Società
Un'analisi •
Contro il principio di precauzione applicato al caldo torrido
Il rapporto tra temperature estreme e cambiamento climatico è più complesso di quanto spesso venga raccontato. La scienza non dà risposte morali, ma ipotesi plausibili. Per questo il riscaldamento globale non si indaga con i sermoni
27 GIU 26

Foto Ansa
Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del caldo. Di fronte all’ondata di calore che ha avvolto l’Europa, ci si interroga comprensibilmente sulla causa delle alte temperature. E’ un feroce anticiclone africano che trattiene sul continente aria torrida di origine subtropicale. Tuttavia, questa può essere facilmente derubricata a mera contingenza: il vero problema sarebbe il riscaldamento globale, contro il quale non stiamo adottando misure adeguate. Gli osservatori usano l’ondata di calore per invocare il principio di precauzione: assumendo che, con il cambiamento climatico, aumenti la probabilità di eventi estremi, dobbiamo giocare d’anticipo. Si potrebbe ragionare sul fatto che le “prove” ritenute certe e acclarate siano un poco più deboli di quanto sembri. In particolare, se le temperature medie stanno aumentando, ciò non implica necessariamente che ogni anno sia più caldo del precedente. Secondo l’Environmental Protection Agency, le ondate di calore degli anni Trenta restano le più severe nella serie storica statunitense: il picco riflette le ondate estreme e persistenti nelle Grandi Pianure durante il Dust Bowl, quando cattive pratiche di uso del suolo e anni di siccità intensa contribuirono al fenomeno impoverendo l’umidità del terreno. L’Heat Wave Index era più alto negli anni Trenta che nei decenni recenti. E’ un dato solo americano, ma mette in guardia contro una certa memoria selettiva. L’attività umana ha un peso, ma non è l’unica variabile: l’Europa pre-età moderna ha conosciuto il caldo dell’Anomalia climatica medievale e il freddo della Piccola èra glaciale.
Altri studiosi sottolineano che prendere come baseline per l’aumento delle temperature il trentennio 1961-1990, relativamente fresco, distorce le valutazioni. E’ inoltre un po’ ipocrita tacere che, se aumentano gli eventi estremi (come pare assodato, anche se non per tutti i tipi), non aumentano, per fortuna, le vittime. Grazie ai miglioramenti degli standard di vita (il grande imputato del riscaldamento globale), che comportano anche tecniche edilizie più affidabili. Il guaio col principio di precauzione è un altro. La scienza non nasce per fornire risposte morali, ma per aumentare il numero di ipotesi plausibili. I problemi bisogna scomporli, esaminarli, farne oggetto di dibattito e discussione. Gli esseri umani non possono vivere senza il principio d’autorità, e per buone ragioni. Non vogliamo farci avvelenare da un fungo che abbiamo raccolto, solo per il gusto di non dare ascolto all’amico più esperto con cui ci avventuriamo nei boschi. Ma ci sono ambiti nei quali il principio di autorità è circoscritto: come, appunto, la ricerca scientifica, che si basa sulla possibilità di rivedere costantemente le prove consolidate. Queste ultime rappresentano il consenso all’interno della comunità dei ricercatori: non una Verità permanente ed eterna.
Il principio di precauzione è una forma di conservatorismo cognitivo. Si basa su una serie di intuizioni che, più che alla scienza, attengono al senso comune. Per esempio: che gli eventi simili siano tutti uguali; che le cause prossime debbano per forza di cose ricondursi a una causa ultima; che i fenomeni complessi siano riconducibili a nessi causali semplici e lineari. Che, infine, l’attuale stato del consenso scientifico sia sufficiente per legiferare sul nostro futuro, considerando sopportabili i costi a fronte di un rischio ritenuto enorme. Enorme anche perché si immagina di essere inermi di fronte a esso: rinunciando, più o meno esplicitamente, a politiche di mitigazione nel breve termine e a tentativi di risolvere il problema (per esempio con tecnologie di carbon capture) nel medio termine. Una delle principali scoperte della psicometria del rischio è che qualsiasi effetto collaterale di un intervento umano percepito come rischio è giudicato, in modo intuitivo e da chi non ha nozioni scientifiche di cosa sia il rischio, come immorale.
