti. Treni speciali li portavano in massa a seminare la rivoluzione, ad estendere le violenze a tutta l’immensa Cina. Per molti giovani fu la prima esperienza entusiasmante, indimenticabile. Facevano finalmente anche loro la rivoluzione, come i loro padri. Rivoluzione aveva assunto il significato di “picchiare”, “schiacciare”, “colpire”, “sfasciare”. “Controrivoluzione”, dissociarsi da Mao, era finire ai lavori forzati nel “laogai”, il sistema di “rieducazione” mediante il lavoro, o un proiettile alla nuca. Il loro problema non erano le ristrettezze, la fame, il digiuno. Poté più la noia che il disagio, verrebbe da dire alla maniera di Dante. Ho l’impressione che lo si potrebbe dire anche per i maranza o i ragazzini che hanno spaccato le vetrine a Milano.
Quando si erano ben bene svagati, Mao li mandò a stabilirsi permanentemente in campagna. “A imparare dai contadini”. Diciassette milioni di giovani delle città furono mobilitati come in una gigantesca coscrizione militare. Obbligati a piantare gli studi e a stabilirsi in villaggi e regioni remoti. Zhiqing li chiamano, “giovani mandati giù”, a rieducarsi alle radici del Paese. Per molti fu durissimo. Ma non era come andare in Siberia o al gulag. Era forse un pochino come andare in guerra, tutti camerati, tutti nella stessa trincea, ma senza che nessuno gli sparasse contro. Coloro che comandano l’impero cinese oggi sono stati, a loro tempo, tutti “giovani mandati giù” a farsi le ossa. Compreso Xi Jinping. Interrotti gli studi liceali, era andato volontario ai lavori forzati nello Shaanxi. In un momento in cui il padre generale, uno dei più importanti compagni d’armi di Mao, (e quindi l’intera sua famiglia) erano vilipesi come nemici del popolo. La “discesa” nei campi era anche un modo per proteggerlo dalla furia delle guardie rosse. Nell’autobiografico Sono figlio della terra gialla, il “principino” – così in Cina vengono definiti i figli dei massimi dirigenti – ci tiene a far sapere che non è un privilegiato, che ha fatto anche lui la gavetta.
Mezzo secolo prima, in Europa, un’altra intera generazione, che aveva grosso modo l’età delle guardie rosse e dei zhiqing, era corsa ad arruolarsi volontaria, entusiasta e felice. Istigata da anziani politici e raffinati poeti, “esteti della guerra”, da D’Annunzio a Barrès, da Ernst Jünger a T. E. Lawrence. Une génération perdue. Les poètes-guerriers dans l’Europe des années 1930, il titolo del libro che gli è stato dedicato da Maurizio Serra. Il padre del futurismo, Marinetti, esaltava La Guerra sola igiene del mondo. Un’intera generazione di “la meglio gioventù” dell’epoca, di giovani fanatici e romantici si era persa nelle trincee della Grande guerra. I sopravvissuti riversarono il loro entusiasmo sui fascismi europei. “Giovinezza, Giovinezza”, nato come inno goliardico, cioè studentesco, è l’inno trionfale del fascismo mussoliniano. Alla gioventù, contro la “vecchia” politica stanca e corrotta fanno appello il nazismo e gli altri movimenti della destra tedesca, all’epoca della Repubblica di Weimar. La Hitlerjugend, la Gioventù hitleriana, era nata presto per inquadrare, indottrinare, e anche intrattenere la gioventù tedesca. Dopo l’arrivo al potere dei nazisti, assorbì tutte le altre organizzazioni giovanili, boy scout e organizzazioni studentesche tradizionali compresi. L’adesione era obbligatoria. Nel 1939 giunsero al punto di minacciare i genitori di togliergli i figli e metterli in orfanotrofio se non avessero aderito. “Voi, miei giovani, siete la più preziosa garanzia per un grande futuro della nostra nazione, siete destinati ad essere i leader di un glorioso nuovo ordine sotto la supremazia del Nazionalsocialismo. Non dimenticate mai che un giorno dominerete il mondo…”. Così li lusingava il Führer. Finirono inquadrati nelle SS combattenti e furono mandati a morire in Russia. Dovevano pur trovargli qualcosa da fare per ammazzare la noia, oltre che tormentare e spaccare i cristalli dei negozi degli ebrei.
