Foto POOL ANSA/Fabio Frustaci/LaPresse

È un rinascimento italiano? Forse sì

Claudio Cerasa

Oltre lo sport: fino a pochi mesi fa eravamo considerati il vero malato del continente, oggi invece il governo Draghi ci ha messo con forza al centro dell'Europa. Occhio però a non dipendere troppo dal bravo leader

Mettiamo da parte i successi sportivi, mettiamo da parte la vittoria degli Europei, mettiamo da parte la finale di Wimbledon, mettiamo da parte l’oro nei cento metri, mettiamo da parte l’oro nel salto in alto, mettiamo da parte l’oro nella vela, mettiamo da parte i trionfi dei Maneskin e proviamo a parlare del resto. Nicolas Baverez, sul Point della scorsa settimana, l’ha chiamato, mostrando un po’ di invidia, il Rinascimento italiano e il formidabile commentatore francese, un fogliante ad honorem, potrebbe non avere tutti i torti nel fotografare, con questi termini, un momento decisamente speciale per la vita del nostro paese.

 

Baverez, in modo impietoso, ricorda che all’inizio del 2021, dunque appena sette mesi fa, l’Italia era considerata da buona parte dell’Europa il vero malato del continente e non solo per il numero spaventoso di morti raggiunto durante la pandemia. Era, l’Italia, l’unico tra i grandi paesi a non essere uscito ancora dalla crisi del debito del 2011. L’unico tra i grandi paesi a non essere riuscito a governare con continuità i flussi dell’immigrazione. L’unico tra i grandi paesi europei a non essere riuscito a colmare il gap sulla crescita con il resto d’Europa. L’unico tra i grandi paesi europei ad avere un debito pubblico a un passo dall’essere considerato spazzatura. L’unico tra i grandi paesi europei ad aver registrato un tasso di disoccupazione superiore al 10 per cento. L’unico tra i grandi paesi europei a essere stato paralizzato dal fuoco incrociato dei populismi al governo.

 

Sette mesi dopo, a metà del 2021, l’Italia si trova invece, improvvisamente, in una posizione di forza oggettiva, che forse neppure i più entusiastici sostenitori della svolta Draghi avrebbero mai potuto immaginare alcuni mesi fa. In questa svolta – “C’è magia nell’aria, la sentite?”, ha detto due giorni fa, con entusiasmo, Vanessa Ferrari, subito dopo il super argento vinto nella ginnastica artistica individuale – c’è ovviamente la trasformazione dei partiti, che hanno usato il bagno di realtà imposto da Draghi per provare a maturare, altro che Draghi antipolitico, e c’è ovviamente la liquefazione di un pezzo del populismo italiano, che di fronte alla complessità dei problemi generati dalla pandemia è stato costretto a rinunciare a una parte del proprio arsenale demagogico e complottista.

 

C’è tutto questo, naturalmente, ma la svolta dell’Italia, il suo rinascimento come dice Baverez, è una svolta più profonda, più visibile, più entusiasmante, che colloca il nostro paese su un binario nuovo, per certi versi rivoluzionario: la politica del pragmatismo. Il pragmatismo di Draghi consiste nell’offrire risposte semplici a problemi complessi. Consiste nel depoliticizzare lo scontro politico, fino a svuotarlo. E consiste nel riuscire a presentare ogni decisione assunta dal governo come figlia non del risultato di una mediazione, abbiamo messo d’accordo tutti, o di un’ideologia estrema, abbiamo fatto così perché non potevamo fare altrimenti, ma come figlia di una semplice e naturale aderenza al principio di realtà. E, come nota Baverez, la quantità di temi su cui l’Italia oggi dimostra di aver ritrovato una notevole aderenza alla realtà è piuttosto impressionante.

 

Sulla giustizia, ultimo caso, l’Italia, come ha avuto modo di notare anche il New York Times la scorsa settimana, si è lasciata alle spalle una stagione di trasferimento di potere costante e continuo dalla politica ai magistrati, bentornato Montesquieu, e ha deciso, anche a costo di sfidare i professionisti del circo mediatico-giudiziario, di invertire la sua rotta per provare a rendere l’Italia un posto più affidabile, più sicuro, meno ostaggio di un’idea di democrazia fondata sulle procure. Sul versante dell’economia, come ha ricordato venerdì scorso il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, le stime dell’Eurostat sul secondo trimestre fotografano una crescita dell’Europa superiore alle aspettative, trainata, incredibile a dirsi, oltre che dalla Spagna anche dall’Italia (che a metà del 2021 ha già acquisito una crescita superiore a quella stimata a inizio anno, 4,8 contro 4,5 per cento, e ieri l’Ufficio parlamentare di bilancio è arrivato a stimare la crescita del 2021 a quota 5,8 per cento).

