Senza svolte su Kyiv, la leadership di Schlein non uscirà dalla fase gruppettara

La competizione fa bene alla segretaria del Partito democratico, ma non basta un giusto applauso in Aula per uscire dalla modalità gruppettara. Tre temi: politica estera (a partire da Kyiv), crescita economica e politica industriale


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16 APR 26
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La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein alla Camera (foto di Antonio Masiello/Getty Images)

La sconfitta al referendum, prima, e le bordate di Trump, dopo, sommate alle difficoltà economiche registrate dall’Europa, e ovviamente anche dall’Italia, e sommate a loro volta alle conseguenze del conflitto in Iran, sono tutti elementi che hanno costretto negli ultimi giorni la politica a rivedere alcuni piani, a ricalibrare i messaggi, a trovare nuovi equilibri e a ragionare sul futuro con uno sguardo molto diverso rispetto a quello avuto fino a qualche mese fa. Per Giorgia Meloni la sfida, neanche a dirlo, è trovare una chiave per trasformare i molti ceffoni ricevuti nell’ultimo mese (referendum sulla giustizia affossato, bocciatura di Orbán su cui aveva puntato, rottura con Trump con modalità non esattamente calcolate) in un’occasione per ripartire, per provare a muoversi come se ci fosse un altro governo senza cambiare granché rispetto al governo attuale (un “Meloni bis” senza un vero cambio di linea, più di postura che di sostanza): sfida non facile, che rischia di trasformarsi semplicemente in un tentativo di aumentare la spesa pubblica andando a sforare il deficit.
Per i suoi oppositori, evidentemente, la sfida è trasformare i prossimi mesi in un’occasione utile per avvicinarsi alle elezioni uscendo dalla stagione della semplice lotta ed entrando nella stagione della postura di governo. Giuseppe Conte, a modo suo, è già entrato in questa modalità, tornando a indossare la pochette, scrivendo un libro, presentandosi come l’alternativa di “esperienza” alla Schlein, evocando anche l’ipotesi delle primarie per la leadership, unico modo peraltro che potrebbe avere Conte per essere il candidato del centrosinistra. Elly Schlein, da quando si trova alla guida del Pd, ha sempre avuto una certa difficoltà (eufemismo) a fare quello scatto necessario per passare dalla stagione della leader movimentista e gruppettara a quella della leader che si candida a muoversi come un presidente del Consiglio in pectore. Nell’ultima settimana però qualcosa è cambiato. Non è ancora una svolta, ma è il primo segnale di una possibile correzione di rotta. Si tratta di un pezzo di una piccola storia, che tuttavia merita di essere raccontata. Scena numero uno: la scorsa settimana, alla Camera, Elly Schlein che per la prima volta si contrappone a Meloni in Aula con un discorso che non passa inosservato: stile asciutto, poche supercazzole, qualche frase a effetto e un messaggio diverso dalla solita e vuota retorica antifascista. Tema di Schlein: l’errore di Meloni, in questi anni, è stato aver fatto troppo poco, quattro anni di occasioni sprecate, e a prescindere dal merito è un messaggio molto diverso dal dire che in quattro anni l’Italia è diventata come l’Ungheria di Orbán. Il passaggio più interessante però – scena seconda – è quello che si è registrato martedì alla Camera quando, a sorpresa, mentre gli alleati di Schlein infierivano su Meloni a seguito delle parole di Trump, dove per alleati si intendono Giuseppe Conte e Matteo Renzi, la leader del Pd, come avete visto, ha preso la parola per esprimere solidarietà alla premier. Schlein ha detto che “nessun capo di stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al governo italiano”. 
Ha detto: “Noi siamo all’opposizione di questo governo, e lo siamo con convinzione... Ma qui non è in gioco il confronto politico tra maggioranza e opposizione. Qui è in gioco il rispetto dovuto al nostro paese, alle nostre istituzioni democratiche e alla sovranità dell’Italia. Per questo vogliamo esprimere la nostra ferma condanna di quanto accaduto. E chiediamo che questa condanna sia condivisa da tutte le forze politiche presenti in quest’Aula”. E ha poi concluso arrivando persino a esagerare (Trump lo si può detestare, e su questo giornale abbiamo dato spesso prova di non amore, ma criticare un governo per essere timido nel sostegno alla lotta contro gli ayatollah è lesa maestà?): “Noi – ha detto Schlein – non accettiamo che il nostro paese venga trattato come un soggetto debole o subordinato. Non lo accettiamo oggi e non lo accetteremmo con nessun governo. (…) E proprio perché siamo un’opposizione seria, oggi diciamo con nettezza che quegli attacchi non sono tollerabili. E che difendere le istituzioni italiane non è un favore al governo: è un dovere verso i cittadini che rappresentiamo. Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di una presa di posizione chiara e unitaria da parte di tutto il Parlamento. L’Italia merita rispetto. E il rispetto si difende insieme”.
