Quanto pesa su Meloni la spericolata tentazione del “pas d’ennemis à gauche”

Dal 1° maggio alla Difesa sino a Israele, Sigonella e il deficit. Così la presidente del Consiglio cerca di avere meno nemici a sinistra. Rischi e puntini

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30 APR 26
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Foto Ansa

La famosa formula del “nessun nemico a sinistra” è storicamente un’espressione utilizzata all’interno del mondo progressista per fotografare una patologia dei partiti riformisti, che quando sono ossessionati dalla volontà di evitare a tutti i costi di avere nemici a sinistra tendono a perdere diversi tratti del proprio riformismo e tendono a spostare il proprio baricentro più vicino a posizioni estreme e meno vicino a posizioni moderate. In Francia la formula è più soffice e delicata, “pas d’ennemis à gauche”, e per uno strano scherzo del destino quella formula oggi, in Italia, è utile per mettere a fuoco un tratto curioso, anche se non del tutto sorprendente, che caratterizza un mondo politico distante da quello progressista.
Il “pas d’ennemis à gauche” è certamente un mantra del centrosinistra immaginato da Elly Schlein, al punto da aver trasformato su alcuni temi il Pd nella sesta stella del Movimento 5 stelle. Ma dal giorno successivo alla sconfitta referendaria l’idea di non avere troppi nemici a sinistra, per coprirsi un po’ le spalle, è diventata qualcosa in più di una semplice tentazione per il governo Meloni e in particolare per la presidente del Consiglio. Nel caso specifico, il tentativo di Meloni è provare il più possibile a sminare, come se fosse Hormuz, il percorso che separa il suo governo dalle prossime elezioni. E più passa il tempo più appare evidente come nella testa della presidente del Consiglio e in quella dei suoi più stretti collaboratori vi sia l’idea di togliere il più possibile argomenti alla sinistra con i quali crocifiggere il governo nella nota sala mensa fantozziana.
Il decreto approvato in vista del Primo maggio, da questo punto di vista, è un punto interessante da cui partire, come ha notato ieri su questo giornale Dario Di Vico, e al contrario di altre occasioni simili la maggioranza di governo ha cercato non di sfidare la Cgil, o di dividere i sindacati, ma di unire tutti, con una serie di provvedimenti, come ricorda sul Foglio Marco Leonardi, che avrebbe potuto partorire forse anche un governo di centrosinistra: tutele per i rider e per il lavoro governato dagli algoritmi, incentivi fino a 500 euro al mese per chi trasforma contratti a termine brevi di under 35 in rapporti a tempo indeterminato, lo sgravio contributivo per le aziende che adottano politiche certificate di conciliazione tra lavoro e famiglia. Non basterà tutto questo per evitare al governo di essere bastonato, come a ogni Festa dei lavoratori che si rispetti, dalla Cgil sul palco del concertone del Primo maggio (e Landini, nonostante gli sforzi di Meloni, ingrato!, martedì sera ha bastonato ugualmente il governo). Ma il tentativo di coprirsi a sinistra è lì, è difficile da negare e in fondo è solo un tassello di un mosaico più grande.
Un tassello ulteriore, naturalmente, lo si può individuare nella volontà di dar vita, come chiede da tempo la sinistra, a una manovra espansiva, a uno scostamento di bilancio, benedetto dalla Cgil e anche dal Pd, sforando cioè il deficit in modo significativo, con un piglio che un tempo si sarebbe definito keynesiano, ed evitando, come in fondo chiede la sinistra, di mettere mano a una qualsiasi forma di liberalizzazione o di riforma sulla concorrenza per dare slancio all’economia (curiosamente, ora che la destra vuole spendere di più, la sinistra, che da quattro anni accusa il governo di essere troppo austero, ha iniziato a fare appello al rigore: dolcissimi!).
Un altro tassello, naturalmente, riguarda le spese militari, sulla cui timidezza ieri su questo giornale si è sfogato il ministro Crosetto, che ha provato a scuotere la sua stessa maggioranza, e da qualche giorno a questa parte, più o meno da dopo la sconfitta del referendum, la postura del centrodestra sui temi delle spese della Difesa è apparsa essere non così distante dalla narrazione dei progressisti italiani. Messaggio chiaro: se non ci sono soldi per la salute, per le bollette, per i salari, per le scuole, non possiamo mettere soldi per la Difesa, come se le spese per la Difesa fossero dei costi da sostenere e non degli investimenti da tutelare per la nostra sicurezza nazionale, per consentire a una scuola, a un ospedale, a un porto, a un aeroporto, a una centrale elettrica, a un data center, di non diventare un domani bersagli della guerra ibrida (in Spagna, detto tra parentesi, l’eroe della sinistra, Pedro Sánchez, ha aumentato in un anno le spese militari del 50 per cento).
Nel mosaico in questione, nel disegno cioè con cui Meloni da dopo il referendum ha cercato di non offrire alla sinistra eccessive armi per poterla trafiggere, vi è naturalmente anche una nuova postura dinanzi a Trump (vedi il caso spot di Sigonella). Vi è una nuova postura dinanzi a Israele (vedi la sospensione del rinnovo automatico degli accordi di Difesa con Israele). Vi è la volontà di non dare agli avversari troppi strumenti da usare per indebolire il governo (vedi il modo in cui il governo ha scaricato una paladina della nuova e presunta egemonia culturale della destra come Beatrice Venezi). Vi è il desiderio di non proferire più una parola contro gli errori dei magistrati (l’effetto della vittoria del No è anche aver trasformato ogni critica alla giustizia ingiusta in una critica alla magistratura). E vi è il desiderio infine di assecondare una pratica che la destra aveva recentemente tentato di tenere lontana da sé: trasformare le indagini giudiziarie in uno strumento con cui risolvere controversie politiche e trasformare di conseguenza i contenziosi aperti con la giustizia in una condanna preventiva. La richiesta di commissariare il calcio italiano, formulata dal ministro Andrea Abodi con gli applausi del governo, è avvenuta seguendo questo spartito: c’è un’indagine in corso, l’indagine sembra essere grave, usiamo l’indagine per commissariare il calcio e poi si vedrà. La famosa formula del “nessun nemico a sinistra” è difficile che possa davvero aiutare il centrodestra ad avere meno nemici a sinistra. Ma la svolta del centrodestra è lì, la si indovina dai piccoli dettagli, la si può fotografare mettendo insieme alcune immagini. Nessun nemico a sinistra, meno voti a destra, pochi amici moderati. Un cocktail potenzialmente perfetto per aiutare il centrodestra a prepararsi a fare i conti con uno scenario a cui la sinistra è abituata: fare di tutto per provare a non vincere le prossime elezioni.