Una regia d’opera capolavoro per le suorine di Poulenc alle prese con la ghigliottina

Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc di Robert Carsen gira per il mondo dal 1977 e rimane ineguagliabile. E lo ha confermato l'ennesima ripresa, martedì al Regio di Torino. Per non parlare della celebre scena finale che è uno dei capolavori del teatro di tutti i tempi

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2 APR 26
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Robert Carsen. ANSA/UFFICIO STAMPA TEATRO ALLA SCALA

Di solito, le regie d’opera “scadono” più velocemente degli yogurt. Quella dei Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc di Robert Carsen è una delle poche eccezioni che confermano la regola, visto che questo spettacolo gira per il mondo dal 1997 e rimane un ineguagliabile capolavoro. Lo ha confermato l’ennesima ripresa, martedì al Regio di Torino, teatro che sta tornando al livello che gli spetta dopo anni difficili. Liete novelle, peraltro, anche sul fronte musicale. Con la direzione asciutta e teatrale, senza saccarina conventuale, di Yves Abel, una bella prova di Orchestra e Coro e una compagnia nel complesso ottima fino all’ultima suorina (ma sono assai bravi anche i rari maschietti, come Jean-François Lapointe come Marquis de la Force e il figlio Chevalier, Valentin Thill). Bisogna citare almeno Sylvie Brunet-Grupposo, una Madame de Croissy genere “grande angosciato” (anche se l’Antonacci di Roma nel ’22 resta insuperata), e naturalmente Blanche, Ekaterina Bakanova, vocalità forse un po’ leggerina ma interprete e attrice di grande livello. E poi Sally Matthews, Antoinette Dennefeld, Francesca Pia Viatle e insomma tutte le consorelle.
Però è lo spettacolo che resta uno dei più belli mai visti, fra l’altro molto ben ripreso da Christophe Gayral con quella precisione millimetrica nei movimenti, tutti sempre esattamente dove devono essere, non un centimetro più in là né più in qua, che è una delle caratteristiche più esasperatamente perfette del carsenismo. Robertino nostro adorato toglie tutto, a cominciare dalle scene: lo spazio è definito solo dai movimenti di una folla onnipresente e dalle luci favolose dello stesso Carsen e di Cor van den Brink. I costumi sono atemporali e sul palco basta appena un po’ di attrezzeria, ma niente crocifissi, niente tricolori e nemmeno la ghigliottina. Qui, naturalmente, si potrebbe obiettare che manca l’aspetto politico dell’opera, che pure c’è, perché la storia delle sedici carmelitane di Compiègne assassinate dai giacobini pochi giorni prima della fine del Terrore è una denuncia dei crimini della Rivoluzione, e invera quel che insegnava Solzenicyn: è la ghigliottina la madre del gulag e del lager. E tuttavia il vuoto scenico viene riempito da una recitazione così accurata, così carica di senso e di significati, da risultare straordinariamente toccante (e infatti nemmeno le care salme hanno protestato perché non c’è il Settecento…).
Finché si arriva alla celebre scena finale, che non è uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento come spesso si dice, ma del teatro di tutti i tempi. Qui alla commozione, certo, ha già provveduto Poulenc, con il Salve Regina intonato dalle martiri che diventa sempre più flebile man mano che si ascolta il suono metallico della mannaia che cade. Ma nella visione di Carsen, con le carmelitane biancovestite che danzano estatiche cadendo al suolo a una a una nel vuoto assoluto, diventa una celebrazione dell’unica fede che purtroppo abbiamo: quella nel teatro. Ci purifica e ci disturba, ci eleva e ci turba. Così dei saltimbanchi diventano dei sacerdoti, e il palcoscenico un altare.