Per la prima volta da quando Schlein è segretaria del Pd, l’Aula intera le ha tributato un applauso, elemento non scontato, e per la prima volta da quando Schlein è segretaria del Pd la sua postura è apparsa diversa dal voler essere solo la sesta stella del Movimento 5 stelle. Per la prima volta, in altre parole, Schlein si è mossa da leader di opposizione istituzionale, non da competitor interno a Conte. Schlein ha capito che il piano di gioco sta cambiando, ed evidentemente non le deve essere sfuggito il fatto che nel piano di gioco che sta cambiando i movimenti fuori e dentro il Pd sono lì a indicare un tentativo diffuso di cercare alternative alla sua leadership. Un buon intervento alla Camera non basta a cancellare tre anni di leadership opaca, vuota, durante i quali la sinistra modello Schlein ha scelto di accontentarsi dell’algebra (stiamo tutti insieme e tanto ci basta per essere considerati un’alternativa) regalando agli avversari ogni battaglia possibile e immaginabile presente sul terreno politico (battaglia per il garantismo, lotta contro l’antisemitismo, politiche contro l’immigrazione illegale, agenda per la crescita, difesa dell’Ucraina). E Schlein, in questo senso, dovrebbe sapere che per potersi presentare alle elezioni con un profilo più di governo che di lotta, più da premier in pectore che da capo di un’assemblea studentesca, come ha provato a fare in fondo mostrando un briciolo di vicinanza al mondo industriale andando al Vinitaly, ha il dovere di investire su tre temi che oggi sono drammaticamente lontani dall’agenda del Pd: difesa dell’Ucraina, battaglia per la crescita, svolta sull’ambiente.
Tre assi su cui si misura la credibilità di una forza di governo: politica estera, politica economica, politica industriale. Tre assi i cui deficit possono essere sintetizzati con qualche domanda per niente retorica. Può il Pd permettersi di avere come unica proposta economica il salario minimo, trovando un’unità sull’economia solo con elenchi della spesa che si trasformano in semplici richieste al governo di spendere di più in violazione di qualsiasi norma sul deficit? Può il Pd permettersi sui temi ambientali di avere una totale incapacità di declinare una visione industriale, con molte chiacchiere sul clima e politiche che sul campo poi sono antitetiche e restrittive sulle rinnovabili, come in Sardegna, o ostili allo smaltimento dei rifiuti via termovalorizzatori o contrarie ideologicamente a ogni forma di neutralità tecnologica, vedi il nucleare? Può il Pd permettersi di essere percepito come un partito che tra la difesa degli estremismi pro Pal e la lotta contro l’antisemitismo sceglie di schierarsi dalla parte degli estremismi? E soprattutto può il Pd continuare a permettersi di essere tra le famiglie socialiste europee la più timida sulla difesa dell’Ucraina, la meno espansiva nell’abbraccio a Volodymyr Zelensky, la meno attenta a fare della difesa dell’antifascismo più importante che riguarda l’Europa, ovvero l’antiputinismo e la difesa armata dell’Ucraina, una battaglia esistenziale?
Al referendum gli elettori hanno detto no al governo, e questo è evidente, e ci sono milioni di elettori che cercano alternative al modello Meloni, anche se quegli elettori non sono necessariamente elettori di centrosinistra, ma se Schlein vuole uscire dalla modalità assemblea di istituto e provare a muoversi da leader, e non da follower di Giuseppe Conte, ha queste strade di fronte a sé. Il contesto è cambiato, la competizione è aperta, la necessità di trasformare il movimentismo in leadership sarà un elemento centrale dei prossimi mesi. Meloni è riuscita a trasformarsi in leader nel 2022, quando l’Ucraina venne invasa dalla Russia. Oggi la misura della credibilità non passa solo dalle parole ma anche dai gesti. Andare a Kyiv, rompendo l’imbarazzo del campo largo, potrebbe essere un primo modo per dimostrare che la competizione a sinistra può produrre qualche effetto positivo.