Roma Capoccia
Carsen riporta Händel a Roma. Dal 7 aprile al Teatro dell’Opera
E’ un appuntamento di prestigio, anche perché l’oratorio di Händel non è mai stato eseguito nella capitale, pur avendo con la città un rapporto molto stretto. L’opera affronta il tema del rapporto tra apparenza e verità, proponendo una riflessione che, pur nella forma allegorica, mantiene una forte evidenza drammatica
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4 APR 26

Robert Carsen. ANSA / UFFICIO STAMPA TEATRO ALLA SCALA
Nel 2021 il Festival di Salisburgo ha presentato per la prima volta Il trionfo del tempo e del disinganno di Georg Friedrich Händel, con la direzione di Gianluca Capuano e la regia di Robert Carsen. Questa produzione ora debutta al Teatro dell’Opera di Roma martedì 7 aprile alle ore 20 e resta in scena fino al 14, con Capuano e le voci di Johanna Wallroth (Bellezza), Anna Bonitatibus (Piacere), Raffaele Pe (Disinganno), Ed Lyon (Tempo). E’ un appuntamento di prestigio, anche perché l’oratorio di Händel non è mai stato eseguito nella capitale, pur avendo con la città un rapporto molto stretto. Nel 1707, Händel è a Roma, ha fama di essere “un sassone eccellente sonatore di cembalo e compositore di musica, quale oggi ha fatta pompa della sua virtù in sonare l’organo nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, con stupore di tutti”. Il compositore ha solo 22 anni e affronta per la prima volta questo genere, mostrando subito il suo talento. La scrittura è ricca, complessa, mai manieristica. Il virtuosismo investe soprattutto il violino (probabilmente suonato da Arcangelo Corelli che faceva anche da direttore alla prima) e l’organo, suonato dallo stesso Händel.
Il libretto, firmato dal cardinale Benedetto Pamphilj, mette in scena un confronto allegorico tra quattro figure: Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno. Al centro c’è il percorso di Bellezza, inizialmente sedotta dal Piacere e dalla dimensione dell’apparenza, ma progressivamente condotta da Tempo e Disinganno verso una presa di coscienza più profonda. Il conflitto si risolve con la rinuncia alle illusioni e alla vanità, in favore di una verità più duratura. L’opera affronta così il tema del rapporto tra apparenza e verità, proponendo una riflessione che, pur nella forma allegorica, mantiene una forte evidenza drammatica. Non a caso, Händel tornerà più volte su questa partitura nel corso degli anni, rielaborandola in altre due versioni, a riprova della sua importanza nel personale percorso creativo. “C’è l’idea che ognuno di noi debba mettere sulla bilancia della propria vita la bellezza e il piacere – dice il regista Carsen – il tempo che vi dedichiamo, insieme con il disinganno. Da una parte il carpe diem, il gioire per il momento; dall’altra, lo sviluppo delle cose importanti, nel tempo limitato della vita terrena. E davanti alla caducità della vita si spalanca l’eternità. L’esistenza umana è come la piccola parte dell’iceberg che affiora dall’acqua: sotto c’è l’immensità”.
Quello che stupisce del Trionfo è l’assenza di un fine pedagogico o didascalico. Semmai, il lavoro mette in scena l’aspetto carnale della tentazione, della caduta e dello smarrimento lungo il cammino. Malgrado il testo sia stato scritto da un prelato, l’oratorio è molto più di un lavoro sacro. “La composizione è piuttosto una libera meditazione su temi morali – dice il direttore Capuano – e fa uso delle forme del melodramma, con l’inserimento di brani strumentali. Il giovane Händel arriva in Italia, incontra molti dei musicisti di cui in Germania aveva letto la musica e rimane profondamente colpito dalla sovrabbondanza di stimoli estetici, dalla pittura all’architettura”.
La bellezza della musica è direttamente proporzionale all’attualità dell’opera che fa emergere l’incapacità di guardarsi dentro, di accettare come si è fatti, l’essere succubi di modelli estetici imposti. Non a caso, il regista canadese ambienta l’oratorio – che, com’è facile capire, ha il respiro dell’opera – in un concorso di bellezza, all’interno di uno studio televisivo “come quello dei reality show” che via via sfuma in una sorta di “non luogo”. Non essendoci una vera e propria trama né un’azione, l’oratorio lascia aperte numerose vie interpretative sia per chi porta in scena lo spettacolo, sia per chi lo ascolta. La particolare magnificenza della parte musicale di Bellezza e Piacere fa pensare che Händel parteggiasse per queste due figure, in una sorta di ambiguità che descrive chiunque di noi.