Più Difesa e meno demagogia. Appello di Crosetto (anche al governo)

“Dobbiamo investire di più nella nostra Difesa. Anche nelle attuali condizioni di bilancio. Non farlo per raccattare un voto in più è irresponsabile”, dice il ministro della Difesa

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29 APR 26
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Guido Crosetto, ministro della Difesa, è preoccupato. E ha ragione a esserlo. Un po’ per le difficoltà politiche del governo nel dopo referendum, un po’ per le difficoltà dell’Italia legate alla crisi generata dal blocco di Hormuz, un po’ per quella irresistibile inclinazione italiana a trasformare ogni questione strategica in una questione di consenso immediato, il rischio oggi è chiaro: rinunciare a investire sulla Difesa, allontanarsi dai target Nato, illudersi che la sicurezza sia una voce sacrificabile del bilancio pubblico e non capire invece che non esiste futuro senza difesa. Crosetto, in un colloquio con il Foglio, lo dice con parole nette, che andrebbero prese sul serio proprio perché non sono scontate. “Da anni si parla di spese per la Difesa solo come un elemento negativo del bilancio dello stato”. Ed è così. In Italia l’investimento in sicurezza viene spesso raccontato come una colpa, come un lusso, come una sottrazione, come un tradimento di altre priorità. “L’investimento in sicurezza, la costruzione della nostra Difesa”, dice Crosetto, “è stato presentato come un inutile aumento di spesa, che penalizza altre priorità, diventando un tabù per molti partiti, di ogni schieramento”. Il punto politico è tutto qui: “Investire nella Difesa del nostro paese fa perdere consenso”. Crosetto lo dice con la voce sconsolata di chi sa che la realtà di fronte alla quale ci troviamo oggi è questa. Il mondo si sta riarmando, l’Europa si sta riarmando, e chi resta fermo non diventa più pacifico, diventa solo più vulnerabile. Il dato sulla Spagna, di cui è stato già dato conto, è impressionante non soltanto per la sua dimensione, ma per il suo valore simbolico. Secondo il Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, la Spagna nel 2025 ha aumentato del 50 per cento le risorse destinate alla Difesa superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2 per cento del pil (Madrid è arrivata al 2,1 per cento). Negli ultimi dieci anni, la spesa militare spagnola è più che raddoppiata, più 122 per cento, portando il paese al quindicesimo posto nel ranking mondiale.
Crosetto coglie perfettamente il paradosso: “Anche il leader dei pacifisti nostrani, Sánchez, nel solo 2025, ha aumentato del 50 per cento la spesa per la Difesa, superando il 2 per cento del pil. Ha fatto più di noi”. Esattamente: ha fatto più di noi (l’Italia è arrivata lo scorso anno al 2,01 per cento, facendo registrare rispetto all’anno precedente un aumento della spesa per la Difesa pari al 20 per cento, anche grazie a riclassificazioni contabili). In sintesi: Pedro Sánchez, cioè uno dei leader europei meno sospettabili di militarismo, ha capito che la sicurezza non può più essere appaltata all’America, alla fortuna, all’inerzia o alla retorica. L’Italia invece rischia di comportarsi come se la Difesa fosse ancora una discussione da convegno, non una precondizione della sovranità. Crosetto lo dice senza giri di parole: “Non si può accettare la facile ma pericolosa demagogia del tipo ‘è meglio investire in altre cose’”. Naturalmente sarebbe meglio vivere in un mondo in cui la Difesa non serve. “Anche io vorrei non dover spendere nemmeno un euro in Difesa”, dice il ministro. “Allo stesso modo sarebbe bellissimo non ammalarsi o avere un mondo senza criminali. Così non è”. Nessuno ama spendere soldi per ciò che serve a prevenire un pericolo. Ma uno stato adulto non governa il mondo come vorrebbe che fosse. Lo governa per come è. E qui Crosetto ha ragione nel punto decisivo: “La Difesa non è in contrapposizione con altre spese dello stato, è ciò su cui poggia tutto: sanità, scuola, cultura, istituzioni”.
La Difesa non è alternativa alla sanità. La Difesa è ciò che consente a un paese di avere una sanità protetta. La Difesa non è alternativa alla scuola. E’ ciò che consente a una scuola, a un ospedale, a un porto, a un aeroporto, a una centrale elettrica, a un data center, di non diventare bersagli indifesi in un mondo in cui la guerra non si combatte più soltanto con i carri armati. L’immagine usata da Crosetto è efficace: “Dire che le spese per la Difesa sono inutili e alternative ad altro è come dire che le fondamenta e il tetto non servono perché bastano i letti e gli armadi. I letti e gli armadi sono utilissimi ma non hanno senso senza un tetto”. La crisi di Hormuz, in fondo, rende tutto ancora più evidente. Quando una rotta strategica dell’energia e del commercio globale diventa vulnerabile, quando un blocco o una minaccia su uno stretto può produrre effetti su bollette, imprese, filiere, porti, trasporti, inflazione, industria e crescita, la distinzione tra difesa e economia diventa artificiale. Difendere il mare significa difendere l’energia. Difendere l’energia significa difendere l’industria. Difendere l’industria significa difendere il lavoro. Per questo Crosetto insiste sul fatto che la Difesa oggi non è più solo “cielo, mare e terra”, ma riguarda “lo Spazio, le reti energetiche e i dati, la cybersicurezza, la guerra ibrida, il terrorismo, i collegamenti con organizzazioni criminali”. E’ un passaggio fondamentale. La guerra non è più soltanto l’immagine estrema del missile e del bombardamento. E’ anche un attacco informatico a un ospedale, il sabotaggio a un cavo sottomarino, una campagna di disinformazione, una minaccia a un porto, un’interruzione energetica, un ricatto commerciale, un’azione ostile contro un data center. “La guerra e il suo rischio sono entrati nella vita di ogni giorno”, dice Crosetto, “anche senza pensare ai bombardamenti con missili e aerei, che oggi sono più possibili di ieri”. E dunque Crosetto ha ragione quando dice, rivolto naturalmente alla sua maggioranza, che “dobbiamo investire di più nella nostra Difesa. Anche nelle attuali condizioni di bilancio”. Non perché la Difesa sia una bandiera di parte. Non perché sia un tema identitario della destra. Non perché lo chieda la Nato come un compito assegnato dall’esterno. Ma perché è “una necessità vitale”. Si può e si deve discutere quali investimenti siano prioritari, come evitare sprechi, come costruire una Difesa europea integrata, come rendere la spesa più efficiente, come rafforzare l’industria nazionale, come condividere costi e responsabilità con gli alleati. Ma decidere di non farlo perché porta meno critiche, perché consente di “raccattare un voto in più”, come dice Crosetto, è irresponsabile. Il ministro aggiunge una nota personale nel suo ragionamento che lo rende ancora più serio: “Tra un anno o poco più, al massimo, non sarò più ministro della Difesa e altri gestiranno il problema che resterà uguale se non peggiore”.

