Società
Il colloquio •
Cucinella: "Contro il caldo i condizionatori non bastano: serve ripensare le città. Ecco come"
Sfruttare la ventilazione naturale, il principio della vaporizzazione dell'acqua e l'opacità dei materiali. L'architetto sottolinea l'urgenza di recuperare il patrimonio edilizio esistente: "Il Piano casa va in questa direzione, il Superbonus avrebbe dovuto concentrarsi prima sul pubblico"

Mario Cucinella al Museo di Brera, MIlano, il 6 dicembre 2024 (Foto di Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
Per combattere il caldo estremo che sta colpendo l’Europa in queste settimane un aiuto può arrivare dalla fisica e dai sistemi di ventilazione naturale, dal principio di vaporizzazione dell’acqua e dall’opacità degli edifici. Tutti elementi utili per ripensare una città che non sia “soltanto funzionale alle nostre attività, ma che sappia affrontare anche il cambiamento climatico”, dice l’architetto e designer Mario Cucinella. E per farlo occorre riconsiderare non solo gli spazi interni degli edifici, ma anche quelli esterni “secondo una progettazione che ponga l’attenzione al comfort delle persone in condizioni climatiche estreme”, spiega l’architetto, aumentando l’ombreggiamento delle strade e lavorando sulla fragilità dell’edilizia popolare.
Cucinella è tra gli architetti italiani più importanti e riconosciuti a livello internazionale. Il suo lavoro unisce innovazione tecnologica ed ecosostenibilità, con progetti in Europa, Cina, Africa, Medio Oriente e Sud America. La Torre Unipol a Milano è di fatto il suo biglietto da visita per il grande pubblico italiano. Ma ha anche progettato il Padiglione Italia all'Expo di Osaka 2025 e curato la ricostruzione della "Balena" a Guastalla dopo il terremoto del 2012, spesso citato come uno degli asili più belli al mondo. Fellow del Riba e dell'American Institute of Architects, nel 2015 fonda SOS - School of Sustainability, scuola per giovani professionisti dedicata ai temi ambientali. Per spiegare cosa si potrebbe fare per tentare di mitigare gli effetti del global warming nelle nostre città, prende come esempio in controtendenza una struttura che ha progettato per l’Università di Cipro e che prevedeva, in un luogo dal clima arido, la realizzazione di edifici bassi e orizzontali, all’interno di un’area verde per sfruttare al massimo le risorse naturali e ridurre i consumi energetici. Risultato che è stato raggiunto grazie a un sistema di copertura modulare con diversi gradi di trasparenza e torri di captazione del vento, insieme a un sistema di diffusione e circolazione dell’aria nell’edificio. “Questo sistema di ventilazione naturale – racconta – ha una storia lunghissima che appartiene al mondo preindustriale. In Italia gli esempi sono tanti, come i trulli in Puglia e le camere dello scirocco in Sicilia. Ma se guardiamo anche fuori, in India, per esempio, ci sono le stepwells, edifici costruiti sottoterra dove la temperatura è mediamente più bassa che in superficie”. Quello che serve per affrontare il caldo estremo, dice Cucinella, è “ritornare a un’architettura attenta al tema del calore e che sia basata sul benessere delle persone”.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il nostro è il continente che si riscalda di più, il doppio della media globale. Questo è dovuto ad alcuni fattori come la riduzione della neve, la maggiore frequenza dell’anticiclone africano a dispetto di quello atlantico e la maggior trasparenza dell’atmosfera. Il risultato di questo effetto combinato è stato un innalzamento delle temperature. I rimedi a cui ci siamo rivolti, come i condizionatori o getti d’acqua per rinfrescare le strade, da soli non bastano: “I primi perché diventano loro stessi produttori di calore emettendone al di fuori di più di quello che già c’è, i secondi perché, oltre allo spreco di risorse idriche, servono soltanto ad abbassare la temperatura della superficie senza creare una condizione di benessere continuo”. Al loro posto, commenta Cucinella “sarebbe molto meglio usare i vaporizzatori che abbassano davvero la temperatura”. In Cina, per esempio, da palazzi di oltre trenta piani alcuni addetti spruzzano acqua vaporizzata che, più pesante dell’aria calda, tende a scendere, “in questo modo abbassano la temperatura partendo dall’alto”.
L’obiettivo di ripensare la città non è semplice, ammette però l’architetto, perché “siamo ancora radicati a modelli che oramai non sono più sostenibili da questo punto di vista. E questo è un tema molto complicato soprattutto per alcuni centri storici come Roma”. Le soluzioni possono arrivare guardando ai nostri vicini europei: alcune strade di Barcellona e Madrid sono coperte da teli di tessuto o di bambù che riducono l’impatto delle radiazioni solari, a Parigi hanno ridotto il numero delle macchine in circolazione favorendo la mobilità sostenibile, a Copenhagen hanno aumentato le piste ciclabili eliminando ogni anno il cinque per cento dei parcheggi. Ma per cambiare la geografia urbana, riconosce l’architetto, serve “avere una visione di lungo-medio termine: ci vorrebbe un piano organico per ridurre il calore nelle città che abbia una prospettiva di quindici anni”. Gli edifici in vetro per esempio “sono arrivati alla fine perché hanno una capacità di accumulo di calore impressionante. Il rimedio è aumentare la superficie opaca perché le strutture con un’opacità al 70 per cento hanno molta inerzia termica, cioè più resistenza ai cambi di temperatura. E così il nostro progetto per il San Raffaele prevede un’opacità all’80 per cento, quello per l’Università di Aosta ne prevede una al 75”.
In Italia però, oltre ai modelli architettonici che risalgono agli anni Duemila, come appunto i palazzi di vetro, c’è un problema di povertà edilizia che “sta penalizzando quella fascia di popolazione che vive in case costruite tra gli anni ’70 e ’80. Ma con il Piano casa il governo si sta muovendo per recuperare il patrimonio edilizio esistente dove bisogna fare un lavoro di isolamento termico e di efficientamento energetico”. E questa, aggiunge l’architetto, “è un’azione sociale molto importante” perché “è l’inizio di un processo di miglioramento delle prestazioni che durerà molto nel tempo. Non come il Superbonus che avrebbe dovuto essere dedicato prima al patrimonio pubblico, perché è lì che abita la gran parte della fragilità sociale”.
