Luglio è arrivato a giugno, di nuovo, ma in Italia continuiamo a stupirci

Londra, Parigi, Milano e Bologna sono forni. Adesso possiamo solo aspettare che passi, ma tra una sudata e un’imprecazione stupefatta al calore, vale veramente la pena di riflettere sul futuro

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Foto LaPresse

E’ caldo. Siamo a giugno, con temperature che storicamente ci aspettiamo ad agosto inoltrato. Le città sono roventi. Data l’attenzione mediatica è un buon momento per riflettere su cosa ci dice questa situazione sulla nostra capacità di affrontare il futuro.
Partiamo dai fatti. Il caldo di questi giorni è dovuto ad un’alta pressione stazionaria che si è piazzata sull’Europa, una cappa che limita la convezione e impone temperature da Nord Africa. In alcuni giornali si è invocato El Niño, fenomeno periodico di riscaldamento delle temperature del Pacifico orientale, per spiegare l’ondata di caldo. È vero che El Niño ha impatti significativi in diverse parti del mondo – li vedremo sicuramente nei mesi a venire – l’estate Europea però non è tra quelle più influenzate da El Niño. In più, le condizioni di El Niño sono appena cominciate; quindi, è improbabile che quel fenomeno sia alla base dell’ondata che stiamo osservando.
Invece, ciò che è chiaro è che il sistema meteorologico in questione insiste su un continente che si è già riscaldato più di qualsiasi altra zona del mondo con l’eccezione dell’artico. L’Europea, in media, è più calda di 2.5 gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale, e si è scaldata di un grado negli ultimi decenni. Questo ha potenziato gli effetti di un fenomeno meteo che ricorre, ma che raramente è così profondo. Londra, Parigi, Milano e Bologna sono forni. Adesso possiamo solo aspettare che passi, ma tra una sudata e un’imprecazione stupefatta al calore, vale veramente la pena di riflettere.
Questi fenomeni continueranno a succedere. Saranno più lunghi e più intensi negli anni a venire. Lo sappiamo da tempo. Fa parte di uno spostamento delle statistiche meteoclimatiche che ha prodotto anche le alluvioni degli anni scorsi. Non facciamo finta di niente. Nel 2050 l’Italia sarà in media più calda di quanto non sia oggi. In particolare, il numero di giorni nell’anno durante i quali il disagio termico diventa estremo, salirà in maniera significativa. Questo aumento inciderà sulla mortalità delle persone con più di 65 anni, cosa nota, e sulla produttività del lavoro all’aperto. Non è una buona notizia per un paese che invecchia, che ha bisogno di interventi infrastrutturali continui, e che ha un sistema sanitario già in difficoltà di risorse.
Ci sono cose che si possono fare. Queste temperature esistono anche in altre parti del pianeta, dove la gente si è adattata a condurre una vita moderna, sfruttando la tecnologia. Molte città in medio oriente gestiscono queste condizioni per molti mesi all’anno, ma lo fanno vivendo in ambienti con l’aria condizionata tutto il giorno, tutti i giorni. Il problema è che circa la metà degli immobili italiani, quelli vecchi, hanno impianti elettrici obsoleti che non sono in grado di eccedere il limite di 3kW di potenza tipico delle utenze domestiche, cosa necessaria se tutti hanno bisogno di un impianto di condizionamento per la casa. Questo vincolo diventerà sempre più importante man mano che le persone elettrificano diverse componenti della loro vita, dal trasporto agli elettrodomestici. In un paese in cui l’energia costa più che nel resto d’Europa, questo avrà un impatto sia sulle tasche delle persone che sul sistema energetico stesso, che andrà in stress. La risposta è possibile – da notare che il picco di uso corrisponde anche al picco di produzione solare – ma va pianificata.
Quando ci si focalizza sulla temperatura spesso si dimentica dell’acqua. Il Po è già ben sotto il livello idrometrico medio per questo periodo dell’anno. A Pontelagoscuro solo quale settimana fa il flusso del Po misurava 1000 metri cubi al secondo. Nel giro di pochi giorni è sceso sotto i 350 metri cubi al secondo. La situazione comincia a ricordare quella del 2022, quando a luglio si registrò il minimo storico di circa 100 metri cubi al secondo. Le alte temperature incidono sulla fisiologia delle piante, aumentando il consumo idrico, mentre la risorsa scarseggia, così tanto da non riuscire più a contenere il cuneo salino, che risale inesorabilmente verso l’entroterra.
Il futuro non è un mistero. Questa ondata di calore è un monito. Eventi che un tempo consideravamo estremi succederanno sempre più spesso. Su questo siamo alla mercé della capacità del clima planetario e della volontà del resto del mondo di ridurre il consumo di fossile per prevenire peggioramenti ulteriori. Ma non siamo alla mercé del resto del mondo su cosa fare per rendere le nostre città meno vulnerabili. Non siamo alla mercé del resto del mondo su cosa fare della nostra agricoltura per mettere in sicurezza le filiere agroalimentari. Non siamo alla mercé del resto del mondo quando si tratta di aggiornare il nostro sistema energetico per renderlo più resiliente. Tutto questo richiede pianificazione, volontà politica, attenzione da parte della cittadinanza. Tutto questo è compito nostro. Se non faremo nulla, quello pure sarà solo colpa nostra.