Foto di Riccardo Antimiani, via Ansa 

nodi d'europa

Fitto in affanno sul Pnrr. Le tre trattative in corso tra governo e Commissione

Valerio Valentini

Il ministro per gli Affari europei tra il riassetto della cabina di regia e quei 19 miliardi che vanno blindati. L'analisi da Bruxelles si fa attendere. Ma lo scoglio maggiore riguarda la modifica del Piano stesso, e anche su questo Meloni è chiamata a dare un segnale

Che le cose si siano fatte complicate, è parso chiaro venerdì scorso. Quando, nel corso dell’ultimo colloquio tra il governo e la Commissione europea, i tecnici di Ursula von der Leyen hanno chiesto conto dell’avanzamento dei lavori. “Perché, al momento, non abbiamo ricevuto nulla”. Insomma, il decreto con cui Raffaele Fitto vorrebbe ridisegnare la governance del Pnrr ancora non c’è, malgrado le scadenze indicate. E questo dà il senso della tensione che corre lungo l’asse tra Roma e Bruxelles.

 

Il ministro meloniano, responsabile degli Affari europei, a dicembre aveva dettato tempi stretti: per metà gennaio arriverà il riassetto della cabina di regia che sovrintende all’attuazione del Pnrr. E non l’aveva fatta filtrare, questa ansia di cambiamento, solo ai giornali. L’aveva anche spiegata alla Commissione: che, sia pure in via informale, aveva concordato una tabella di marcia. Et pour cause, visto che la governance del Piano è, essa stessa, un obiettivo concordato con Bruxelles nel contesto del Next Generation Eu, un target già conseguito da Mario Draghi nel luglio del 2021. Modificarla, ora, significherebbe rimettere in discussione quel risultato, e dunque il tutto va discusso e concordato con Bruxelles. Che, appunto, attendeva novità. E invece, fino a venerdì scorso, nulla: né il riassetto della govenrnace, né le nuove norme di semplificazione per facilitare l’attuazione del Piano, che nell’ottica di Fitto dovrebbero confluire nello stesso provvedimento.

 

Del resto, che le cose si stessero impantanando, se ne sono accorti anche nel Pd, giorni fa. Quando, a seguito di un’interrogazione da parte di Simona Bonafè, proprio sul mistero di questo decreto sempre incombente e però sempre sospeso, il ministro per gli Affari europei, dopo aver fornito una risposta di assoluta vaghezza, aveva poi mandato dispacci ai deputati dem: “Evitiamo polemiche, su questo, perché il tema è delicato”.

 

Delicato, certo. Anche perché non è il solo che rende stretto il sentiero lungo il quale il governo si muove per trovare un’intesa con la Commissione. C’è anzitutto da blindare i 19 miliardi europei: la rata, cioè, che consegue dal conseguimento dei 55 obiettivi fissati nel secondo semestre del 2022. Il 30 dicembre, il governo ha inviato la richiesta di pagamento a Bruxelles, rivendicando la missione compiuta. E però, a quanto pare, l’analisi da parte della Commissione sull’effettivo rispetto degli impegni si va rivelando assai complicata. Non è, va detto, la prima volta che gli uffici di von der Leyen contestano all’Italia i risultati raggiunti, chiedendo chiarimenti e sollevando obiezioni. Già in epoca Draghi si era dovuto lavorare di moral suasion, in un paio di circostanze. E ora, con le contestazioni di Bruxelles su alcuni dei decreti attuativi del ddl Concorrenza, bisognerà adottare le stesse arti diplomatiche. Motivo per cui, sui balneari come sul Mes, Meloni è stata costretta a dettare la linea della decenza alle sue truppe: “Nessuno scontro con l’Europa”. 

 

Anche perché c’è poi un terzo corno, in questa delicata trattativa. E riguarda la modifica del Pnrr. Oggi Paolo Gentiloni illustrerà le nuove linee guida per la revisione dei vari Piani nazionali. Ci saranno dei chiarimenti sulle basi legali che gli stati membri potranno usare per appellarsi a quelle “circostanze oggettive” (la guerra, l’inflazione…) che giustificano una richiesta di emendamento, oltreché sull’iter burocratico da seguire. Di lì, poi, passerà anche la negoziazione sul capitolo aggiuntivo del Pnrr, il RePowerEu, quello specificamente pensato per la crisi energetica.

 

E però un segnale il commissario agli Affari economici lo ha già lanciato. Due giorni fa, durante una conferenza a Berlino, ha spiegato che il senso del Next Generation Eu sta anche, e soprattutto, nell’indurre i paesi riluttanti alle riforme e scarsamente in grado di assorbire i fondi europei a superare le proprie debolezze strutturali. Motivo per cui, peraltro, Gentiloni ritiene poco praticabile l’ipotesi di dirottare sul fondo industriale europeo, in risposta all’Inflation reduction act di Joe Biden, i miliardi ancora non spesi del Recovery. E anche su questo, dunque, Meloni è chiamata a dare un segnale a Bruxelles: perché da una efficace attuazione del Pnrr italiano dipenderà anche il dibattito sulla necessità di creare nuovi strumenti di debiti comuni. Ed è, va detto, una bella responsabilità. 

  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.