di Antonio Gurrado
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"In ognuno di noi c'è lo stupro". Concita Borrelli, l'indignazione collettiva e il tabù della violenza
Lo sdegno per le parole improvvide della giornalista rivela come ci sentiamo: una specie che oramai si pensa come progredita al massimo grado, salvo sentire all’improvviso smascherata la propria ineliminabile animalità di fondo
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18 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:40 PM

Foto Ansa
Certo sono state improvvide le famigerate parole di Concita Borrelli, il cui ragionamento nel complesso lasciava a desiderare; tuttavia l’unanime e repentina reazione di sdegno può rivelare, nella sua intensità, qualcosa di più significativo e profondo rispetto alla sterile polemichetta in sé. Dire che nella sfera sessuale di ciascuno di noi c’è lo stupro non è solo una riproposizione, benché confusa, del principio “I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno”, reso celebre dal titolo del libro di Robert Simon su stupratori e serial killer (fu tradotto anni fa per Raffaello Cortina). È più ancora un’implicita e un po’ leggera presa di coscienza di quanto l’inconscio sfugga al nostro controllo, nonché di come l’istinto contempli violenza e assassinio quali naturali soluzioni volte a soddisfare i nostri impulsi.
Sembra dunque una confusa ammissione del fatto che il progresso della civiltà non annichilisca il residuo di disagio dovuto al dover adeguare alla vita in comune la parte oscura della nostra psiche – non lo dico io, lo dice Freud – oppure un’esortazione a rassegnarci all’idea che, come la nostra bramosia naturale ci induce a voler ammazzare tutti gli altri, tutti gli altri vorrebbero parimenti ammazzare noi – e questo lo diceva già Hobbes quattrocento anni fa, benché in una prosa un po’ più fiorita. Mi domando pertanto quanto dell’insurrezione collettiva conseguita alla frase incriminata sia da ascriversi ai modi in cui è stata formulata e quanto, invece, non sia segno dell’irritazione collettiva di una specie che oramai si pensa come progredita al massimo grado, salvo sentire all’improvviso smascherata la propria ineliminabile animalità di fondo. È la rabbia di Calibano che scorge il proprio volto riflesso nello specchio: il volto di un animale che guarda “Porta a porta”, ma resta pur sempre un animale.
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