Il ritorno di Robert Carsen nella Capitale

"Il trionfo del Tempo e del Disinganno", con il suo approccio autentico e moderno ha conquistato il pubblico scettico dell'Opera

di
9 APR 26
Immagine di Il ritorno di Robert Carsen nella Capitale

Il direttore artistico della Scala Pablo Heras-Casado e il regista Robert Carsen, Foto LaPresse

Dopo Cav&Pag a Firenze e le Carmélites a Torino, e prima di Antigone a Siracusa, un altro spettacolo della premiata ditta Robert Carsen. Questa volta è l’Opera di Roma che importa da Salisburgo Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel, un oratorio o cantata sacra qui “ridotta a vera opera”, come avrebbe detto Mozart. Titolo romanissimo, fra l’altro. Il caro sassone non ancora ventitreenne arrivò nell’Urbe nel gennaio del 1707, e fu subito händelmania: formidabile virtuoso oltre che il musicista che sappiamo, belloccio, sessualmente disinvolto, sedusse mezzo Sacro collegio e apprezzò molto la cucina romana: i conti dell’eccellentissima casa Ruspoli segnalano spese esorbitanti per il vitto di Georg Friederich. Il fan più sfegatato era il cardinale Benedetto Pamphilj, “un vecchio pazzo” secondo lo stesso Händel, che gli dedicò una melensa cantata celebrativa e scrisse il testo dell’oratorio definendolo “un leggiadro giovinetto”. Nel Trionfo succede niente. In due ore di concettini barocchi e squisitezza arcadiche, la Bellezza che prima se la spassava con il Piacere viene convertita da Tempo e Disinganno alla caducità delle cose terrene, e riportata sulla retta via del Vero, insomma a Dio, Patria e Famiglia (o forse famiglie, al plurale: Roma, in effetti, non cambia mai).
E’ il classico testo che i teatri decidono di mettere in scena perché la musica è splendida e poi incaricano il regista di turno di costruirci sopra una drammaturgia. Con Robertino nostro adorato succede semmai il contrario, perché la storia che racconta è talmente autentica, necessaria, perfino urgente che la musica finisce per calzarle come un guanto, naturalmente di alta sartoria. Dunque, questa Bellezza è la vincitrice di un orrido “beauty talent contest” (in caro vecchio italiano: concorso di bellezza) che si svolge a Roma ed è atroce fin dal titolo: “The World’s Next Top Model 2026”. Segue l’abituale cursus (dis)honorum da carne da reality e avanzo di balera: le prime copertine, la popolarità facile, le feste con la coca (non Cola), tutto sempre sotto gli occhi delle telecamere, mentre il Piacere rossovestito moltiplica le tentazioni e un Tempo-prete e un Disinganno-psicanalista cercando di mostrarle il Vero. Carsen gioca con la consueta perfida ironia con i topoi della nostra sventurata contemporaneità, la festa con il dj star, la seduta psicanalitica, lo shopping compulsivo. Ma alla fine approda alla commozione, quando la Bellezza stravolta si incammina verso il Nulla della nostra incertezza, convertita ma forse non convinta. Spettacolo tecnicamente ineccepibile e poeticamente coinvolgente.
Sul fronte musicale, molto bravo Gianluca Capuano, certo meno spericolato con l’Orchestra dell’Opera di quanto non fosse a Salisburgo con i suoi Musiciens storicamente informati, ma capace di garantire contrasti, ritmo teatrale e un continuo di qualità: notevole, per inciso, l’organo di Luca Quintavalle. La compagnia ha il solito problema dei barocchisti: le sale troppo grandi. Eccellente, il più applaudito, il controtenore Raffaele Pe come Disinganno. Anna Bonitatibus, il Piacere, è una grande artista che in alcuni momenti suona un po’ flebile. Ed Lyon, pur accettabile, conferma la difficoltà a distribuire le parti baritenorili händeliane. Quanto alla Bellezza, Johanna Wallroth, ha intanto il requisito fondamentale di essere bella e di recitare anche assai bene. La voce è da sopranino leggero un po’ stridulo in acuto, ma nel complesso ritorna vincitrice da una parte non semplice. Pubblico romano prima scettico, poi conquistato e alla fine commosso. Più Carsen per tutti!