Foto: ANSA/Riccardo Antimiani

Perché la pazza candidatura del Cav. ha avvicinato Draghi al Colle

Claudio Cerasa

Cerchi che si chiudono, populismi che arretrano, innovazioni politiche. L'operazione di Berlusconi verrà ricordata per aver costretto tutti a venire allo scoperto 

La politica è spesso fatta di cerchi, più precisamente di cerchi che si chiudono, e nelle ultime settimane i cerchi che si sono chiusi sono molti, quasi infiniti, e in alcuni casi riescono persino a mettere di buon umore. La partita del Quirinale, in questo senso, è un cerchio che si chiude continuamente e il lento riavvicinamento fra tutte le forze politiche in direzione di una candidatura condivisa, che ora dopo ora sembra sempre meno inevitabile, è una collezione interminabile di ferite che si vanno a rimarginare.

La rivincita forse più incredibile che si è andata a manifestare in queste ore è quella che riguarda Silvio Berlusconi e a cinque giorni dalla prima votazione per il successore di Sergio Mattarella l’unica certezza che abbiamo oggi è che il pallino è ancora nelle mani del Cav. E’ stato il Cav., rompendo tutte le regole formali delle competizioni quirinalizie e candidandosi in modo trasparente nella corsa meno trasparente che ci sia, quella per il Colle, a costringere tutti a venire allo scoperto, a costringere il centrodestra a muoversi compatto e a costringere Salvini, Meloni e Berlusconi a presentarsi all’appuntamento quirinalizio con una compattezza tale da rendere impossibile quel che il centrosinistra avrebbe invece sognato di fare: usare il Quirinale per provare a dividere il centrodestra buono da quello cattivo.

Più che per l’operazione scoiattolo, la candidatura con poco futuro del Cav. verrà ricordata per questo e verrà ricordata anche per essere stata come una tappa necessaria per mettere di fronte al M5s un dato di realtà emerso con molta chiarezza ieri durante l’incontro tra Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza: per evitare di subire l’iniziativa del centrodestra sul Quirinale occorre ragionare su un nome capace di unire il Parlamento, e non semplicemente il Pd e il M5s, e ora dopo ora quel nome somiglia sempre di più a quello che il M5s sembrava non volere, ovvero Mario Draghi. L’effetto è certamente involontario, e non si dubita che Berlusconi abbia creduto davvero alla fattibilità della sua candidatura, ma l’effetto comunque c’è e in un modo o in un altro la partita quirinalizia, per Berlusconi, è davvero un cerchio che si chiude: chi aveva provato a usare la leva giudiziaria per cercre di sbarazzarsi di lui oggi non solo deve affrontare la stessa gogna giudiziaria che per anni è stata usata contro Berlusconi (vedi il caso Grillo), ma deve anche riconoscere che (a) non c’è mossa del centrodestra che non nasca da Berlusconi e che (b) votare insieme con Berlusconi il prossimo capo dello stato più che un incubo è diventato un sogno.

La pazza e formidabile candidatura di Berlusconi ha avuto poi anche il merito di costringere Mario Draghi a fare con anticipo sui tempi alcuni passi strategici nella palude della trattativa politica, come racconta oggi Carmelo Caruso. Ha ricordato al M5s e al Pd che trattare Renzi da avversario rischia di essere un’idea pessima, dato che sulla carta, tra l’altro, i centristi guidati da Renzi i numeri per eleggere un presidente di centrodestra, insieme con il centrodestra, in teoria li avrebbero eccome. E ha infine spinto anche Salvini a fare rapidamente i conti su un calcolo non semplice da risolvere: come evitare che una candidatura quasi inevitabile come quella di Draghi possa diventare una candidatura subita e non governata. E la soluzione è una e soltanto una: cercare qualcuno con caratteristiche agli antipodi rispetto ai modelli politici più amati da Salvini e Meloni (le cinquanta sfumature vanno da Michetti a Orbán).

E così, a pochi giorni dallo start, lo spettacolo è questo. Cerchi che si chiudono. Ferite che si ricompongono. Conflitti che si risolvono. Populisti che si contengono. Candidati che escono dall’oscurità. L’ultima discesa in campo del Cav. per essere una follia non è niente male.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.