Marco Rossi-Doria guida oggi l’impresa sociale Con i Bambini, ha grande esperienza; intervistato da Vita.it dice: “Bisogna provare a immaginare cosa significhi lavorare oltre 40 ore alla settimana, restare sotto la soglia di povertà e cercare comunque di garantire un futuro ai propri figli”. Giusto non essere saccenti: i dati sulle povertà economiche (fermiamoci all’hinterland milanese) sono noti, quelli sul disagio sociale e la povertà educativa monitorati da più enti e con costante attenzione. Due anni fa Fondazione Cariplo, in prima fila per idee e risorse in questo campo, ha presentato una lungimirante relazione in Senato: probabilmente ascoltata da una commissione di sordi. Ma c’è un passo indietro, o di lato, che occorre fare. L’hinterland di Milano – quello da cui con comodi seppur ritardatari treni e con belle metropolitane gli ado e pre-ado (come dicono negli oratori) arrivano a Milano per il saccheggio, ma anche per le risse tra bande di ogni sabato pomeriggio – è un territorio misto. Ci sono la provincia grassa e le periferie povere e anche le periferie esistenziali, come diceva un Papa. Ma non sono come le banlieue di Francia. Anche nelle periferie povere ed esistenziali ci sono le scuole, ci sono bene o male i servizi, i discount e centri commerciali. C’è pure il lavoro, col tasso di disoccupazione più basso d’Italia. Certo, lavoro povero: ed è il primo problema italiano. C’è una situazione che non giustifica, di per sé e con l’automatismo sociologico-ideologico di certe indulgenze a metà tra Ilaria Cucchi e
Marracash, l’assalto alle vetrine (non ai forni).
C’è altro, almeno in due direzioni. Come sintetizza ancora Rossi-Doria, c’è “il delta tra la ricchezza dei centri protetti e la povertà delle periferie”, che al nord è più visibile di quanto non avvenga al sud. E come hanno raccontato alcuni degli stessi giovani protagonisti dello scorso sabato, l’attrazione verso quei “centri protetti”, verso ciò di concreto e simbolico rappresentano, è la molla che fa scattare il resto. Persino i magistrati parlano di “tendenza a infrangere le regole, a ignorare la legge” senza alcuna consapevolezza o timore delle conseguenze.
Come per i coltelli a scuola, non è stata inculcata alcuna percezione della realtà. Poi c’è anche la responsabilità che i loro genitori hanno, ma che nessuno si azzarda a imputare loro: mica sono due scalcagnati mezzi hippy che vogliono vivere isolati nella natura: quella sì che è asocialità da punire. E invece non sapere dove sia alle due di notte un figlio di 13 anni, è giustificabile? Più facile dare sempre la colpa alla società, o alla scuola che non funziona.