Ma il greco antico non dovrebbe curare l’ottusità? Chiediamo a Emily Wilson

La classicista americana ha liquidato l’adattamento dell'Odissea come la combinazione nolaniana di grandiosità e superficialità: un’opera che “non ha nulla di convincente da dire sul tempo, sulla memoria, sulla storia, sulla guerra” e che manca di “profondità psicologica, emotiva, politica ed etica”. Risposta alla recensione avvelenata

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Emily Wilson (Foto Getty)

E’ stata un’Odissea fantastica quindi festeggiamo. Due settimane e ancora siamo qui a parlare. Ha generato reazioni e di tutto molto trasversalmente, segno di capolavoro assoluto: meme sull’instagram e vendite di libri. Giovani filologi improvvisati, tra cui io, e in ogni caso meglio finire questo luglio circondati da grecisti che con i video di Vannacci, la storia di Roggero e i lamenti per il caldo assassino. Andava tutto bene ed eravamo contenti di questi soldi di cinema ben spesi, quando arriva l’unica delusione – assurda, imprevista – dalla persona che non ti aspetti. Alza il dito un bastiancontrario purtroppo coi titoli per parlare e dice la sua. Non ho niente contro i bastiancontrari, sono pure simpatici. L’unica lucidità da mantenere è sapere quando sei proprio contromano in corsia a scorrimento veloce e darti una regolata.
Emily Wilson, la classicista americana autrice della traduzione dell’Odissea pubblicata nel 2017, poteva non intervenire sul film di Christopher Nolan e invece sì. E dire che il regista aveva citato con ammirazione proprio l’incipit della sua versione – “Raccontami di un uomo complicato” – durante la promozione del film. Sulla London Review of Books, Wilson ha liquidato l’adattamento come la combinazione nolaniana di grandiosità e superficialità: un’opera che “non ha nulla di convincente da dire sul tempo, sulla memoria, sulla storia, sulla guerra” e che manca di “profondità psicologica, emotiva, politica ed etica”.
La stroncatura è lunga e cruda, continua sulla sceneggiatura: “La struttura narrativa è artificiosa. La scrittura è pessima”. I personaggi, sostiene Wilson, non hanno motivazioni credibili né lo spessore degli eroi omerici: “Mi interessa davvero che quest’uomo riesca a tornare da sua moglie? Non mi avete dato alcun motivo perché mi importi”. Fino alla cafoneria finale, proprio inutile: “Mi vergognerei di aver scritto anche solo una parte di questa sceneggiatura”. Serve a Nolan un avvocato d’ufficio? No. Chi ha fatto il classico con profitto però è molto dispiaciuto. Ma come? Perché queste parole amare? Sarà la conferma finale che gli studi classici non servono all’apertura mentale, e quindi uno che ha studiato greco a fare, se il risultato è questo, l’ottusità?
La contabilità della storia al posto di riconoscere i tre o quattro livelli di scrittura: al cinema c’erano undicenni entusiasti, trentenni felici di essere andati al cinema, semivecchi – molti, tra cui io – che hanno vinto tre soldini al gioco dell’“indovina il riferimento”. Non aver capito che la storia si riscrive, e chi non sa riscriverla attaccandosi in ceppi all’originale è perché non ci riesce, sono sempre gli scarsi quelli che implorano fedeltà. Per la non ostentazione di profondità dei personaggi poi ci sarebbe da vantarsi. E’ il più clamoroso successo del mestiere, lavorare sui dettagli insignificanti. Una volta Starnone scrisse così: “Niente studiatissime psicologie complesse ottenute con salti impercettibili dal dentro al fuori e viceversa. Buttar via, semplificare” – mi prese il cuore e non l’ho mai più dimenticato.
“Ho amato quella lingua perché tutto quello che gli uomini han detto di meglio l’han detto in greco”, Marguerite Yourcenar riempie di malinconia anche chi sbagliava a copiare il compito in classe e prendeva tre. Ma i primi a odiare questi protagonismi sarebbero stati proprio loro, i greci. Li esaltano come dispensatori di profondità, in realtà amavano le parole solo come serve delle cose: non teoria dell’argomentazione, ma mezzi di contatto con la realtà ἐνέργε. I.e.: la lingua aveva una vocazione: essere concreta, prima che romantica. Ce lo siamo inventato noi, questo greco immaginario? E basterà aggiungere l’ultima, ovvia precisazione alla professoressa avvelenata. A noi hanno dato il greco con cui si sfiziarono gli umanisti, e anche quella sedicente originale sarà senz’altro una cover, una versione riaggiustata. L’unica cosa sicura è che Iliade e Odissea sono state scritte e riviste per trecento anni, chissà quanto e chissà da chi. Perciò cos’era davvero, questo greco omerico? Sarebbe una grande figuraccia se fossimo finiti a usarlo per confermare quello che pensiamo di noi dopo che l’abbiamo studiato, persone con ingegno migliore che mettono i puntini sulle “i” a Nolan, pure storti.