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"OBBLIGATORIO". Per la legge elettorale, Meloni impone la presenza ai suoi ministri e le primarie alla sinistra
La presidente del Consiglio invia un messaggio ai ministri del suo governo, tutto in maiuscolo: bisogna votare la legge elettorale in Aula. Passa il primo scrutinio alla Camera, tutti terrorizzati dalla leader. A Nordio dice: "Ricandidati". La sinistra osserva e si prepara dopo la mossa di Conte. Ma la Ue rovina la festa sulla flessibilità
2 OTT 26

Giorgia Meloni - foto LaPresse
"OBBLIGATORIO", tutto maiuscolo. Letto il messaggino sul cellulare, i ministri devono aver fatto un verso. Come il tappo che salta da una bottiglia. "Presentarsi in Aula alla Camera". Firmato Palazzo Chigi. Seguiva, vagamente minaccioso: "I ministri assenti dovranno giustificarsi direttamente con il presidente del Consiglio". E così ieri mattina a Montecitorio, per il primo voto segreto sulla legge elettorale, si è assistito allo spettacolo raro del governo al gran completo. Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia, arriva trafelato (chi lo insegue? "Non è lo spread, giuro"). Francesco Lollobrigida, ministro dell'Agricoltura, dice che "con me non serve nessun messaggio. Sono un soldato... io". Tutti precettati. Tutti presenti. Giorgia Meloni temeva – e teme ancora – lo "svaccamento", parola di indubbia nobiltà zootecnica che a Palazzo Chigi descrive con esattezza lo stato d'animo di una maggioranza a fine legislatura. Ma il voto passa, e ora l'opposizione capisce che dovrà fare le dolorose primarie.
Il risultato, 229 no contro 151 sì, ripaga l'apprensione con gli interessi. Sulla carta la maggioranza disponeva di 222 voti, come fa notare con soddisfazione contabile Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d'Italia, che aveva passato la mattina a controllare i movimenti delle mani dei colleghi mentre votavano. Ne sono arrivati sette in più, di voti, da quell'indirizzo sconosciuto e affollatissimo che è lo scrutinio segreto. I vannacciani? "No, sarà stato il solito Calenda", maligna Angelo Bonelli. Lunedì si ricomincia con le fiducie, il voto finale è atteso giovedì. Buona la prima, per Giorgia Meloni. Anche se la giornata è stata funestata da due scivoloni.
In mattinata il viceministro dell'Economia Maurizio Leo, davanti alla giunta di Confartigianato, avverte che con misure un po' disinvolte si rischia il tracollo: "Ricordate cosa è successo in Grecia". Nel pomeriggio, con una nota, scopre che dalla Grecia ci separano "anni luce". Il più rapido default e la più rapida ripresa della storia europea, consumati fra l'aperitivo e il caffè. Intanto a Bruxelles la portavoce della Commissione, Paula Pinho, accoglie la richiesta di flessibilità annunciata da Meloni con urbanità da sportello: "Abbiamo già dato più flessibilità agli stati membri". L'Europa dava così quasi ragione al Leo del mattino, e a Meloni tornava in mente lo svaccamento. Contro questo male Palazzo Chigi conosce una sola terapia, la presenza sorvegliata ("non posso essere sempre solo io a faticare"). Per questo ieri erano precettati tutti i deputati, molti dei quali hanno già la testa nei collegi, a contare preferenze che non hanno ancora raccolto. E per questo negli ultimi giorni il presidente del Consiglio ha accompagnato il maiuscolo con la carezza, rassicurando molti, compreso Carlo Nordio, che saranno tutti "ricandidati, ovviamente", se lo vorranno.
E la sinistra? Alla Camera, ieri, osservava. Nel senso tecnico della parola, come gli osservatori dell'Osce spediti nei paesi lontani a vigilare sulle elezioni altrui. Enzo Amendola, deputato del Pd ed ex ministro per gli Affari europei, riassume la missione con il distacco del diplomatico in trasferta: "Vediamo che fanno". Solo che gli osservatori dell'Osce poi ripartono, questi del Pd restano. E la legge che guardano passare decide anche come dovranno scegliersi il candidato premier, perché se giovedì arriva in porto il centrosinistra dovrà indicarne uno, e dunque fare le primarie. Così, mentre la destra vota, la sinistra si accomoda sui divanetti del Transatlantico e discute di come farle, queste benedette primarie, con un turno o con due, con quanti candidati, online con lo Spid o solo ai gazebo.
E discute della proposta di Giuseppe Conte, che ai cronisti ripete di essersi detto disponibile a un nome terzo, né lui né Elly Schlein, offerta accolta al Nazareno con l'espressione che si riserverebbe a una lumaca trovata nell'insalata. A rendere l'idea del tramestio, ieri era Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd e ombra della segretaria: zampettava come un tordo sulle siepi di divanetto in divanetto del Transatlantico compiendo in poche ore il periplo completo delle correnti del Pd. Si ferma da Lorenzo Guerini, capofila dei riformisti. Poi da Andrea Orlando, ex ministro, che gli risponde con ampi sbracciamenti. Poi da Matteo Orfini, ex presidente del partito. Infine va a riferire. Schlein riceve nel salottino dei fumatori, da cui si alza soltanto per andare a votare. La Direzione del Pd è convocata per oggi. E insomma Meloni ha imposto la presenza ai suoi ministri con un messaggio in maiuscolo, e con la legge elettorale impone le primarie ai suoi avversari. Ai primi è bastato un WhatsApp. Per i secondi ci vorrà la Gazzetta Ufficiale, ma il tono è lo stesso. OBBLIGATORIO.

