Politica
il retroscena •
Meloni, Crosetto, Fitto, La Russa: ecco i “quirinabili” della destra
Fini: “Normale che FdI pensi al Colle”. Tutti i papabili pronti a correre per il Quirinale. Rotondi: "Ma gli equilibri si trovano solo alla fine, per sfinimento". Centrodestra ancora in cerca della quadra sulla legge elettorale (che rischia di slittare)

“Ma secondo lei il primo governo con un premier di destra, con il primo partito della coalizione di destra, non deve pensare al Quirinale? Sono sinceramente sconfortato dalla banalità delle reazioni a una domanda posta in maniera intelligente”. Gianfranco Fini legge con queste poche, sibilline parole l’intervento fatto dalla premier Giorgia Meloni in tv da Nicola Porro. Quello in cui ha evocato la possibilità di “rompere un tabù” ed eleggere un presidente della Repubblica “non di centrosinistra”. I “quirinabili”, dentro FdI, sono svariati. “Ma spesso i quirinabili sono sconosciuti perché gli equilibri si costruiscono per sfinimento”, racconta Gianfranco Rotondi. “Sicuramente Meloni capo dello stato parte con gli sfavori dei precedenti, ma lei è una fantastica eccezione”. A destra prosegue la ricerca della quadra sulla legge elettorale e sulle preferenze. Ma il testo rischia di slittare in Aula.
Nei capannelli alla Camera, attorno ai deputati meloniani, serpeggia la grande domanda: chi sono i quirinabili del centrodestra? “Meloni, Tajani, Crosetto, Fitto, La Russa, Mantovano. Tutti i nomi che fate vanno bene”, dice un deputato di FdI. Il quale si spinge a notare un dettaglio non da poco. “Nel 2029, ovvero quando si eleggerà il prossimo presidente della Repubblica, il mandato di Raffaele Fitto alla Commissione europea sarà in scadenza”. Tra i nomi che secondo alcuni potrebbero prendere quota, tra tre anni, c’è anche quello di Giulio Tremonti. Sicuramente rispetto alla rosa di nomi presentata dal centrodestra ha perso terreno l’ipotesi Carlo Nordio, nel frattempo diventato ministro della Giustizia. Marcello Pera? Si vedrà. A Forza Italia continua ovviamente a piacere l’ipotesi Letizia Moratti ma per adesso sono discorsi “assolutamente prematuri”. E la Lega? C’è chi sottotraccia tende a sottolineare che nomi “istituzionali” li avrebbe anche il Carroccio. A partire dal presidente della Camera Lorenzo Fontana. Ma anche il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli.
Come spiega Gianfranco Rotondi, decano del Parlamento, ultimo vero erede Dc ma eletto nelle file di Fratelli d’Italia, “tanto a destra quanto a sinistra i quirinabili sono sempre sconosciuti, perché gli equilibri si costruiscono solo alla fine, per sfinimento. Più che altro si possono enumerare quelli che avrebbero il rango per essere eletti presidenti della Repubblica. A destra ce ne sono tanti ma ovviamente non si può non partire dai presidenti delle due Camere, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, che hanno precedenti illustri nel nostro passato”. Si va infatti da Giovanni Gronchi a Oscar Luigi Scalfaro, passando per Sandro Pertini. Ma in tutto questo, che chances avrebbe Meloni? “Diciamo che i precedenti non vanno propriamente a suo favore, basta guardare gli esempi di Fanfani, di Andreotti e di Draghi, a cui non è riuscito di fare il salto da Palazzo Chigi al Quirinale”, argomenta ancora Rotondi. “Eppure come mi sembra evidente lei non aspira alla carica e non chiede alcunché. Senz’altro, mi perdonerà la mia amica Giorgia, ma a prescindere dai precedenti non favorevoli lei resta una straordinaria eccezione nella storia d’Italia”.
Saranno pure scenari troppo proiettati in avanti, ma ancora ieri sera nel centrodestra si sono visti, in Via della Scrofa (non veniva escluso un “ragguaglio” in collegamento con i leader nazionali dopo l’incontro) per cercare di trovare una quadra sulla legge elettorale. Ovvero lo strumento attraverso cui cercare di avere una maggioranza parlamentare che possa poi, nel futuro, riflettersi sulla possibilità di incidere sull’elezione del capo dello stato. Non è stato a ogni modo un incontro risolutivo, allargato ai “tecnici” dei partiti della maggioranza che hanno seguito il dossier. “Ma oramai ci sentiamo e ci incontriamo praticamente tutti i giorni. E così continueremo a fare”, racconta al Foglio Giovanni Donzelli, una delle menti dello Stabilicum. Nell’incontro Forza Italia ha messo sul tavolo i suoi emendamenti: un innalzamento della soglia dall’1 al 3 per cento a cui ogni partito deve arrivare per poter accedere al premio di maggioranza. E l’eliminazione della regola del “miglior perdente”. Due modifiche che però dovrebbero trovare delle garanzie adatte a Maurizio Lupi e Noi Moderati. E le preferenze? “Lavoreremo fino all’ultimo per cercare di avere un emendamento condiviso da tutte le forze di maggioranza”, confessa ancora Donzelli. “Non è detto che ci riusciremo. Ma ci proviamo”. Un modo per cercare di tarpare le ali a Vannacci che ieri è tornato a insistere sull’argomento, rivolgendosi (con molto poco stile) direttamente a Giorgia Meloni: “Se ha gli attributi li tiri fuori”. Ma nell’iter della legge elettorale si è verificato anche un piccolo giallo: nel passaggio dal primo al secondo testo si sarebbe persa per strada una norma “tecnica”. Che ora sarà ripresentata sotto forma di emendamento comune dal centrodestra. Sui tempi, il rischio è un ulteriore slittamento, di una decina di giorni, per lo scrutinio degli emendamenti in Aula. Su questo si pronuncerà la riunione dei capigruppo convocata per oggi a Montecitorio.
Di più su questi argomenti:
Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.
