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Nello champagne c’è più status che uva

Lo spostamento dei consumi dal vino italiano allo spumante francese riduce il personale e il fatturato delle nostre cantine, mentre arricchisce la Francia. Promemoria per il presidente dei sommelier italiani

22 MAG 26
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Foto Pixabay

“Chi ama lo champagne ama la vita”, ha detto il presidente dei sommelier italiani, Franco Ricci, a margine di un raduno sciampagnistico. Come se noi amanti del Lambrusco, della Bonarda vivace, del Raboso frizzante, del Grechetto dell’Umbria, del Cerasuolo d’Abruzzo, amassimo la morte. E comunque si sappia che chi ama lo champagne ama l’esibizione, ama l’addizione, ama la cementificazione, ama la disoccupazione. Ama l’esibizione del prezzo: nello champagne c’è più status che uva, se costasse poco non se lo filerebbe nessuno. Ama l’addizione del misterioso sciroppino dolciastro denominato “liqueur d’expédition”: quasi tutti gli champagne sono addizionati, colorati, zuccherati, insomma violentati, e l’estimatore del vino vero non può che rabbrividire. Ama la cementificazione del territorio: colpa sua se, appena fuori dal borgo pittoresco, al posto della vecchia vigna di moscato oggi si erge un palazzone (le vigne dei vini snobbati vengono abbandonate e vendute ai distruttori del paesaggio). Ama la disoccupazione e la deprivazione: lo spostamento dei consumi dal vino italiano allo champagne riduce il personale e il fatturato delle nostre cantine, mentre arricchisce la Francia. Il presidente dei sommelier italiani avrebbe dovuto più onestamente dire: Chi ama lo champagne odia l’Italia.