Il “disagio” degli adolescenti nasce anche da mamma e papà

C’è anche l’incapacità a esercitare la responsabilità genitoriale, detto senza saccenza
22 OTT 26
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Foto ANSA

Il bambino di undici anni che saccheggiava le cinture ha gli occhi azzurri, più italiano o slavo che magrebino, e non è imputabile. Neanche in differita. Ma i suoi genitori? O almeno: saranno davvero in grado di esercitare la responsabilità genitoriale, loro come le altre centinaia di papà e mamme della Crociata dei fanciulli, quelli in attesa fuori dalla questura a dare dei “pirla” a figli di cui non hanno avuto cura? E i magistrati minorili della procura di Milano se lo porranno, il problema? Abbiamo assistito a mesi di applausi per i magistrati che hanno diviso la famiglia nel bosco, “bravi, non sanno educare!”. Ma di come non sono stati educati i mini casseur non si parla. Il maestro di strada Marco Rossi-Doria ha detto: “Ci vuole una forma di pudore nell’avvicinarsi a queste famiglie”. Giusto. Poi c’è anche il resto.
Marco Rossi-Doria guida oggi l’impresa sociale Con i Bambini, ha grande esperienza; intervistato da Vita.it dice: “Bisogna provare a immaginare cosa significhi lavorare oltre 40 ore alla settimana, restare sotto la soglia di povertà e cercare comunque di garantire un futuro ai propri figli”. Giusto non essere saccenti: i dati sulle povertà economiche (fermiamoci all’hinterland milanese) sono noti, quelli sul disagio sociale e la povertà educativa monitorati da più enti e con costante attenzione. Due anni fa Fondazione Cariplo, in prima fila per idee e risorse in questo campo, ha presentato una lungimirante relazione in Senato: probabilmente ascoltata da una commissione di sordi. Ma c’è un passo indietro, o di lato, che occorre fare. L’hinterland di Milano – quello da cui con comodi seppur ritardatari treni e con belle metropolitane gli ado e pre-ado (come dicono negli oratori) arrivano a Milano per il saccheggio, ma anche per le risse tra bande di ogni sabato pomeriggio – è un territorio misto. Ci sono la provincia grassa e le periferie povere e anche le periferie esistenziali, come diceva un Papa. Ma non sono come le banlieue di Francia. Anche nelle periferie povere ed esistenziali ci sono le scuole, ci sono bene o male i servizi, i discount e centri commerciali. C’è pure il lavoro, col tasso di disoccupazione più basso d’Italia. Certo, lavoro povero: ed è il primo problema italiano. C’è una situazione che non giustifica, di per sé e con l’automatismo sociologico-ideologico di certe indulgenze a metà tra Ilaria Cucchi e Marracash, l’assalto alle vetrine (non ai forni). C’è altro, almeno in due direzioni. Come sintetizza ancora Rossi-Doria, c’è “il delta tra la ricchezza dei centri protetti e la povertà delle periferie”, che al nord è più visibile di quanto non avvenga al sud. E come hanno raccontato alcuni degli stessi giovani protagonisti dello scorso sabato, l’attrazione verso quei “centri protetti”, verso ciò di concreto e simbolico rappresentano, è la molla che fa scattare il resto. Persino i magistrati parlano di “tendenza a infrangere le regole, a ignorare la legge” senza alcuna consapevolezza o timore delle conseguenze. Come per i coltelli a scuola, non è stata inculcata alcuna percezione della realtà. Poi c’è anche la responsabilità che i loro genitori hanno, ma che nessuno si azzarda a imputare loro: mica sono due scalcagnati mezzi hippy che vogliono vivere isolati nella natura: quella sì che è asocialità da punire. E invece non sapere dove sia alle due di notte un figlio di 13 anni, è giustificabile? Più facile dare sempre la colpa alla società, o alla scuola che non funziona.
Poi ci sono i numeri veri
Secondo i dati recenti il tasso di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) a Milano è del 20 per cento, anche se riguarda altre fasce di età. E l’abbandono scolastico è oltre il 12 per cento, sebbene non così incidente nella fascia dell’obbligo come nel Meridione. Secondo il Sole 24 Ore la disuguaglianza economica (indice di Gini) è allo 0,54, tra i più alti d’Italia (nelle regioni del nord, chi sta bene sta molto bene). L’analisi conseguente è che la ricchezza complessiva dell’area metropolitana non è ridistribuita in modo equo. Anziché giustificare i genitori che non si prendono cura o non ne sono capaci dei figli, anziché accusare “il disagio”, il nuovo spettro che si aggira per l’Europa, ma senza nemmeno una prospettiva marxista, sarebbero questi gli argomenti su cui organizzare una strategia seria di recupero della povertà educativa. Pure quella dei genitori. Che è la prima causa di quanto è accaduto e accadrà.