Ode a Starbucks. Non americano ma nemmeno amatriciano: antropologia del frappuccino a Roma

Emergenza caffè bruciato. In questo paradosso di città, che è insieme la più bella e la meno glamour al mondo, finanche l’espresso della catena di Seattle angoscia meno della tazzina di nove bar su dieci
2 DIC 23
Ultimo aggiornamento: 08:22
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Lo Starbucks ai piedi di Montecitorio c’entra niente con la grandeur di piazza Cordusio. Col Reserve Roastery di Milano e la gigantesca torrefazione. Ché se lassù, si sa, è sempre questione di esperienza – experience – a Roma è tutto un fatto di emergenza. Ivi inclusa emergenza caffè. Niente di straordinario, per carità, roba del paese nostro. L’emergenza è quella di un semplice espresso che non allappi come in un qualsiasi bar del centro. Perché in quell’arte oramai scontata che è il parlar male della città, fra cinghiali uccellacci e tassì (peggio dei gabbiani, a Roma, solo i tassisti) sempre si dimentica un primo attore del centro storico. Ovvero il caffè bruciato (per non dire del cappuccino che sa di detersivo). E insomma quel che accade è che in questo paradosso di città, che è insieme la più bella e la meno glamour al mondo, finanche l’espresso Starbucks angoscia meno della tazzina di nove bar su dieci. Finanche il bar di Seattle, da piazza del Popolo a piazza Venezia, è una toppa sul buco. Un’isoletta di marmo e design modesto – senza Marcel Wanders, come a Milano – che da maggio 2023 se ne sta in via della Guglia 56. A un passo dal parlamento – ma senza parlamentari – e con utenza insolita. Chi entrasse per frappuccini, iced coffee, tè nei cartoni, lo colpirebbero due creature: l’uomo in rosso che spruzza il Cif; il ragazzo seduto al tavolo col Mac acceso. Eppure il fatto davvero strano, qui, è che gli studenti indigeni si mischiano ad alloctoni con aria più stanziale che non turistica. Saranno anche loro studenti erasmus? Sarà che l’uomo è ciò che mangia (e beve) e sarà dunque che i turisti li attraggono i cappucci al detersivo? Chissà. Certo è che in questo posto incongruo, che non è amore ma non per questo è da buttare, c’è tutta la morale del centro storico. Tutt’altro che glam, appunto, col ragazzo infelpato e l’inserviente che per policy (o per reazione ai nove su dieci bar) pulisce. E sì che vedere pulito è meglio che veder pulire, ma non chiediamo troppo. Ché a Roma – questa la morale – il meglio è sempre nemico del bene.