Meloni, la Ue, la legge elettorale. Parla Angelo Panebianco

Se non dovesse andare in porto la riforma elettorale si verificherebbe probabilmente uno stallo: “Non dimentichiamoci che, nel nostro bicameralismo paritetico Meloni nel 2022 ottenuto la maggioranza assoluta perché l’opposizione era divisa. Stavolta non sarà così", dice il politologo 

14 APR 26
Immagine di Meloni, la Ue, la legge elettorale. Parla Angelo Panebianco

Il professore Angelo Panebianco. Foto Ansa

La sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria è un brutto presagio per il governo di Giorgia Meloni, tanto più in giorni in cui la premier deve cercare di divincolarsi dall’“abbraccio avvelenato” di un Donald Trump che critica anche il Papa? In uno scenario internazionale complesso, un governo indebolito, come quello di centrodestra dopo il flop referendario, e in assenza di riforma elettorale (spinta invece dalla premier), potrebbe trovarsi, nel 2027, “in una situazione di sostanziale pareggio”, dice il politologo ed editorialista del Corriere della Sera Angelo Panebianco, e questo al di là del fatto che le azioni e le parole di Trump possano contribuire o meno ad affondare un leader che gli sia amico: “Bisogna distinguere tra fatti e propaganda. In realtà Meloni ha tentato la mediazione tra Usa e Ue, ma da un lato non è la rappresentante di Trump e dall’altro deve mantenere un rapporto solido con Ursula von der Leyen. Il compito era difficile, ma i motivi della debolezza del suo governo sono altri, a partire dal referendum”. Se non dovesse andare in porto la riforma elettorale, dice Panebianco, si verificherebbe probabilmente uno stallo: “Non dimentichiamoci che, nel nostro bicameralismo paritetico, in cui è necessaria la maggioranza assoluta in entrambe le Camere, Giorgia Meloni nel 2022 l’ha ottenuta perché l’opposizione era arrivata al voto divisa. Stavolta non sarà così, e la probabilità che una delle due coalizioni ottenga la maggioranza assoluta in entrambe le Camere è molto bassa”.
Di fronte al pareggio, la prima conseguenza sarebbe “la ricomparsa del trasformismo parlamentare”, dice Panebianco: “Le coalizioni si sfalderebbero e si andrebbe verso la formazione di un governo in Parlamento, ovviamente instabile, in quanto dipendente da una maggioranza cangiante, con scomposizioni e ricomposizioni delle alleanze in Parlamento”. In caso di pareggio, per esempio, “sarebbe possibile che la parte oggi per così dire ‘sacrificata’ nel Pd, quella dei riformisti, decida di staccarsi, come ha già fatto l’eurodeputata ex pd Elisabetta Gualmini, sorta di ‘avanguardia’ nel passare con Azione di Carlo Calenda”. Calenda sarebbe quindi avvantaggiato? “Abbastanza, anche se in un quadro di numeri relativamente bassi, e anche per via della posizione assunta da Matteo Renzi sul referendum” (l’ex premier e leader di Iv non ha ufficialmente scelto per il Sì o per il No), cosa che “ha probabilmente scontentato una parte del suo elettorato”. Quel che più conta, però, è un altro fattore. Per Panebianco, infatti, “in un quadro di trasformismo parlamentare, è possibile che emerga la volontà di formare un raggruppamento centrista, in chiave di contenimento dei populismi di destra e di sinistra”. Oggi non sembra possibile. “L’avvicinamento tra Calenda e Forza Italia è ora impedito dall’alleanza di governo tra FI e Lega. Se saltano le coalizioni, viene meno anche l’elemento dirimente che frena il tentativo di aggregare il centro, in direzione di un’alleanza che funzioni da ago della bilancia, indispensabile nella formazione di qualunque governo”. Ma uno scenario del genere, dice Panebianco, non metterebbe il paese in una posizione di autorevolezza a livello internazionale: “Nessuno tiene in alta considerazione un governo che può perdere la fiducia il giorno dopo”.
Se la riforma elettorale venisse invece approvata, “si assisterebbe semplicemente allo scontro tra coalizione di sinistra e coalizione di destra. Vincerebbe chi in quel momento è più forte”. “Ma è interessante pensare”, dice Panebianco, “all’atteggiamento della sinistra, in questo caso: se la riforma elettorale andasse in porto, quale che fosse, la sinistra propagandisticamente direbbe di essere contraria, anche se una parte di essa, in realtà, sarebbe favorevole, e proprio in virtù dell’evitamento del pareggio. Un’altra parte, invece, potrebbe essere genuinamente contraria, pur senza poter spiegare le vere ragioni della contrarietà: e cioè che l’assenza della riforma elettorale e il pareggio, con la conseguente spinta al centro e polarizzazione delle estreme, non la costringerebbero a legarsi a un’estrema sinistra di tendenza Mélenchon”. C’è intanto chi saluta la sconfitta di Orbán come sussulto di europeismo. “L’Europa oggi”, dice Panebianco, “ha il problema di smentire la profezia per cui il processo di integrazione è riuscito soltanto grazie al collante della leadership americana, senza la quale le antiche divisioni riemergono. Sta ora ai governi e agli elettorati europei smentirla. Ma non si legga la vittoria di Peter Magyar come vittoria della sinistra; non lo è”.