Il cast dell’Odissea e Omero, che non fa ritratti se non di personaggi brutti

L’attenzione per l’opera è un risarcimento per i nostri tempi grami. Omero, Pindaro e Nolan. Suggerimenti a partire dai filologi Pasquali e Pontani

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Continuo a non aver visto il film, e a rallegrarmi della sua risonanza. Che una moltitudine di umani di ogni età e reddito (quasi) leggano o rileggano, in tutto o in parte, l’Odissea, e intanto la commentino a spada tratta, è un risarcimento ai tempi grami. Qui addirittura la si ripubblica, la lettura dell’estate 2026. Del resto l’Odissea ha meritato da tempo un’attenzione paragonabile a quella per la Sacra Scrittura e per il Corano.
Pochi giorni fa il Fatto pubblicava una stringata colonna di recensione di Filippomaria Pontani. Che è figlio di Filippo Maria Pontani (1913-1983), come lui grecista e appassionato cultore e traduttore anche dei poeti greci moderni, e di Anna Meschini (1949-2021), bizantinologa e studiosa dell’umanesimo greco in Italia. Pontani jr (1976), già normalista, docente a Ca’ Foscari, accademico dei Lincei, è il più illustre specialista italiano di Omero.
Lo dico benché non conosca abbastanza tutti gli altri, così come si dice che la Costituzione è la più bella del mondo. Ebbi la fortuna di conoscerlo per un tratto, poi io andai a Odessa (a proposito, Odisseo al femminile, rara buona idea di una zarina), lui non so. Ha compiuto gran parte di un’impresa temibile, che aspettava di essere riaffrontata dal 1855, quando era uscita a Oxford l’edizione degli scoli all’Odissea di Wilhelm Dindorf. In due volumi: quella di Pontani, per le Edizioni di storia e letteratura, ha già contato sei volumi ed è a metà strada. Preceduti da una nutrita introduzione all’edizione critica, “Sguardi su Ulisse” (2005), appena meno specialistica, e pur sempre di 600 pagine (e 70 euro). Gli scoli sono le annotazioni accumulate ai margini dei papiri recuperati alle sabbie egiziane, o dei manoscritti ellenistici, imperiali, bizantini, umanistici dell’Odissea. Cito questa impresa filologica destinata a essere definitiva, alla stregua di quella sugli scoli all’Iliade curata da Hartmut Erbse in sette volumi, usciti fra il 1969 e il 1983. Vale solo ad avvertire del multiforme ingegno di Pontani, le cui opere maggiori non sono pane per i miei denti né della gran maggioranza dei miei quattro lettori e diciannove lettrici. Cui in cambio raccomando una eccellente intervista a Pontani, risalente all’uscita del quarto volume degli “Scholia Graeca…”, sul sito www.letture.org. Sarete entusiasti di scoprire quali notizie si devono soltanto a queste annotazioni a margine.
Ora però viene un piccolo colpo di scena. La breve recensione di Pontani al film di Nolan, per il Fatto, è d’occasione – una posizione contro e una a favore: “E’ proprio nelle varianti narrative rispetto al modello che il film di Nolan mostra la corda, specie per quanto riguarda lo spessore del protagonista”. (Un parere non diverso da quello estesamente espresso, quasi per fatto personale, dalla traduttrice Emily Wilson). Si capisce che chi padroneggi migliaia di pagine sul tema rilutti a impegnarsi in un colonnino su commissione – ma non siamo che all’inizio. Il fatto è che nel luglio di un anno fa, sempre sul Fatto, Pontani aveva pubblicato un più arioso articolo dal titolo: “Quel sadico farabutto di Ulisse: non solo eroe ma ladro e assassino”. Il testo rincarava: “Ulisse fu un assassino, un brutale sanguinario, un mentitore, un traditore, un ladro, vendicativo, manipolatore, sadico, avido e insensibile”, e lo certificava sulla scorta di numerose autorità, da Platone a Seneca, insufficienti tuttavia a neutralizzare l’encomio di Omero: cui, secondo un sofista del III secolo, Ulisse stesso era apparso in sogno promettendogli rivelazioni sulla guerra di Troia a condizione che tacesse i suoi misfatti. Perché la poesia, dice Pindaro, “inganna seducendo coi miti”. (Con imputazioni analoghe la grecista Monica Centanni ha pubblicato una requisitoria “Contro Ulisse”, ed. Salerno, 2021).
Vengo al secondo suggerimento, chissà che qualcuno non ne abbia già parlato. Ha a che fare con l’accanita attenzione riservata all’aspetto fisico dei personaggi, attrici e attori, del film di Nolan. Il gran maestro della filologia classica italiana, Giorgio Pasquali (1885-1952) dedicò nel 1940 un saggio di nemmeno trenta pagine, poi raccolto nelle “Terze pagine stravaganti”, a “Omero. Il brutto e il ritratto”. La lettura è un gran piacere per dotti e indotti, come sempre con Pasquali – che morì a Belluno, travolto sulle strisce da un motorino, per invidia. Spiega, Pasquali, che “fino al V secolo, nello stesso V secolo i Greci vedono e rappresentano come individuale solo ciò che si ribella alla norma, cioè il brutto; il bello è per essi tipico”. E andando all’indietro, non si troverebbe nell’Iliade alcun aiuto a raffigurarci sensibilmente gli eroi e le loro donne. Sono “supposti e spesso detti belli e alti”, ma più spesso la bellezza eccezionale si accompagna a stoltezza e vigliaccheria, e “Paride ed Elena, sono l’uno un vagheggino disutile, anzi fatale alla patria, l’altra la rovina degli Achei e dei Troiani”. Osservava Pasquali che uno studio sulla bellezza nei poemi omerici mancasse ancora e che, a stare ai suoi “assaggi”, immense differenze separano l’Iliade, dove le donne sono solo o schiave o dee, e l’Odissea, in cui nelle “donne di condizione” compare la charis – la grazia? – “qualcosa che rende benevolo chi guarda, lo affascina”. Ma la bellezza degli eroi e delle donne non è mai descritta… Che Elena fosse nera a Pasquali non poteva venire in mente: ricordava che nella donna era apprezzata una carnagione chiara, con un pallore d’avorio. Atena rese Penelope “più bianca di avorio segato”. Segato, pristòs – il poeta sa già dell’elefante. Per trasformare il “biondo” Ulisse in un vecchio cencioso non lo imbianca ma lo rende calvo, e dopo gli accresce la statura e gli dà la forza della giovinezza, “e divenne di nuovo bruno, e si distesero le gote, e scura divenne la barba tutta in giro al mento”. I greci dei tempi omerici rifuggivano dall’immaginare un eroe brutto, e tantomeno che il più brutto degli uomini potesse essere il migliore, come poi sarebbe successo di Socrate. Pasquali lo ripete ne “Il proemio dell’Odissea”, nelle “Stravaganze quarte e supreme”: “… l’arte omerica non dipinge ritratti se non di personaggi brutti e cattivi, Tersite, Dolone, Iro”.
Non era facile provvedere al casting per l’Odissea. Oppure sì, erano tutte e tutti così belli, le persone “di condizione”, da dare licenza totale.