Così è stata pianificata l’imboscata leghista. E nel M5s cresce la rabbia
Salvini voleva bocciare l'emendamento sul peculato, ma solo dopo l'approvazione del dl sicurezza. E i deputati del Carroccio dicono: “I grillini ce li siamo messi nel sacco"
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23 NOV 18

(Foto LaPresse)
Roma. In questa grottesca recita collettiva, in cui ciascuno interpreta la sua parte in commedia, una sola pare la certezza: che Matteo Salvini si è davvero infuriato, martedì sera, quando ha scoperto dello scivolone del governo. E questo non perché, coi suoi fedelissimi, non avesse in mente di ridimensionare il reato di peculato. Anzi. L’imboscata sull’anticorruzione doveva esserci, questo stava nei piani del capo: ma doveva avvenire al Senato, dove i margini di manovra sono più ampia; e dove, soprattutto, il testo sarebbe arrivato dopo l’approvazione definitiva dell’altro provvedimento ancora in ballo, quello caro al ministro dell’Interno: il decreto sicurezza.
E invece è successo quel che non doveva. È successo, cioè, che martedì sera, dopo una giornata di lavori tesa e snervante, col capogruppo Riccardo Molinari lontano dall’Aula perché impegnato su altri fronti, c’è stato chi ha organizzato la fronda. La gerarchia nel Carroccio è sacra, si sa: e in mancanza del generale, l’obbedienza, poche balle, la si deve al colonnello. E insomma Marzio Liuni – segretario leghista nell’ufficio di presidenza, la persona che di solito siede nella fila di sedie appena più in basso rispetto allo scranno di Roberto Fico, e che però martedì sera, al momento del voto incriminato, stava in piedi tra i deputati del suo gruppo – ha indicato con esattezza e a voce alta, racconta qualche reo confesso, le file di banchi che avrebbero dovuto votare sì all’emendamento dell’ex grillino Catiello Vitello. E insieme a Liuni, ad agitare la sommossa sarebbe stato, tra gli altri, anche Paolo Tiramani, piemontese pure lui, e pure lui – come Molinari, come il viceministro Edoardo Rixi – coi suoi guai per le “spese pazze” quand’era consigliere regionale.
E chissà che l’intenzione fosse quella di fare un favore a qualche collega, o magari uno sgambetto allo stesso Molinari, passato infatti per quello che non controlla le truppe, con Salvini in Aula, mercoledì, a dare indicazioni di voto ai suoi. Ma se pure c’è stata, la rabbia del leader nei confronti del suo luogotenente è durata non più di qualche ora, se è vero che tra i due, dice chi li frequenta, il chiarimento è stato quasi immediato: “Matteo ha piena fiducia in Riccardo”. Liuni, invece, quando gli si riporta la delazione ai suoi danni, si schermisce: “S’è trattato di un incidente, propiziato dal voto segreto. È stata una concatenazione di cause a determinarlo”. E su questo, non c’è dubbio, ha ragione: perché il suo bel peso, nel creare il patatrac, ce l’ha avuto, eccome, anche la diffusa insofferenza tra i leghisti per “le fregole manettare” dei grillini.
I quali, di rimando, covano nervosismo. Non si fidano degli alleati di governo, e cominciano a fidarsi poco anche delle scelte tattiche di Luigi Di Maio. “Ci siamo fatti fregare di nuovo”, dice un grillino che si occupa di giustizia. E il riferimento è al gioco di veti incrociati tra il decreto sicurezza e il disegno di legge sull’anticorruzione: finora la blindatura dell’uno era stata garantita dall’intangibilità dell’altro. Noi non vi tocchiamo quello che sta a cuore a voi, e voi ci assicurate che non correggerete quello che preme a noi. E il gioco aveva retto, finora.
Se non fosse che però, adesso, col decreto sicurezza che verrà definitivamente approvato, con la fiducia, lunedì o martedì, i grillini non avranno più l’arma di ricatto con cui tutelare l’anticorruzione. Che inizia invece un percorso assai tortuoso nelle sabbie mobili parlamentari: dopo il via libera di ieri alla Camera, approderà al Senato dove dovrà essere rivisto e corretto l’emendamento di Vitello, poi tornerà a Montecitorio. Il tutto con la manovra di bilancio da approvare. “L’anticorruzione? La porteremo a casa prima di capodanno”, assicurava ieri Luigi Di Maio. E ad ascoltarlo, i suoi stessi deputati scuotevano il capo, mentre quelli leghisti trattenevano a stento un ghigno malizioso: “Ce li siamo messi nel sacco. Ma voi giornalisti evitate di dirglielo”.