Politica
L'editoriale del direttore •
La destra estrema odia il melonismo
Afd in Germania. Le Pen in Francia. Trump in America. E Vox e Vannacci. Per studiare la longevità di Meloni occorre prendere sul serio le ragioni per cui gli estremisti di destra non amano il suo modello. Lo ammette anche Rep.
1 SET 26

Foto LaPresse
Per provare a capire qualcosa di più sull’identità politica di Giorgia Meloni, dopo quattro anni di governo, può essere utile tentare un piccolo esperimento solo apparentemente controintuitivo: capire il profilo non populista con cui Meloni festeggia il suo record di longevità governativa attraverso le parole di un leader di estrema destra riportate con precisione da una brava giornalista su un quotidiano antimeloniano ben schierato sulla fascia sinistra. Il quotidiano in questione è Repubblica, la giornalista in questione è Tonia Mastrobuoni, il leader di estrema destra è Ulrich Siegmund, leader trentacinquenne in ascesa nell’AfD con buone possibilità di affermarsi alle prossime elezioni regionali in Sassonia, e la frase da cui partire è quella riportata ieri da Rep., attribuibile all’entourage di Siegmund: “La melonizzazione è una parolaccia”. Il punto è chiaro. Se vuoi proporre agli elettori di destra una piattaforma orgogliosamente estremista, fondata sul radicalismo e non sulla moderazione, non puoi che promettere agli elettori, sia quelli bruni sia quelli rossi, di essere pronto a fare di tutto per non ascoltare le sirene dell’europeismo e per non cedere in nessun modo alla cultura dei compromessi. Per un leader di destra estrema, Meloni non può che essere una minaccia perché dimostra che la destra un tempo estrema per governare non può essere estrema e non può che provare a considerare l’Europa come una fonte di opportunità e non di problemi. Non è un caso che nell’ottobre 2022, quando Meloni arrivò al governo, Alice Weidel salutò positivamente la nascita in Italia di un governo di centrodestra. E non è un caso che già due anni dopo, il 24 maggio del 2024, il copresidente dell’AfD, Tino Chrupalla, rovesciò completamente il giudizio, sottolineando la vicinanza eccessiva di Meloni all’Ucraina, sottolineando il rapporto forte di Meloni con l’Ue, sottolineando l’impostazione non estrema di Meloni sull’immigrazione e arrivando a dire che da noi, nell’AfD, “questa melonizzazione non avverrà”.
Studiare il bilancio fatto dalle destre estreme europee sul governo Meloni può aiutarci a capire qualcosa in più su quello che è stato probabilmente il vero elemento sorprendente della stagione meloniana, una stagione dominata dalla prudenza, a volte dall’immobilismo, ma in cui il governo Meloni di fronte agli estremismi è stato più un argine che una valvola di sfogo. Bisognerebbe chiedersi perché la destra estrema tedesca consideri Meloni un modello da non seguire. E bisognerebbe chiedersi perché, in questi quattro anni di governo, le destre estreme sono entrate in conflitto con una destra non più estrema come quella incarnata da Giorgia Meloni. Il rapporto conflittuale con Donald Trump, naturalmente, è parte di questa storia, ed è parte di questo percorso. Ma accanto a questa storia ce ne sono altre che meritano di essere raccontate. Marine Le Pen, che inizialmente aveva salutato con favore l’arrivo al governo di Meloni, osserva da anni Meloni con sospetto, da quando Meloni ha scelto di abbracciare sempre con più forza l’Ucraina e da quando Meloni ha scelto di combattere l’immigrazione illegale non trasformando l’Europa in un bersaglio ma trasformandola in un’alleata. Una storia simile, in questi anni, è stata quella che abbiamo visto in altre due partite interessanti.
La prima, quella più scivolosa, è stata il rapporto con Viktor Orbán. Meloni ha fatto molto per cercare di difendere Orbán, arrivando anche a prestare il suo volto per aiutare l’amico Viktor in campagna elettorale, ma nei fatti la destra di Meloni è stata in Europa alternativa a quella di Orbán, come dimostrano le infinite battaglie combattute a Bruxelles sulle sanzioni alla Russia. La seconda storia, suggestiva e sottile, è quella che riguarda il rapporto con Vox. Con il leader di Vox, Meloni ha un rapporto di amicizia personale, a gennaio la premier è stata fotografata in Spagna alla guida di una Mini in compagnia di Santiago Abascal, ma il dato politico che resterà di questi anni di governo è che nel 2022, quando Meloni non era ancora al governo, Fratelli d’Italia e Vox si trovavano nello stesso gruppo politico europeo, Ecr, ma una volta registrato l’avvicinamento di Fratelli d’Italia a Ursula von der Leyen Vox ha colto la palla al balzo per distanziarsi politicamente da Meloni andando in un altro gruppo europeo: i Patrioti. Nel giugno del 2024, Éric Zemmour, altro campione della destra nazionalista, in Francia, disse che Meloni stava tradendo i suoi elettori, che stava facendo “l’europea per salvare i conti”. Nel luglio 2025, uno degli ideologi di riferimento della destra estremista austriaca, Martin Sellner, ha accusato Meloni di presentarsi come una finta leader di destra che agisce nell’interesse di una “agenda migratoria globale”. A tutto questo, naturalmente, non possiamo non aggiungere un fattore interno, un fattore italiano, che rappresenta allo stesso modo un punto di forza e un punto di debolezza nel percorso di moderazione del melonismo. Il fattore, naturalmente, si chiama Roberto Vannacci.
Per la destra che si proietta al futuro, Vannacci è un test importante per capire fino a che punto la destra non estremista di governo è disposta ad arrivare per provare a non perdere le prossime elezioni. Per la destra che si proietta verso il recente passato, però, Vannacci è una spia che segnala un tema difficile da non cogliere. Se è vero, come raccontano i sondaggi, che Vannacci ha un suo spazio a destra è perché Vannacci è riuscito a riempire un vuoto politico lasciato sguarnito dalla destra di governo. Ma se è vero che Vannacci, con la sua decima feccia, è il simbolo di tutto ciò che la destra estremista ha seminato nel passato, è anche vero che Vannacci trae un certo beneficio dalla presenza sulla scena pubblica di una destra che poteva essere estremista e invece, al governo, per stessa ammissione delle destre più estreme, non è stata estremista sui temi che più stanno a cuore alle destre estremiste: rapporto con l’Europa, gestione dell’immigrazione, sostegno all’Ucraina, lontananza dal putinismo. Gli errori del governo, in questi quattro anni, ci sono stati e sono stati tanti. Ma se si vuole provare a ragionare su ciò che si porta dietro di sé Meloni con il record di durata che verrà toccato il 4 settembre, forse varrebbe la pena ascoltare per una volta cosa dicono le destre estreme su Meloni e concentrarsi sul punto vero: sugli errori che in questi quattro anni sono stati dettati dal poco coraggio e non dal troppo estremismo.
