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Vivere più a lungo non basta: la sfida della salute nell’Italia che invecchia
Un paradosso italiano: tra i paesi più longevi al mondo, ma con un lungo tratto di vita segnato da malattie. Viviamo 84 anni ma ci ammaliamo a 58. Il sistema sanitario regge, ma su un equilibrio fragile che richiede innovazione e nuove strategie territoriali
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9 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:30 AM | 13 APR 26

Foto di Christoph Soeder (Getty Images)
All’Unità d’Italia la speranza di vita era di trent’anni. Oggi è 84. È forse il dato più impressionante della trasformazione del paese: in poco più di un secolo e mezzo, l’Italia è passata dall’essere agli ultimi posti nel Continente ad avere una delle aspettative di vita più alte al mondo. Gli uomini, in media, arrivano a 81 anni, le donne superano gli 85. Un grande miglioramento, costruito nel tempo.
La tendenza generale è positiva: si vive più a lungo ovunque. Questa dinamica si riflette anche nella percezione soggettiva della salute. Secondo un rapporto pubblicato da Istat, negli ultimi trent’anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8 per cento nel 1995 al 5,5 per cento nel 2025, segno di un miglioramento diffuso nelle condizioni percepite.
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L'altro lato della medaglia però è che la longevità cresce, ma non per tutti allo stesso modo. La sopravvivenza resta legata al territorio di residenza e alla posizione sociale. Tra gli adulti con almeno trent’anni, chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità del 40 per cento più elevata rispetto a chi ha un’istruzione alta. Un divario che riflette differenze di reddito, accesso ai servizi e stili di vita.
C'è poi da capire quanti di questi anni si vivono davvero in buona salute. “Sebbene la speranza di vita in Italia sia tra le più elevate al mondo, quella in ‘buona salute’ si ferma drasticamente a 58 anni”, spiega Silvio Brusaferro, già presidente dell’Istituto superiore di sanità. “Questo implica oltre venticinque anni di vita trascorsi convivendo con malattie o disabilità, con un impatto enorme sulla qualità della vita e sulle famiglie”.
Un giudizio coerente con i numeri: oltre 24 milioni di italiani hanno almeno una malattia cronica, e circa 13 milioni sopportano più patologie insieme. Tra le cause ci sono le cattive abitudini di vita: i fumatori sono circa il 19 per cento della popolazione, più di una persona su dieci è obesa. Ma è soprattutto il progressivo invecchiamento a spingere verso un aumento delle malattie croniche. Un mutamento nel tipo di patologie che cambia il quadro d’insieme: non si tratta più solo di curare, ma di gestire nel tempo i pazienti.
Un giudizio coerente con i numeri: oltre 24 milioni di italiani hanno almeno una malattia cronica, e circa 13 milioni sopportano più patologie insieme. Tra le cause ci sono le cattive abitudini di vita: i fumatori sono circa il 19 per cento della popolazione, più di una persona su dieci è obesa. Ma è soprattutto il progressivo invecchiamento a spingere verso un aumento delle malattie croniche. Un mutamento nel tipo di patologie che cambia il quadro d’insieme: non si tratta più solo di curare, ma di gestire nel tempo i pazienti.
A mettere ordine in questo scenario è il Libro bianco sulla cronicità e la non autosufficienza, un documento elaborato dall’associazione Peripato e dalla Fondazione Anthem insieme a oltre 300 ricercatori di medicina, economia e ingegneria, che analizza l’impatto dell’invecchiamento sul sistema sanitario e propone una serie di interventi concreti. L’analisi parte con alcuni dati: 14,8 milioni di over 65 oggi, il 25,1 per cento della popolazione, che diventeranno quasi un terzo entro il 2030. E sempre più spesso soli: 6,2 milioni entro il 2043. Nel frattempo, la spesa per la non autosufficienza ha già superato i 30 miliardi l’anno. Il meccanismo tiene, ma grazie a un equilibrio precario. Famiglie, caregiver (sono oltre 8,5 milioni) e badanti che integrano la struttura medica giorno dopo giorno. La spesa privata per l’assistenza sfiora i 45 miliardi, accanto a oltre 140 miliardi di spesa sanitaria pubblica.
“Il sistema attuale non è più sostenibile”, avvertono Sergio Harari e Stefano Paleari, tra gli autori dello studio. Ed è da qui che parte il tentativo di cambiare prospettiva con strategie che si muovono su due direttrici. La prima è tecnologica. Dalle terapie digitali al Fascicolo sanitario elettronico, fino all’uso dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e nella gestione delle patologie: strumenti che permettono di seguire il paziente in modo continuo, anche a distanza. “Permetterà di passare da una medicina a silos a una presa in carico globale del malato”, spiega Guido Cavaletti, prorettore alla ricerca dell’Università di Milano-Bicocca.
La seconda è organizzativa. Significa spostare il baricentro fuori dall’ospedale e costruire una rete più capillare. “Occorre abbattere le barriere tra ospedale e territorio”, sottolinea l’economista dell’Università Bocconi Rosanna Tarricone. L’obiettivo è accompagnare le persone, soprattutto gli anziani, lungo tutto il percorso di cura, anche a casa o in strutture intermedie, evitando passaggi inutili e frammentazioni. Come a dire che l’Italia ha imparato a vivere a lungo. Ora deve imparare a vivere meglio.