Dittatori e aspiranti autocrati hanno sempre avuto un debole per i giovani e per i miti della gioventù. Ragazze e ragazzi dell’Hitlerjugend giuravano di dedicare la vita a Hitler, così come le guardie rosse giuravano di dare la vita per Mao, e i pionieri del Komsomol di difendere il comunismo e Stalin. Dei tiranni del Novecento Stalin era forse il meno “giovanilista”. Durante la discussione del decreto che abbassava l’età di punibilità penale a 12 anni e comminava fino a 25 anni di reclusione per i giovanissimi, Stalin avrebbe tagliato corto sulle obiezioni: “Sono giovani, sopravviveranno!”.
I nazisti, si sa, erano tosti in propaganda, disciplina, sport, rituali e scenografie, quinte teatrali, grandi raduni, parate oceaniche. La cosa straordinaria è che una sezione non trascurabile della gioventù tedesca ai tempi del Terzo Reich rifiutava questo tipo di entertainment. Secondo alcuni studiosi addirittura il 15 per cento di tutti i tedeschi tra i 10 e i 15 anni preferiva passatempi alternativi alla Hitlerjugend. In alcune città un giovane tedesco su tre. Questi contestatori non erano per forza politicizzati. Non avevano l’allure eroica del gruppo studentesco della Rosa bianca (Die Weisse Rose), attivi tra 1942 e 1943 all’Università di Monaco. Né l’allure proletaria del gruppo di figli di operai che ad Amburgo si raccoglieva attorno a Helmuth Hübener, ex boy scout cattolico, ex membro della Gioventù hitleriana, anche lui giustiziato per decapitazione all’età di 17 anni, perché scriveva e diffondeva volantini contro il regime. Quelli che facevano impazzire la Gestapo erano ragazzini e ragazzine senza arte né parte. Annoiati dall’irreggimentazione e dai passatempi imposti ufficialmente. Si riunivano in bande con nomi fantasiosi e avventurosi tipo “Pirati dell’Edelweiss” o “Mucchio selvaggio”, o “Navajos”. Si facevano notare per l’abbigliamento e i tagli di capelli “eccentrici”. Si riunivano nei boschi per ballare al ritmo di swing “anglo-americano”, o indiavolati ritmi “afro-americani”. Insomma erano colpevoli del reato di rave. Non è stato Piantedosi ad inventarlo.
A far impazzire la Gestapo erano ragazzini non politicizzati, che si riunivano nei boschi per ballare. Colpevoli del reato di rave
Nell’agosto 1941, il capo della cancelleria di Hitler, Martin Bormann, fu informato di una minaccia grave alla sicurezza dello stato: ad Amburgo 5 o 600 giovani dei club sportivi e studenti delle superiori erano coinvolti in concerti jazz. Trafficavano in dischi di musica degenerata, inglese, americana, o addirittura “giudaica”. Giocavano d’azzardo. Deridevano il Reich, i loro coetanei che erano andati volontari in guerra. Anche questi ribelli erano quasi tutti affiliati alla Hitlerjugend. Per forza, non potevano essere membri di nient’altro. Ma ne rigettavano l’ingerenza, ne odiavano l’irreggimentazione. Preferivano i deprecatissimi “eccessi di libertà” americani. Peggio ancora. Quei ragazzi tedeschi degeneri erano contro la guerra e rifiutavano di arruolarsi. Le ragazze “passavano di letto in letto”. Nel 1943, a Dortmund, due dozzine di giovani furono arrestati con l’accusa di aver rapinato “tabacco, bevande alcoliche e dolciumi”. “Se osano far questo in piena guerra, cosa saranno capaci di fare a guerra finita?”, era l’ossessione dei servizi di sicurezza nazisti. Ci sono fotografie che mostrano impiccagioni in fila, su patiboli improvvisati in strada, di giovani in borghese, ben vestiti. Venivano condannati sbrigativamente in quanto vandali, disertori, simpatizzanti del “nemico”, delinquenti, saccheggiatori. Tipacci, brutti, cattivi e sporchi, insomma. Non so voi. Io sto con loro, piuttosto che con gli “obbedienti”.