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Quel che è in ballo qui, dice, non è un tema che riguarda “né meriti, né beceri ragionamenti di convenienza a breve termine”. Crosetto dice che chi si occupa di questi temi deve essere interessato a “lasciare ai figli un’Italia più sicura, più solida, in grado di affrontare situazioni più complesse”. Sintesi brutale: “Serve una Difesa più forte di quella che abbiamo oggi”, dice Crosetto. E aggiunge che non ce l’ha “la maggioranza dei paesi europei che, come noi, pensavano se ne potesse fare a meno”. E’ il grande errore europeo degli ultimi trent’anni: credere che la storia fosse finita, che l’America sarebbe stata sempre disposta a proteggerci, che il commercio avrebbe convertito i regimi autoritari, che le infrastrutture critiche fossero neutrali, che la pace potesse sopravvivere senza potenza. Ora quel mondo non c’è più. E per questo la Difesa italiana va costruita “in fretta, più rapidamente possibile”, “in sinergia con i nostri alleati”, dentro a un sistema integrabile con Ue e Nato. Non è una concessione alla Nato. E’ il modo più realistico per non essere soli. La conclusione di Crosetto è dura, ma difficilmente contestabile: “Chi ci dice che non serve, chi attacca la necessità di costruirla, lavora contro l’Italia, lavora contro il futuro dei nostri figli, lavora anche contro se stesso”. Se lo fa perché non sa, dice il ministro, “è grave”. Se lo fa per tornaconto elettorale, “non è serio”. Se lo fa perché non vede nemici, “allora lavora per loro, spero inconsapevolmente”. Tema di fondo e conclusione possibile: se l’Italia userà il dopo referendum o la crisi di Hormuz come alibi per rinviare ancora i suoi investimenti sulla Difesa, pagherà un prezzo. E quel prezzo, dice Crosetto, “lo pagheremo tutti, nessuno escluso”. Vale la pena ascoltarlo. Non solo all’opposizione ma soprattutto al governo. Tutti, nessuno escluso.