La perversa fascinazione per la violenza

Rispuntano il martello e le chiavi inglesi, simboli di una nuova spietatezza. E poi il pogrom del 7 ottobre, la ferocia dei regimi, il rogo simbolico dei libri, la crudeltà nelle piazze. Un incarognimento a cui ormai sembriamo assuefatti
12 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 07:01
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La violenza delle recenti manifestazioni di protesta in Francia (Foto Ap via LaPresse)

Si potrebbe cominciare, per descrivere l’attuale, nuova perversa fascinazione per la violenza bruta nel nostro civilizzatissimo mondo, dalla glorificazione esibita nelle piazze occidentali per le imprese disumane del pogrom del 7 ottobre, riprese da una bodycam come nel più fetente dei filmetti porno, stavolta il porno dell’orrore. Ma ci arrivo tra poco. Vorrei invece cominciare da due oggetti d’uso comune, da due “utensili”, come venivano definiti nei sussidiari della nostra infanzia, balzati alla cronaca della oramai incontenibile violenza politica: la chiave inglese e il martello. Durante una manifestazione a Torino per impedire la presentazione di un libro di Giuseppe Culicchia sull’assassinio di tanti decenni fa del “fascista” Sergio Ramelli, alcuni striscioni mostravano con grande evidenza, assieme ai consueti slogan truculenti ululati da quindicenni che celebravano la violenza come in una festa alcolica, due gigantesche chiavi inglesi stilizzate.
Ma perché? Qual era il messaggio? Il messaggio era che i fascisti non dovessero essere soltanto uccisi, troppo banale, ma dovessero morire tra dolori atroci, in circostanze orripilanti. Esattamente come era successo con Sergio Ramelli: non con un secco colpo di rivoltella, di P38, o con un esplosivo che lo avrebbe fatto saltare in aria in pochi attimi, ma con un gruppo di sicari, assassini nel nome di una grande ideale, che si erano accaniti in tanti contro uno con le chiavi inglesi per colpire la vittima inerme sino allo sfinimento, fino al collasso al rallenty di ogni autodifesa, con crudeltà calcolata, colpo dopo colpo, il cranio sfondato poco a poco, fino all’agonia, e poi alla morte. Questa è la simbologia funerea della chiave inglese. E il martello? Il martello era (è) lo strumento preferito di una banda di picchiatori nata a Dresda che portava con orgoglio il nome di “Hammerbande”, la Banda del martello appunto, per colpire per strada con quell’arma, in studiatissimi agguati, i fascisti e i nazisti che camminavano isolati in Germania e anche a Budapest, in un episodio che come è noto ha visto coinvolta l’attuale eurodeputata di Ads Ilaria Salis, poi esaltato in Italia da rancorosi professori di liceo (poveri studenti). Non il solito, banalissimo bastone che di solito i picchiatori usano per scagliarsi in dieci contro uno con vigliaccheria gregaria contro la vittima, manifestazione epigonica e moralmente identica del manganello in uso tra le squadracce fasciste negli anni bui della nascita del regime mussoliniano. No: il martello. Che fa più male, colpisce in profondità, squarcia ferite più ampie e più dolorose. Il martello e le chiavi inglesi: il trionfo della violenza primitiva, brutale, belluina, ferina, da agitare come simbolo di una nuova spietatezza. Il culto della violenza pienamente sdoganato. Questa è la novità antropologica di questo tempo in cui viene considerato normale che un preside e altri membri del corpo insegnante in Francia siano raggiunti da fiotti di benzina mentre tutt’intorno divampano gli incendi. Mentre i giornali cinguettano: “Proteste degli studenti per la carenza di aule”.
