Ottavio Arancio, l’italiano che insegna al mondo come ringiovanire le sinapsi
Gli studi sull'irisina, l'ormone che stimola la crescita neuronale, e sul morbo d'Alzheimer. Un ritratto di Ottavio Arancio, l'italiano d'America che professa ottimismo

Dopo aver trascorso quattro mesi di confinamento rinchiuso nel suo appartamento a NYC, il neurobiologo Ottavio Arancio si gode il sole della Sicilia e segue, a distanza, l’attività dei propri ricercatori. “Il Covid ha travolto le nostre esistenze, alcuni colleghi non vedono i familiari da oltre un anno perché, se lasciassero gli Stati uniti, non potrebbero farvi rientro”, racconta al Foglio lo scienziato allievo del Premio nobel per la Medicina Eric Kandel e docente presso il Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons e il Taub Institute per la Ricerca sul morbo di Alzheimer (dello stesso ateneo).
Al giorno d’oggi, la fatale malattia del cervello, che colpisce 44 milioni di persone nel mondo, oltre un milione solo in Italia, rappresenta un’emergenza sanitaria globale. “A causa dell’aumento dell’età media della popolazione – prosegue Arancio – i nostri sistemi sanitari non sono in grado di rispondere all’urto di questa malattia, perciò occorre una sinergia tra pubblico e privato, e soprattutto servono cure nuove”. Ecco, le cure. La prestigiosa rivista Nature Medicine ha pubblicato, lo scorso anno, i risultati dello studio, condotto dal team guidato dal prof. Arancio, da cui risulta che l’attività fisica potrebbe aiutare a ridurre il rischio di contrarre l’Alzheimer.
Si sa da tempo che un buon allenamento è in grado di liberare nel corpo umano gli ormoni “buoni”, le endorfine, che tonificano l’umore. Lo studio in questione invece si è concentrato su un altro ormone, chiamato irisina, che aumenta durante l’attività fisica e che, oltre al metabolismo energetico, avrebbe la capacità di stimolare la crescita neuronale nell’ippocampo del cervello umano, una regione essenziale per l’apprendimento e la memoria a lungo termine. “La scoperta del legame tra irisina e attività fisica – spiega il prof. Arancio – fa ritenere che questo ormone possa aiutare a spiegare perché l’attività fisica migliora la memoria svolgendo così un ruolo protettivo nei disturbi cerebrali quali il morbo di Alzheimer”.
I vostri esperimenti, condotti su topi in laboratorio, dimostrano che l’irisina protegge le sinapsi del cervello e la memoria degli animali. “Le sinapsi sono gli anelli di collegamento tra i neuroni: quando si rafforzano, la memoria migliora. L’irisina è un ormone che viene secreto dal sistema nervoso centrale ma anche dal muscolo durante l’esercizio fisico. La nostra scoperta potrebbe portare alla produzione di un farmaco capace di evitare la perdita di memoria che colpisce i malati di Alzheimer”.
Sarebbe una svolta epocale. “Affrontiamo un’emergenza sanitaria e sociale: negli Stati uniti ci sono quasi cinque milioni di malati, quasi un ottantenne su tre è colpito da questa malattia, a 85 anni l’incidenza aumenta a uno su due. In passato, i disturbi tipici del morbo venivano scambiati con generici sintomi della senilità, oggi sappiamo che è una patologia vera e propria che copre circa il 60 percento di tutte le forme di demenza”. La ricerca ha bisogno di risorse. “Io sogno di poter individuare un giorno la molecola in grado di guarire le persone. Si tratta di sperimentazioni costose che richiedono risorse umane e materiali. In America si calcola che il processo che va dalla formulazione di una ipotesi di studio fino alla somministrazione di un farmaco autorizzato costi, in media, un miliardo di dollari. Su questo fronte c’è stata una sostanziale continuità tra le scelte dell’amministrazione Obama e quella Trump: dai 350 milioni di dollari stanziati fino a otto anni fa si è passati a una cifra tre volte superiore”.
Al momento però non esistono trial clinici basati sulla vostra scoperta. “Spero che ciò avvenga presto perché, con l’invecchiamento della popolazione, le scienze della vita sono fondamentali”. Il Covid ci ha fatto fare i conti con la nostra incapacità di proteggere le persone più fragili, a partire dagli anziani. “Forse siamo diventati più egoisti, o forse siamo stati colpiti da un incidente imprevisto. Le generalizzazioni sono sempre sbagliate ma è chiaro che le persone avanti negli anni oggi richiedano un’attenzione speciale”. A livello globale, i morti di Covid hanno superato un milione di casi, più dei decessi per Aids e malaria nel 2019. “Anche nei momenti peggiori dobbiamo guardare con ottimismo al futuro. Io sono fiducioso che si possa arrivare a un vaccino entro la fine dell’anno”. Superata la boa dei 63 anni, lei ha paura di ammalarsi di Alzheimer? “Mia madre ha lottato contro questa malattia, io preferisco non pensarci”.


