Le radici del miracolo italiano, in un’Europa dominata da governi instabili

Cinque premier in otto anni a Londra. Sei capi di governo in cinque anni in Francia. Governi di minoranza in Spagna. E l’Italia? Oltre Meloni c’è di più. Indagine breve sulle virtù inconfessabili di un inaspettato modello italiano

23 GIU 26
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Foto ANSA

C’è un miracolo italiano, piccolo ma significativo, che ci ostiniamo a sottovalutare e che diventa periodicamente manifesto ogni volta che ci capita di mettere il naso fuori dal nostro paese. Il miracolo italiano, dai contorni naturalmente da definire, lo si vede con chiarezza quando si osserva cosa succede nel Regno Unito, cosa succede in Francia, cosa succede in Spagna, cosa succede in Germania, cosa succede in Olanda, cosa succede in Portogallo e, per capire di cosa stiamo parlando, ma forse lo avrete già intuito, vale la pena mettere insieme alcuni fatti e alcuni numeri. Il Regno Unito, ieri, con le dimissioni di Keir Starmer da primo ministro, ha toccato un record: cinque primi ministri in otto anni. Prima di Starmer è stata la volta di Rishi Sunak, prima di lui di Liz Truss, prima di Truss è stato il turno di Boris Johnson, prima di Johnson, Theresa May. Media: circa due anni a testa. Storia simile, se ci si pensa un istante, anche in Francia. Emmanuel Macron, lo sappiamo, è al secondo mandato, dunque la presidenza della Repubblica ha una sua stabilità oggettiva, ma negli ultimi cinque anni a Matignon si sono succeduti sei primi ministri, a un ritmo che non ha eguali nella storia recente della Repubblica francese. Si sono succeduti Jean Castex, poi Élisabeth Borne, poi Gabriel Attal, poi Michel Barnier, poi François Bayrou e chissà se Sébastien Lecornu riuscirà ad arrivare alle prossime elezioni. L’Austria, dal 2021 a oggi, ha avuto quattro cancellieri: Sebastian Kurz si è dimesso nell’ottobre 2021, dopo di lui è arrivato Alexander Schallenberg, rimasto cancelliere per meno di due mesi, quindi è stata la volta di Karl Nehammer, poi, dopo le elezioni del 2024 e le difficili trattative, nel 2025 è tornato per poche settimane Schallenberg, e oggi al governo c’è Christian Stocker. L’Olanda ha visto cadere due governi, Rutte IV nel 2023 e Schoof nel 2025, entrambi sull’immigrazione, ed è tornata più volte al voto anticipato.
La Danimarca è andata al voto anticipato con lo stesso premier ma con un governo di minoranza. La Bulgaria, negli ultimi cinque anni, ha tenuto otto elezioni parlamentari dall’aprile 2021 all’aprile 2026. La Spagna di Pedro Sánchez ha da due legislature un governo che fa leva su un Parlamento nel quale non ha una maggioranza autosufficiente e che per questo dal Bilancio 2023 non riesce ad approvare una nuova legge di Bilancio. In Germania una coalizione molto litigiosa costringe il cancelliere Friedrich Merz a occuparsi sempre più di alchimie parlamentari e sempre meno di politica estera. E mentre l’Europa, in questi mesi, in questi anni, ha fatto dei passi da gigante per italianizzarsi, con elezioni che hanno risolto poco o nulla (Bulgaria, Kosovo, Paesi Bassi), governi di minoranza o a geometria variabile (Spagna, Danimarca, Portogallo, Norvegia, Svezia), premier fatti fuori dal proprio partito come un tempo accadeva nella Dc (Regno Unito, Austria, Irlanda), parlamenti paralizzati (Francia, Belgio, Irlanda del nord, in parte anche la Germania), mentre accadeva tutto questo il miracolo italiano è stato quello di aver contrapposto a una dilagante instabilità europea una stabilità che ha molte origini, molte radici e che non si può spiegare solo concentrandosi sul nome e il cognome di Giorgia Meloni. La stabilità italiana nasce naturalmente da una maggioranza netta uscita dalle elezioni del 2022, da una coalizione litigiosa che è stata in grado di governare le tensioni, da un’opposizione debole che non è mai riuscita a mettere in difficoltà la maggioranza. Ma nasce anche grazie a un mix politico virtuoso al centro del quale vi sono ingredienti che spesso ci rifiutiamo di osservare con attenzione.
