Il racconto

M5s con Conte, il 25 luglio di Grillo. Ipotesi sfiducia al Garante. E Di Maio?

Aria di tradimento. Tutti i colonnelli si schierano con Vito Crimi, il gerarca minore che sogna di essere come Dino Grandi

Simone Canettieri

L'ex premier pronto a svuotare il Movimento nelle prossime 48 ore. Il vecchio capo prova a giocare d'anticipo per indire il voto su Rousseau sul direttivo

Tira aria da 25 luglio. Beppe Grillo è il primo a capirlo tanto che in serata irrompe con un video per “richiamare il M5s all’unità”. Per parlare “con il cuore” a chi adesso “lo disprezza”. Ma per ribadire pure che Conte “è inadatto”. I colonnelli per la prima volta stanno attaccando il grande capo, che “attraversò lo Stretto a nuoto”.  Vito Crimi, gerarca minore e piccolo Dino Grandi, maneggia ordini del giorno. Titolo: sfiducia al Garante. 

La sfida tra Conte e Grillo si muove a distanza di centinaia di chilometri e dalle rispettive case. Entrambi non hanno cariche elettive, entrambi fanno piombare i loro strali sui rintronati parlamentari grillini, che forse da domani saranno più che altro contiani.


 E’ quasi sera quando l’ex premier annuncia prima di rientrare nel suo studio-abitazione (di proprietà della compagna Olivia) che “il mio progetto politico non rimarrà nel cassetto. C’è tanto sostegno dei cittadini: ho lavorato quattro mesi”.
Sono parole incendiare seppur scontate, quelle di Conte, che rimbalzano dentro l’assemblea dei deputati pentastellati. 

L’ex premier ha appena dato il via a una scissione che è nei fatti, a meno che non si arrivi all’ennesimo colpo di scena: alla sfiducia del Garante, come gira per tutta la giornata. Lo sfregio, il golpetto. Sarebbe il gesto estremo del comitato di garanzia presieduto da Vito Crimi, l’uomo di gomma che ha tirato fuori gli artigli, che ha detto a Grillo che non avrebbe indetto il voto su Rousseau per tornare al vecchio direttorio. “Se è così mi dimetto”. E’ tutto surreale in questa rivolta di chi cerca di sfuggire dall’abbraccio del “papà del Movimento”.  D’altronde questo partito è diventato una piccola Sanpa. Infatti Beppe-Muccioli l’altro giorno ha detto di sentirsi “come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione”.


Ormai si sfidano a distanza due modelli politici diversi: Beppe con la chioma candida e  la barba tinta, Giuseppi in versione partitella di paddle per sudare un po’. 
Il professore – “diventato premier grazie al M5S”, come gli rinfaccia l’arcinemico – ormai è attivissimo. Raccontano che l’altra sera abbia riunito in segreto gran parte dei big che parteciparono alla sua mancata incoronazione lo scorso febbraio all’hotel Forum. Un vertice per decidere la strategia, guardarsi negli occhi per partire e “svuotare il Movimento alle Camere”.  Però c’è anche un altro orientamento, più traumatico e violento: la sfiducia a Grillo che per essere valida deve avere la maggioranza degli iscritti partecipanti. Sarebbe un’umiliazione che tutti vorrebbero evitare. Ma anche il modo, dice per esempio Paola Taverna, “per non dire addio alla nostra casa: votiamo lo statuto di Conte”.

La cosa divertente sono le dichiarazioni dei big e caporali a sostegno di Crimi, il primo a incrociare i guantoni con il Garante. Esce per difenderlo Stefano Patuanelli, capodelegazione al governo, prima tocca a Ettore Licheri, capogruppo al Senato, e poi ci sono le note del direttivo di Palazzo Madama e gli attestati di stima sparsi qua e là da parte di molti. Come Roberta Lombardi, che è assessore nel Lazio con Zingaretti, ma che fa parte anche del comitato di garanzia: “Sono pronta a dimettermi”. Un flusso impetuoso di parole che fanno capire come il partito di Conte già esista e come ormai qualsiasi convivenza con “Beppe sia impossibile”, rimarca l’ex premier. Che racconta a chi lo chiama che nello statuto tanto conteso il vecchio capo “voleva assumere anche persone di sua fiducia nella mia segreteria, oltre che rappresentarmi all’estero, insomma voleva ritornare al Movimento con Gianroberto Casaleggio”. Ovviamente Grillo sostiene l’opposto e dice che puntava solo a rimanere Garante, ma che poi a un certo punto Conte non gli ha più risposto nemmeno al telefono. Adesso la sfida è a chi pubblicherà per il primo il papello per infangare l’altro e vomitargli addosso: “Vedi che era colpa tua”. Ma queste sono liti da balcone, ormai. Grillo oggi è pronto a convocare su Rousseau la votazione per il nuovo direttivo. Conte è convinto di riuscire nel blitz in 48 ore: soffiandogli gli eletti davanti al naso. Tutto si gioca sugli umori, in questo psicodramma del tradimento o della ragione. E poi c’è Di Maio, diventato ormai il Franceschini del M5s. Silente da due giorni, il ministro degli Esteri  è pronto alla mossa decisiva appena il quadro sarà netto. Grillo lo ha chiamato, così come ha chiamato Roberto Fico. Sono i due di cui si fida di più. Se saltano anche loro è finita. Mentre  D’Incà, Patuanelli, Dadone li dà già per passati con il nemico.  Villa Corallina è la Villa Torlonia del Garante. Qualcuno tra poco potrebbe bussare per dirgli: “Ci spiace, è finita”. Salvo ripensamenti dei due duellanti.  
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.