E poi c’è soprattutto, ovviamente, il 7 ottobre 2023. Nei giorni immediatamente successivi a quel sabba di sangue e dolore, nelle piazze d’Occidente pronte a saltare al collo all’orrido sionismo, vigeva ancora un clima di virtuosa separazione: non confondiamo il terrorismo di Hamas con la giusta causa del popolo palestinese. Per poco, per pochissimo, facevano ancora impressione le immagini dei bambini trucidati nei kibbutz. Delle donne picchiate, riprese in tv con i pantaloni intrisi di sangue soprattutto, come si legge nei mattinali delle questure, “in corrispondenza delle parti più intime”, con i predoni che esponevano la preda ai loro operatori e fotografi come un trofeo di cui andare orgogliosi. Di una signora anziana con il volto tumefatto rapita su un pick-up con destinazione qualche cunicolo di Gaza, uno dei tunnel inseriti in oltre 400 chilometri di gallerie costruite da Hamas sotto l’occhio complice dell’Unrwa, da maltrattare come ostaggio. Ora, dopo tre anni, ma già da un po’ prima, quelle scene hanno cambiato di segno, hanno sfondato la barriera del pudore collettivo e sono diventate il simbolo della cosiddetta Resistenza palestinese. Quanto più violenta e sadica, tanto più da ammirare. “Il 7 ottobre non è una ricorrenza, ora e sempre Resistenza”, recita un manifesto di un fantomatico gruppo “Giovani palestinesi”, proprio nell’anniversario della strage. Il povero presidente Sergio Mattarella parla di “atti ripugnanti” commessi dai predoni con “estrema e disumana crudeltà”. Ma le piazze fanatizzate e intossicate di violenza non lo stanno a sentire (e nemmeno i partiti di una sinistra oramai snaturata, purtroppo). La crudeltà sparisce nella religione “palestinista”, come è stato detto. Anche i carnefici spariscono e diventano vittime assieme alle vere vittime che sarebbero da compiangere, i civili, i bambini uccisi nella guerra apocalittica delle bombe israeliane. Viene cancellata nella disumanizzazione del nemico di Israele ogni distinzione tra il miliziano stupratore di Hamas che telefona esaltato ai genitori vantandosi di aver decimato un’intera famiglia di ebrei e il civile palestinese morto sotto le bombe dell’Idf. Le immagini del neonato ebreo Bibas, ostaggio strozzato dai suoi assassini nelle grotte di Hamas, sbiadiscono. Si sfiora l’inverosimile, ma è quasi come se si realizzasse una paradossale coincidenza degli opposti, la sfacciata celebrazione della violenza da parte delle piazze occidentali che vogliono eliminare ogni traccia di presenza israeliana (ed ebraica) sulla terra insieme, e strettamente intrecciata nell’esaltazione dell’atto cruento, con la protervia da bullo impunito di un Ben-Givr che si fa fotografare con una torta di compleanno illeggiadrita da un vistoso cappio dove impiccare qualche nemico, oppure immortalato oscenamente alla guida di un bulldozer per radere al suolo una legittima casa di abitazione di una famiglia palestinese nel cuore della Cisgiordania. A unire queste due immagini è l’esaltazione della violenza sola igiene del mondo, per trasformare in una tragica parodia le parole del futurista Marinetti.
Il virus della violenza ha, si spera non irreversibilmente, abbassato le difese immunitarie di una civiltà che potrebbe guardare con raccapriccio e sgomento all’esplosione di disumanità sadica che sta inquinando il nostro mondo occidentale anche in tempo di pace, in teoria tollerante e pluralista. E invece, nemmeno un pacifista, se ancora si può applicare questo sfregio alla memoria di Gandhi e Aldo Capitini di cui sono responsabili acclarati seguaci del terrorismo putiniano travestiti da non-violenti che vogliono vedere gli ucraini umiliati e battuti, viene colto da un brivido diciamo così di sdegno nell’assistere alla recentissima scena dei nonni russi malmenati in piazza da energumeni in divisa semplicemente perché vorrebbero evitare ai loro nipoti la morte in una guerra senza legittimazione e senza umanità. Picchiare duramente degli anziani: un sovrappiù di ferocia che non smuove gli animi di fanatici assuefatti alla violenza senza limiti, già chiusi in un mutismo etico anche di fronte alle immagini dei cadaveri dei civili di Bucha abbandonati ai bordi della strada legati come animali con il fil di ferro. E l’Iran? Nemmeno la mostruosa cifra di trentamila morti ammazzati in una sola giornata da parte della polizia politica in Iran ha scosso i professionisti delle piazze. E il nome di Masha Amini, massacrata di botte dalla “polizia morale” per aver indossato malamente il velo della sottomissione, è stato praticamente dimenticato. Con il putinismo, anche il trumpismo ha del resto contribuito a questo contagio di violenza incontenibile, con i guardiani dell’Ice che hanno ammazzato impunemente la gente che protestava a Minneapolis. Una nube intossicata di crudeltà e violenza ostentata grava sull’intero pianeta. E chi ha conosciuto l’esplosione della violenza terroristica degli anni Settanta, soprattutto in Italia, sente che il contagio del mito violento si è enormemente diffuso senza vaccini morali e culturali, ha avvelenato i nostri animi, ha normalizzato la violenza come pratica ordinaria e non come stato d’eccezione, narcotizzando le coscienze, senza nemmeno più il grido di raccapriccio di un Kurtz che nel “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad se ne va dal mondo pronunciando una formula che resterà scolpita nella memoria collettiva, poi ripresa da “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola: “L’orrore! L’orrore!”.