Si rischia di non vedere l’elefante nella stanza. In particolare, l’innovazione tecnologica e l’industria vengono intese solo come forze di disturbo di un ipotetico equilibrio naturale. L’ipotesi che la “natura”, ovvero il mondo lasciato a se stesso, possa essere in disequilibrio è esclusa, e la possibilità che l’azione degli uomini possa accompagnarlo verso l’equilibrio pure. C’è dell’hybris nel modo in cui gli esseri umani modificano la natura? Certo. Ma non comporta sempre l’arrivo di qualche deo vindice. A fronte del disastro del tentativo sovietico di prosciugare il lago d’Aral, l’Agro pontino fu bonificato e la malaria sconfitta in pochi anni, il Mississippi venne costretto a mantenere il proprio corso, Londra costruì il Thames Barrier per fermare le maree, Israele e Singapore reinventarono il ciclo dell’acqua attraverso desalinizzazione e riciclo. Oggi nessuno visita i polder olandesi pensando di trovarsi su territori sottratti al mare dall’ingegneria.
L’ipotesi che la “natura”, ovvero il mondo lasciato a se stesso, possa essere in disequilibrio è esclusa, e la possibilità che l’azione degli uomini possa accompagnarlo verso l’equilibrio pure
La tecnologia non ha sempre ragione né sempre torto. Il problema sono le scelte collettive che ne delimitano l’ambito d’azione. E’ vero che gli esperti non hanno mai partecipato alla discussione pubblica quanto oggi, ma i loro interventi rischiano di risultare cacofonici. Più che dare un contributo informativo, essi, del tutto legittimamente, costruiscono una reputazione e una carriera da intellettuali pubblici. E, per prendersi le carte migliori al tavolo dell’opinione pubblica, scelgono di enfatizzare la paura (e raccomandare il principio di precauzione senza se e senza ma). La discussione sulla geoingegneria climatica rappresenta il banco di prova di questa trasformazione. Le tecniche di rimozione della CO2₂, la modifica della radiazione solare e gli interventi regionali sono potenziali strategie per agire attivamente sul cambiamento climatico, anziché adottare l’approccio penitenziale così popolare, secondo cui dovremmo rinunciare alla tecnologia e al benessere per ridurre di qualche decimo di grado gli aumenti delle temperature previsti. Però se ne parla poco, e non si parla affatto delle strategie di adattamento alle temperature più elevate (anche immaginando che si riesca a mettere sotto controllo le emissioni, gli effetti non saranno immediati). Mentre chi sostiene che ci meritiamo la punizione degli dèi per avere rubato il fuoco parla in un linguaggio che piace, l’idea stessa di intervenire deliberatamente sul sistema climatico planetario è percepita come moralmente sospetta.
Il dibattito di questi giorni sul caldo non è buona divulgazione scientifica. E’ sostanzialmente la riproposizione di una serie di sermoni. Uno dei paradossi delle società contemporanee è che prove scientifiche precarie – come sempre sono tutte le prove – vengono trasformate in dogmi. La scienza, che internamente è uno spazio relativamente affrancato dal principio di autorità, viene strumentalmente usata come religione civile, a vantaggio dei suoi predicatori. Forse il problema più grave del cambiamento climatico non è che non sapremo come intervenire. E’ che potremmo non avere più la cultura politica necessaria per farlo. Se le temperature elevate sono un segnale della rabbia degli dèi, possiamo solo offrir loro un sacrificio. La nostra prosperità, il nostro benessere, la stessa razionalità nella discussione pubblica sono già assicurati all’altare.