La giusta pacificazione sul green pass

Claudio Cerasa

Il certificato è uno strumento straordinario perché lega la retribuzione al certificato di vaccinazione. Ma gli anti green pass non sono solo fascisti. Serve una pacificazione doverosa con i due milioni e mezzo di lavoratori ancora non vaccinati

Certo, ci sono le teste rasate. Certo, ci sono i nostalgici del duce. Certo, ci sono i centri sociali. Certo, ci sono gli estremisti. Certo, ci sono i complottisti. Ma a pochi giorni ormai dalla mattina in cui il green pass diventerà uno spartiacque delle nostre vite, e a pochi giorni cioè dalla mattina in cui avere un certificato verde sarà per un lavoratore anche un discrimine per avere uno stipendio, occorre riconoscere una piccola ma importante verità: considerare come dei banali amici del giaguaro fascista tutti coloro che negli ultimi giorni sono scesi in piazza in giro per l’Italia a manifestare contro il green pass sarebbe un giochino un po’ troppo facile.

  

Sarebbe un po’ troppo facile perché il green pass è oggettivamente uno strumento straordinario, unico ed eccezionale e costituisce allo stesso tempo un’avanguardia e un unicum in tutto il mondo. In nessun paese al mondo esiste un green pass come quello italiano, in nessun paese al mondo esiste un sistema che lega la retribuzione del proprio salario a un certificato di sana e robusta vaccinazione (e di sano e robusto tampone) e in nessun paese al mondo esiste un governo che ha trovato il coraggio di togliere le castagne dal fuoco alle proprie imprese imponendo per legge quello che molte aziende in giro per il mondo sono costrette a fare in modo autonomo: si lavora solo se vaccinati (o tamponati).

 

E’ una scelta giusta quella del governo? Certamente sì. Perché un governo che si preoccupa di trovare un modo per rendere il vaccino indispensabile senza dover arrivare alla forzatura di renderlo obbligatorio è un governo che si preoccupa di proteggere le libertà dei cittadini più di quanto non lo facciano coloro che considerano l’obbligo di green pass una minaccia insopportabile al proprio libero arbitrio. Ma se si accetta di fare un passo in avanti per affrontare la complessità del quadro che si ritroverà di fronte il governo nei prossimi giorni è necessario chiedersi se non abbia ragione Beppe Grillo, che Dio ci perdoni, quando arriva a dire che la politica italiana dovrebbe prendere in seria considerazione l’opzione della pacificazione con gli avversari del green pass.

Al momento, i numeri che conosciamo, e che si presentano in modo dirompente di fronte agli occhi dei ministri, sono questi. Il numero complessivo di occupati, in Italia, si aggira attorno ai 22.783.000 (compresi gli autonomi). Tra questi, i lavoratori dipendenti sono circa  17.847.000. Nelle pubbliche amministrazioni, i dipendenti sono circa 3.200.000. I lavoratori dipendenti impegnati nel privato sono circa 14,6 milioni. La stima fatta dal governo è che i dipendenti pubblici non ancora vaccinati siano circa 250 mila. Mentre i lavoratori dipendenti non ancora vaccinati sono 2,2 milioni. In tutto, dunque, ci sono circa 2,5 milioni di lavoratori non vaccinati. E il tema dunque è tutto qui: si possono trattare questi lavoratori come se fossero tutti degli iscritti a Forza nuova? Oppure in virtù di una condizione oggettivamente eccezionale (no green pass uguale no stipendio), che si verifica in una condizione altrettanto eccezionale (no green pass uguale più contagi) all’interno di una condizione ancora più eccezionale (più contagi uguale più emergenza uguale meno libertà), occorre mettere da parte i propri dogmi e occuparsi semplicemente di come far funzionare al meglio un provvedimento giusto ma inevitabilmente divisivo, esplosivo e dunque dirompente? È possibile, come dice un ministro del governo sotto la garanzia dell’anonimato colpito più dai 15 mila in piazza a Trieste che dai facinorosi che hanno sfondato la porta di ingresso della Cgil a Roma, che alla fine dei conti i problemi saranno inferiori al previsto e che alla fine dei conti chi non si vuole vaccinare (paura) e neppure tamponare (soldi) troverà un modo per mettersi in stand by trasformando la propria assenza dal lavoro in una malattia momentanea certificata da un qualche medico amico. 

 

Ma è anche possibile che al governo prevalga una strada diversa, e forse più saggia, che è quella che in qualche modo è stata anticipata ieri prima dall’Ilva e poi dal ministero dell’Interno. Ilva è stata la prima azienda pubblica ad aver comunicato la sua volontà di offrire tamponi gratis a tutti i dipendenti non vaccinati. Mentre il ministero dell’Interno, poche ore prima la decisione di Ilva, aveva scelto di compiere una mossa simile invitando le imprese che operano nei porti, “in considerazione della delicatezza e dell’essenzialità del settore dello shipping”, a mettere a disposizione del personale sprovvisto di green pass tamponi antigenici o molecolari gratuiti. Avere scelto la linea intransigente sul green pass, anche se non ha portato all’accelerazione finale che il governo sperava, è stata una scelta molto saggia che ha contribuito a rendere l’Italia uno dei paesi più vaccinati d’Europa e uno dei paesi più all’avanguardia nel contenimento della pandemia. Ma scegliere di trattare il partito del No green pass come se fosse una semplice costola di Forza nuova sarebbe un modo molto pericoloso di affrontare i mesi che verranno.

 

Dunque, che fare? Arretrare sul green pass? Ovviamente no. Tentare di costruire una pacificazione con i No green pass mettendo le aziende in condizione di pagare loro i tamponi di coloro che non si sono vaccinati? Forse sì. I tamponi costano, è vero, e tamponare tutti i lavoratori non vaccinati da qui a fine anno può costare fino a un miliardo, ma lavorare alla pacificazione è forse ancora più importante e mettere in campo un ulteriore whatever it takes da qui a fine anno per avere un paese adulto, sereno e vaccinato è una priorità che viene forse prima di qualsiasi dogma. C’entra il buon senso, non il fascismo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.