L'Elena nera dell'Odissea di Nolan

 Da tempo le more si sono prese la loro rivincita. Le nuove dive si chiamano Jenna Ortega, Gal Gadot, Margareth Qualley. Il manifesto della svolta fu il caschetto nero dell’eterea Uma Thurman in “Pulp Fiction”, ma cosa significa questa conversione?

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16 MAY 26
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Foto Ansa

“Non Angli, sed angeli”. Quando nel VI secolo Papa Gregorio Magno vide al mercato di Roma gli schiavi anglosassoni, pallidi e biondi, disse che sembravano messaggeri celesti. Quei capelli erano un blasone capace di riscattarne l’infima condizione sociale. La natura, nemica delle eccezioni, non ama il biondo, gene recessivo che scompare al primo incrocio con un capello scuro. Se è sopravvissuto alle disavventure dell’evoluzione, è perché da Afrodite in poi fa perdere la testa agli uomini. Le prostitute ateniesi si tingevano di biondo per assomigliare alla dea della passione, oppure indossavano parrucche comprate a peso d’oro dai popoli nordici.
Tutt’altro che rassicurante, il simbolismo del biondo incarna una dicotomia che governa l’occidente da duemila anni: bionde sono la Vergine Maria, ma anche Eva e la Maddalena. I riflessi di questo colore irradiano purezza e lussuria. Come ricorda Joanna Pitman in “On Blondes”, il biondo fu una tentazione nel Medioevo, un’ossessione nel Rinascimento, un alone di mistero nell’Inghilterra elisabettiana, un terrore mitico nell’Ottocento, un’ideologia negli anni Trenta, un invito sessuale negli anni Cinquanta. Il tempio della biondità novecentesca è stata Hollywood. Marilyn non fu certo l’unica a pensare che gli uomini preferiscono quelle come lei. Le icone del vecchio cinema americano erano necessariamente bionde: Grace Kelly, Kim Novak (Hitchcock era un patito di entrambe), poi Sharon Stone, Michelle Pfeiffer.
Oggi Christoper Nolan annuncia che nel suo kolossal sull’“Odissea”, Elena, la più bionda tra le bionde, sarà interpretata da un’attrice nera. Ma da tempo le more si sono prese la loro rivincita. Le nuove dive si chiamano Jenna Ortega, Gal Gadot, Margareth Qualley. Altro che ossigenarsi i capelli: la bionda per antonomasia della Gen Z, Sabrina Carpenter, se li è scuriti fino al corvino. Il manifesto della svolta fu il caschetto nero dell’eterea Uma Thurman in “Pulp Fiction”. Perché? Che significa questa conversione? La bionda, che ormai resiste solo come fenomeno di nicchia reazionaria (Sydney Sweeney), è sempre stata eccessiva, difficile da catalogare: angelo o meretrice, vergine o tentatrice, fede o scandalo. Ha uno spessore metafisico che la sottrae al mondo ordinario e la trasporta in una regione di beatitudine e rischio. La mora, invece, non pretende questo sforzo. Può essere desiderabile senza essere fatale. Alleata della natura nel tentativo di estinguere quel surplus di seduzione, la Hollywood degli ultimi trent’anni ha capito che i maschi moderni non vogliono più vivere pericolosamente, e preferiscono essere confortati. Nel cast di Nolan si è salvata soltanto la biondità di Charlize Theron nei panni di Calipso. Per quanto da ragazzi si tifasse perché Ulisse restasse con lei, alla fine dovrà tornare alla Penelope di Anne Hathaway. Poteva andargli peggio, certo. Fatto sta che agli uomini pantofolai piacciono le bionde, ma poi sposano le more.