Ora invece è l’epoca dell’estetizzazione della violenza, tutti i guerriglieri coperti da abiti neri in favore delle telecamere, che glorifica e rende addirittura glamour in Francia come in Italia la devastazione teppistica, le strade vandalizzate, i poliziotti che a decine, alla fine di manifestazioni marchiate da una violenza sempre più truce devono farsi curare al pronto soccorso: come se fosse normale. L’agguato a un poliziotto isolato che in uno scontro con i miliziani di Askatasuna viene preso a martellate da un gruppo d’assalto in marcia lanciando fuochi d’artificio ad altezza d’uomo finisce in commenti rituali di condanna: come se fosse normale, appunto. Come se l’atmosfera culturale dominante offuscasse qualunque giudizio di valore sulle gesta di quei violenti seriali.
E del resto, a conferma che a lasciare il segno non è il singolo gesto concreto ma l’atmosfera generale sovraccarica di violenza, in Italia viene accettata oramai come fosse normale e ovvia la violenza squadrista verbale, e non solo, sulle idee difformi e su chi osa non adeguarsi al pensiero allineato. L’intimidazione, l’intimazione prepotente al silenzio, la caccia all’eresia di un’inquisizione da operetta ma non per questo meno arrogantemente censoria. La violenza del bavaglio, della cultura cancellata per decreto, il rogo simbolico dei libri, l’intolleranza aggressiva di chi decide chi può presentare pubblicamente i suoi libri e chi, reietto, non può godere dei requisiti fondamentali della libertà d’espressione. Il caso di Erri De Luca è esemplare: riverito e apprezzato quando non si discosta dall’ortodossia dominante, il suo nome viene servilmente cancellato dalle manifestazioni culturali in cui era stato invitato e anche con grande battage pubblicitario (a Salerno) solo perché in un’intervista aveva osato sfidare, con argomenti discutibili ma appunto in una civiltà del sano conflitto culturale discutibili e non censurabili, il luogo comune del “genocidio” di Gaza. Disinvitato con zelante tempestività, messo all’indice, cancellato nei programmi da un gruppetto di ridicoli inquisitori in sedicesimo che dispongono arbitrariamente di uno straccio di potere culturale difeso con le unghie e con i denti. Senza contare i mille casi in cui le camionette della polizia sono state chiamate a stazionare davanti a sale e librerie per impedire l’assalto di chi voleva impedire la presentazione di un libro. I loro genitori adoravano le guardie rosse che durante la Rivoluzione culturale nella Cina maoista maltrattavano i professori recalcitranti costringendoli alla gogna con le umilianti orecchie d’asino calcate sulle teste in molti casi sanguinanti delle vittime malmenate e derise. I figli invece vogliono fare le guardie rosse direttamente, praticare e non predicare: una parodia, ma una parodia violenta, che sostituisce la libera discussione con le urla minacciose. E giustificata da un ceto dei colti che non è capace, accecato dal furore ideologico, di distinguere una legittima contestazione, “dopo” aver ascoltato le parole di chi è contestato, dal chiasso per impedire “prima” che chi deve essere contestato possa soltanto cominciare a parlare.
La modernità sembra fare un passo indietro. Uno psicologo, Steven Pinker, nel suo libro “Il declino della violenza” sostiene che la modernità ha portato nel mondo occidentale addirittura una “rivoluzione umanitaria”, un raffinamento della sensibilità che intensifica il senso di orrore per la scene raccapriccianti, una ripulsa per le pratiche più disumane di tortura e una minore spettacolarizzazione cruenta delle esecuzioni pubbliche (senza le tricoteuses che sferruzzavano giulive mentre la lama della ghigliottina decapitava le teste dei nobili controrivoluzionari). Una delle cause di questa diminuzione della violenza è indicata da Pinker addirittura nella diffusione della letteratura, che ci permette di vivere vite diverse dalla nostra e di metterci nei panni e nei sentimenti di un altro. Scrive Pinker: “E’ più difficile uccidere a sassate una persona imprigionata in piazza nella gogna una volta che si sa cosa si prova a essere al posto suo”: smentito, come è troppo facile constatare. Anche Norbert Elias nella “Civiltà delle buone maniere” indicava nella sempre maggiore lontananza tra la cucina e le sale da pranzo di un sempre crescente numero di persone il desiderio di allontanare dal piatto l’olezzo del cadavere orrendamente maciullato poi portato a tavola debitamente mascherato, purificato, sterilizzato dal carico di violenza, di sofferenza e di maltrattamenti connesso all’uccisione dell’animale. Quello che oggi considereremmo inaccettabile per un bambino urbanizzato e civilizzato – allo sgozzamento del maiale tra le urla terrificanti della vittima – veniva considerato un tempo nel cuore della cultura contadina un rito di iniziazione e di ingresso nella rude vita adulta. Oggi continuiamo a mangiare il salame ma vomiteremmo se sapessimo quanto poco pulito e non violento sia stato il suo tragitto.