 

La crescita italiana è una crescita per la quale occorre ringraziare per il momento più la classe imprenditoriale italiana che la classe di governo, con qualche ringraziamento anche al governo precedente che è riuscito a tamponare gli effetti generati dalla crisi pandemica con più successo rispetto al previsto, ed è un successo che nasce anche da una serie di fondamentali del nostro paese che hanno sempre permesso all’Italia di reagire con forza anche di fronte alle situazioni più complicate (l’Italia ha un saldo commerciale positivo registrato nel 2020 pari a 63 miliardi, ha una rete di 200 mila aziende esportatrici che nel 2019 ha venduto circa 455 miliardi di merci all’estero, ha centri di eccellenza del lusso, della moda, della meccanica, dell’arredamento, della farmaceutica che permettono al paese di essere competitivo anche nei momenti più difficili e ha un sistema industriale decentrato in 156 distretti ad alta specializzazione che come ha notato Baverez permettono al nostro paese di essere all’avanguardia nei processi di reindustrializzazione).

 

Ma la centralità dell’Italia prescinde persino dai dati economici, che comunque non guastano, e prescinde anche dalle buone performance offerte in questi mesi sul terreno della lotta alla pandemia, che comunque non guastano (l’Italia, così come l’Europa, tanto per fare un esempio, ha un numero di vaccinati con seconde dosi che in termini percentuali supera quello degli Stati Uniti, e paesi come gli stessi Stati Uniti da giorni invidiano paesi come il nostro, e come la Francia, che hanno avuto la forza e il coraggio di spingere i propri cittadini alla vaccinazione a colpi di green pass). La centralità dell’Italia, piuttosto, la sua rinnovata capacità di osservare se stessa più con lo sguardo dell’orgoglio che con quello del tafazzismo, ha a che fare prima di tutto con il futuro dell’Unione e non c’è dubbio che il Recovery plan, come notato due giorni fa anche dall’Economist, abbia trasformato il nostro paese in un elemento cruciale per il futuro dell’Unione.

 

“La posta in gioco che vi è in Italia – dice Baverez – è importante per tutta l’Europa poiché il perseguimento della sua integrazione e la sopravvivenza dell’euro richiedono di porre fine alla divergenza tra nord e sud del continente, il che presuppone che lo sforzo di solidarietà di alcuni abbia come contropartita il recupero effettivo degli altri”. Il futuro dell’Europa, mai come oggi, dipende dunque in buona parte anche dall’Italia, “in un momento in cui la fine della stagione di Merkel e l’impegno di Macron per una rielezione non facile aprono al nostro paese un vasto spazio per esercitare una leadership discreta in collaborazione con la Commissione e la Bce e per diventare un alleato chiave dell’America di Joe Biden”.

 

E’ difficile dire se ha ragione Baverez quando dice che la centralità dell’Italia avrà l’effetto di lasciare alla Francia lo status di malato del continente (spiacerebbe moltissimo), ma è altrettanto difficile non notare che per la prima volta da molto tempo l’Italia sembra essere riuscita a liberarsi dalla sua famosa rete di arabeschi. Diceva Flaiano che in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. La rivoluzione di Draghi, al netto dell’economia ben stimolata, della digitalizzazione magnificamente imposta, della giustizia meglio indirizzata, della burocrazia finalmente dominata, della politica dolcemente riformata, del vincolo esterno dell’Europa fatalmente trasformato non in un nemico ma in un alleato, è proprio questo: provare a spiegare perché la linea più breve tra due punti può anche essere qualcosa di diverso da un arabesco. E’ possibile che sia un Rinascimento – che a sua volta prese forma in Italia dopo la peste nera – ma prima di immergersi in un bagno d’ottimismo occorre ricordarsi di una piccola verità. Buona parte della nuova centralità italiana dipende da Draghi e quando la fiducia in un paese dipende da una sola persona significa che quel paese per potersi garantire un futuro prospero e far tesoro della magia che c’è nell’aria ha ancora molto da lavorare per trasformare i suoi arabeschi in formidabili linee rette.

 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.