Politica
L'editoriale del direttore •
Su cosa giudicare il record di longevità del governo Meloni
Sull’ordinario, il governo fatica a raggiungere la sufficienza. Ma in un’epoca di sfide non ordinarie, un governo si giudica su altro. Sulle scelte di campo. Come l’Ucraina. Il vero successo (non rivendicato) dei 1.413 giorni di Meloni a Palazzo Chigi
4 SET 26

Giorgia Meloni (foto Ansa)
Promossa o bocciata? Il record di longevità del governo Meloni è qui di fronte a noi, molti auguri, e aver trasformato la stabilità in un sinonimo di italianità è un risultato mica da poco in una stagione traballante come quella vissuta dall’Europa negli ultimi tempi, in cui anche in paesi solidi, affidabili e, per così dire, stabili i primi ministri sono caduti giù con la stessa velocità con cui un tempo in Italia si cambiavano sottosegretari.
Il record di stabilità non è solo un numero astratto ma è anche un numero che si accompagna a sua volta ad altri dati, come quelli del costo del debito, come quelli degli investimenti dall’estero, che permettono di capire cosa ci guadagna un paese a non vivere come in un corpo che singhiozza, per quanto anche le legislature ballerine abbiano permesso all’Italia di trovare una propria formidabile stabilità riformista, in nome del trasformismo. Ma quando un governo arriva a un traguardo importante per capire come è arrivato a questo obiettivo può essere utile non soffermarsi su un singolo dettaglio, può essere utile uscire dallo screenshot del momento e allargare l’inquadratura per cercare di offrire al lettore un piccolo bilancio, senza retorica, ma con qualche fatto. Il tema in fondo è quello: promossa o bocciata? Il punto di partenza non può che essere legato al punto d’arrivo: per essere un governo che ha governato così a lungo, con una maggioranza così larga, un’opposizione così debole, una mole di denaro europeo così imponente, è difficile sostenere che il governo abbia fatto tutto ciò che avrebbe potuto fare per trasformare la stabilità in un sinonimo non solo di italianità ma anche di fecondità. In quattro anni, il governo Meloni ha collezionato una crescita bassa, una pressione fiscale alta, un debito pubblico alto, una produzione industriale fiacca, un costo dell’energia ancora tra i più alti d’Europa, senza che questo abbia stimolato il governo ad agire con tempismo su temi cruciali come potevano essere il nucleare o l’efficientamento del sistema che regola le rinnovabili. E tutti questi, ovviamente, sono dati che, da soli, aiutano a mostrare il bicchiere mezzo vuoto.
Se i quattro anni passati al governo fossero stati anni ordinari, sarebbe lecito valutare il governo Meloni con strumenti ordinari. Ma gli anni passati al governo da Meloni non sono stati anni ordinari e per questo occorre fare uno sforzo e valutare il record meloniano con la lente della straordinarietà. Dove per straordinarietà si intende prima di tutto Ucraina. Per chi ha a cuore i valori non negoziabili di una società aperta, l’Ucraina, dal 2022, è una delle stelle intorno alle quali ruotano i valori non negoziabili delle democrazie liberali. E di conseguenza, la vicinanza e la lontananza dall’Ucraina possono essere uno strumento per misurare altri elementi da cui passa la valutazione di un’azione politica. Il rapporto con l’Europa, gli argini contro gli estremisti, il legame con l’America di Trump, la difesa dell’occidente, la battaglia contro gli esportatori del terrore. In questi anni, l’Italia di Meloni, rispetto al tema della difesa dell’Ucraina, non ha fatto tutto il necessario, ma ha fatto tutto ciò che era sufficiente fare per collocare il governo Meloni dalla parte giusta della storia. E la scelta di campo della premier, a cascata, ha spinto il percorso del governo verso una direzione più europeista rispetto anche alle previsioni più ottimistiche, fino al punto da arrivare a sostenere una Commissione europea di cui un ex ministro del governo Meloni è vicepresidente, Raffaele Fitto, e che Meloni ha scelto di sostenere anche a costo di dover abbracciare in Europa partiti non esattamente amati: centristi, liberali, socialisti. E’ stata europeista Meloni sulla difesa dell’Ucraina, anche se meno volenterosa rispetto ad altri paesi. E’ stata europeista nell’approccio sull’immigrazione, anche se con molte venature di demagogia. E’ stata europeista nel sostenere gli accordi di libero scambio, anche se la scelta del superamento del criterio generale dell’unanimità nelle istituzioni europee è stata sempre rigettata da Meloni. E’ stata europeista nel rapporto con la Cina e la scelta di rompere il memorandum scellerato firmato dal governo Conte-Salvini con Pechino è stato forse uno degli atti più coraggiosi del governo Meloni. E’ stata europeista anche nel rapporto con Trump, in fondo, e alla fine dei conti ogni volta che l’Italia di Meloni si è ritrovata a scegliere se assecondare le istanze dei Maga o se abbracciare la difesa dell’Europa la scelta è sempre stata quella giusta e ha coinciso con il sostegno all’Europa – e il consenso che sta maturando attorno al farsesco e minaccioso antieuropeismo trumpista in versione bagna cauda vannacciana in fondo è la spia dello spazio dell’antieuropeismo che il governo Meloni, nei fatti, ha per fortuna lasciato sguarnito.
Si possono spendere fiumi di inchiostro su mille dettagli che riguardano i quattro anni e passa del governo Meloni, sulla sua classe dirigente non all’altezza, sugli errori fatti sul referendum sulla giustizia, sulle occasioni perse per trasformare il Pnrr in un motore di sviluppo, sulle bucce di banana calpestate sui temi fiscali, sul luddismo applicato ai temi dell’innovazione, sul disastro dell’Ilva, riequilibrato però dal salvataggio di mercato di Ita e di Tim. Ma i quattro anni di Meloni, per essere giudicati, devono essere contestualizzati all’interno della straordinarietà degli anni in cui siamo immersi, nella straordinarietà di una stagione in cui ciò che davamo per scontato non lo è più, nella straordinarietà di una fase storica in cui scegliere da che parte stare non significa più scegliere se essere a favore o no di una riforma. Significa essere o no a favore dei valori non negoziabili di una società aperta. Significa essere o no a favore della difesa dei confini della nostra democrazia. Significa essere disposti a difendere l’Europa da chi la vuole più debole, più vulnerabile, più esposta agli estremismi del terrore. E se si giudicano i quattro anni di governo Meloni su tutto ciò, anche se Meloni ha scelto di non puntare su questo tema nelle celebrazioni dei suoi quattro anni, perché agire con forza sull’Ucraina è doveroso, parlarne con nettezza in campagna elettorale è più difficile, il voto non sarà alto, perché aver fatto il necessario non significa aver fatto abbastanza, ma il voto finale non può che essere positivo. E in un’Italia in cerca di argini, per contenere le ondate, avere avuto per quattro anni un governo che ha fatto da muro alla propaganda putiniana e agli estremismi antieuropeisti non è tutto ma non è poco. Ben scavato.