Eppure sembra evidente che Pinker ed Elias siano stati troppo ottimisti. L’orrenda serialità delle impiccagioni di Teheran, condita dal reiterato spettacolo terrorizzante delle gru in piazza che sembrano arrivare in cielo e dai cui tentacoli penzolano i cadaveri delle vittime di un apparato repressivo infinitamente violento, non suscita nel civilizzato Occidente, anche nella parte che piace immaginarsi “buona” e illuminata dai giusti princìpi, nemmeno la parvenza di una reazione di raccapriccio. E del resto se l’esibizione sulla sedia elettrica del condannato a morte negli Stati Uniti è il retaggio di una barbarie scambiata per giustizia, il recente spettacolo disgustoso del corpo di Christa Pike, sopravvissuta a due dosi letali di veleno mortifero, indica un incarognimento a cui oramai sembriamo assuefatti, tanto che Trump è giunto a reclamare in questi giorni la fucilazione di un condannato in diretta televisiva: il disgustoso ha però provocato un disgusto molto moderato ed effimero. E inoltre, nel cuore del nuovo e irriconoscibile movimento femminista, che in linea teorica dovrebbe avere in cima alle sue preoccupazioni i soprusi subiti dalle donne in qualsiasi parte del mondo, non si solleva nemmeno un alito di indignazione di fronte allo spettacolo osceno delle donne di Kabul lapidate nel loro sudario chiamato burqa sulla pubblica piazza perché adultere o semplicemente perché hanno osato camminare in strada senza il controllo di un maschio. Lapidazione è termine ancora neutro nella sua banale formulazione, ma è il nome che indica l’uccisione di una donna a sassate, in un’agonia atroce, nel girotondo dei maschi presenti che assistono a questo rito brutale come una benvenuta pratica sacrificale. Nessuna reazione, anzi.
Durante una manifestazione in Italia contro il femminicidio, una ragazza ha portato un cartello che ricordava le donne ebree (ma non solo) vittime dello stupro di gruppo il 7 ottobre e nei mesi di prigionia nelle grotte di Hamas: l’hanno allontanata con la forza e con il dileggio. E’ diventata una presenza fissa nel chiassoso circo filo-Hamas Francesca Albanese, che più volte, sfidando una realtà documentata, ha eccepito sulla veridicità delle violenze sessuali compiute il 7 ottobre, venendo meno spudoratamente al principio “sorella io ti credo” che ha impegnato il movimento delle donne dopo l’esplosione del “MeToo”. Ma il corpo del nemico, o della nemica non più sorella in questo caso, può essere violato, straziato, esposto al ludibrio senza più nemmeno l’ombra della pietas. La forza del fanatismo oltranzista accetta ogni genere di violenza esercitata su chi non merita nemmeno una briciola di conforto, di solidarietà. La giornalista francese di origine marocchine Nora Bussigny, nella sua inchiesta di “infiltrata” nelle frange più radicali del movimento pro Pal in Francia “I nuovi antisemiti” (recentemente tradotto e pubblicato in Italia dall’associazione Setteottobre) cita un brano tratto da uno scritto di due militanti trans ultrà: “Il mio corpo non è davvero mio se non nel breve istante in cui, con un martello in mano, con l’adrenalina che si mescola agli estrogeni, spacco le vetrine di una banca o dell’ennesimo complice di un genocidio coloniale”. Un oltranzismo verbale rivendicato, quasi la ricerca di un record dell’espressione violenta e omicida che ormai viene accettata come fosse la manifestazione di un linguaggio eccentrico. Lo spirito dei tempi che parla con l’apologia dell’omicidio e della devastazione. Nell’attesa del solito, convenzionale, rituale, sonnecchiante, inutile, sbiadito comunicato di condanna.