La stabilità dell’Italia, che è fatta anche di una capacità unica di governare l’instabilità, nasce anche perché i partiti italiani litigano su tutto, o quasi, ma sui fondamentali poi, quando si trovano al governo, faticano a fare a pugni con la realtà. La stabilità italiana, che è fatta anche di una capacità unica di trasformare in punti di forza formidabili le divisioni che in altri paesi porterebbero a scollature, è fatta anche di piccoli, costanti e inconfessabili trasformismi che spingono coloro che si trovano al governo a essere spesso in continuità su alcuni punti con i governi precedenti. La stabilità italiana, che è fatta anche di coalizioni che spesso sono costrette a strillare per nascondere scelte di buon senso che non possono rivendicare di fronte ai propri elettori, è la spia di un fenomeno interessante che ha contraddistinto negli ultimi anni le principali forze politiche italiane. I governi ballerini, i parlamenti frammentati, i primi ministri vacillanti non si trovano ovunque. Ma tendono di solito a trovarsi in quei paesi in cui vi sono forme di populismo così estreme o così latenti da costringere i principali partiti, di governo e d’opposizione, a sforzi creativi che mettono a repentaglio il proprio equilibrio. Dove c’è instabilità, di solito, c’è una forma latente di populismo che la politica fatica a governare. Dove c’è stabilità, di solito, c’è una forma di populismo latente che la politica però riesce a governare. Il caso dell’Italia, da questo punto di vista, è un caso significativo perché, per quanto i principali partiti siano attraversati da forme profonde di populismo, negli ultimi cinque anni l’Italia, in attesa di vedere che fine farà il partito di Roberto Vannacci, non ha avuto, tra i partiti guida delle coalizioni, di destra e di sinistra, forme di populismo simili a Reform Uk (Regno Unito), AfD (Germania), Vox (Spagna), Rassemblement national (Francia) e Fpö (Austria).
Tracce di populismo europeo ci sono anche in Italia, ovvio, e da questo punto di vista il partito di Vannacci avvicina drammaticamente l’Italia all’Europa in termini di populismo estremista, ma sui fondamentali in fondo le coalizioni di destra e di sinistra, pur a fatica, in questi anni hanno fatto i conti con la realtà, non hanno costruito un dialogo organico ma hanno trovato alcuni dossier sui quali non rompere il tavolo: dall’attuazione del Pnrr ereditato dal governo Draghi alla riforma di Roma Capitale, dove una parte dell’opposizione non ha votato contro, fino al sostegno all’Ucraina, sul quale centrodestra e centrosinistra, a parte M5s e Avs, continuano a votare insieme, per ritrovarsi persino unite nella critica al trumpismo (vedremo quanto durerà ma pochi paesi in Europa hanno una maggioranza e un’opposizione così critiche con Trump). Il miracolo della stabilità italiana non si è trasformato in un miracolo economico ma le ragioni che hanno portato a fare dell’Italia un miracolo in termini di stabilità dovrebbero spingere a ragionare sul futuro intorno a quattro temi importanti.
Primo: smetterla di demonizzare il trasformismo all’italiana. Secondo: non vergognarsi di trovare continuità sui princìpi non negoziabili della politica estera tra centrodestra e centrosinistra. Terzo: ricordarsi quanto assecondare il populismo generi incertezza, confusione, caos e instabilità, e in fondo i disastri del Regno Unito nascono da un atto supremo di populismo, che è stata la Brexit, a seguito della quale sono caduti come birilli non solo primi ministri a Londra ma anche fondamentali economici. Quarto: chiedersi se non valga la pena offrire un boost, come si dice, alla stabilità italiana con una legge elettorale certamente imperfetta ma che potrebbe aiutare il nostro paese ad allontanarsi ancora di più dall’italianizzazione della politica europea. Non basta la stabilità per governare un paese. Ma capire quali sono le ragioni che hanno portato l’Italia a essere stabile può aiutare chi governerà in futuro a comprendere le ragioni per stare lontano dai populismi e per trasformare il miracolo italiano non in un sinonimo di immobilismo, ma in un’occasione formidabile, finalmente, di crescita e di opportunità. Chissà.