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di Antonio Gurrado

Sul perché si diventa scrittori

Scrivere libri è una specie di scalinata in cui la penna sarà il bastone ma a ogni gradino c’è una carota
di
28 FEB 20
Immagine di Sul perché si diventa scrittori

Antonio Pennacchi (foto LaPresse)

Ma allora non c’è speranza! Mi sono sempre chiesto perché uno debba voler diventare scrittore e mi sono sempre risposto con la strategia dei traguardi intermedi. Sarebbe: uno inizia a scrivere per poter fare un lavoro meno faticoso; dopo di che, continua a scrivere per arricchirsi vendendo sempre più copie; quindi continua ancora per diventare così famoso da potersi permettere di dire ciò che gli pare; poi per riscuotere in vita la gloria concreta, gli applausi, le ospitate, premi su premi. È una specie di scalinata in cui la penna sarà il bastone ma a ogni gradino c’è una carota. Oggi però ho letto l’intervista ad Antonio Pennacchi sul Corriere e la mia convinzione ha vacillato. Pennacchi mi piace, Pennacchi ha tutto, Pennacchi è arrivato in cima alla scalinata: ha smesso di fare l’operaio; ha firmato fior di bestseller; ha potuto permettersi di rimanere se stesso; ha vinto lo Strega dieci anni fa, ripeto dieci anni fa. Eppure è ancora lì che scrive e ammette candidamente che non gli piace affatto, va avanti – per inerzia, per senso del dovere, per sovrabbondanza di parole nell’anima – senza saper spiegare bene il perché. E io credevo che uno volesse diventare scrittore per poter smettere di scrivere.

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