Il Jumbo, il più grande ristorante galleggiante al mondo (Olycom). Al momento è in una situazione precaria prossima all’affondamento

Memorie

L'eclissi di Hong Kong, la città dove oriente e occidente si mescolavano

Francesco Palmieri

L'ex colonia britannica sta perdendo uno dopo l'altro tutti i tasselli della propria identità, a causa della repressione di Pechino. Rimane la memoria di un luogo dove il respiro si liberava e si faceva più profondo

Un giorno vorrei tornare, ma è già troppo tardi. “La canzone del tramonto”, Anita Mui


Spesso avrei voluto fare come il fuggitivo protagonista del romanzo di Emmanuel Carrère, “I baffi”, che invece di tornare a Parigi comincia ad attraversare avanti e indietro la baia di Hong Kong su un vecchio battello dello Star Ferry: dall’imbarcadero di Central a Kowloon, dove s’approda a Tsim Sha Tsui, l’area più turistica della penisola. I

l libro, pubblicato nel 1986, descrive Hong Kong ancora colonia britannica, con gli aerei che atterravano sulla perigliosa pista di Kai Tak planando tra i palazzi popolari di Sham Shui Po, da cui sembrava di poterli toccare, mentre i grattacieli illuminati che si riflettevano nelle acque notturne della baia erano meno fitti e di più modesta altezza. Se lanciando un dollaro usciva “testa” era quella della regina Elisabetta e il prefisso “Royal”, rimosso col ritorno alla Cina nel ’97, precedeva il Jockey Club e altre storiche istituzioni. I registi di un cinema secondo solo a Hollywood dirigevano film intrisi d’inquietudine per il futuro. I vecchi usavano invece un altro prefisso, “Red”, per riferirsi alla “Mainland China” da dove i genitori erano scappati nel ’49 o successivamente, preferendo la libertà a zero democrazia degli inglesi alla zero libertà senza democrazia maoista.

Il mio respiro “più profondo e più libero” venendo dall’Italia. Sapevo di tornare dove tutto poteva accadere: incontri, cambiamenti, novità

Chi poteva, mandava i figli a studiare all’estero; chi non poteva, quantomeno al St. Francis Xavier’s College, dove fu allievo anche Bruce Lee, poi in una delle università locali che acquisirono nel tempo corpi accademici rispettabili e cosmopoliti. Questa era Hong Kong: un occhio alla Cina e l’altro all’occidente “senza mai sbattere le palpebre”, come scrisse l’ex presidente del Pen Club locale, Jason Y. Ng, in un libro dal titolo bellissimo perché definì la città “uno stato della mente”. Si capisce perciò che il personaggio di Carrère, nella minuta annotazione di un’alba all’imbarcadero, vedendo un gruppo di anziani praticare le ginnastiche tradizionali sullo sfondo del Victoria Peak perduto “nella bruma scintillante”, dicesse che l’idea di essere a Hong Kong gli procurasse “una specie di esaltazione”. Ogni volta, scendendo all’alba dall’aereo a Kai Tak, poi al nuovo scalo di Chek Lap Kok, l’esaltazione pervadeva anche me. Fosse pure al quarantesimo arrivo.

Racconta Ilaria Maria Sala, nel documentato e amoroso volume “L’eclissi di Hong Kong”, che quando ci arrivava da Pechino il suo respiro si faceva, già prima di atterrare, “più profondo e più libero”. E che tuttora quando prende lo Star Ferry non riesce a leggere o a scrivere sul cellulare: “La vista è così straordinaria che distrarsi mi sembra uno spreco”.

Respiro “più profondo e più libero” era anche il mio venendo dall’Italia, perché sapevo di tornare dove tutto poteva accadere: incontri sorprendenti, inaspettati cambiamenti topografici rispetto a tre mesi prima, angoli inesplorati che avevi sempre tenuto innanzi agli occhi senza vederli mai, novità culturali che condensavano le ultime tendenze asiatiche o precedevano imminenti mode occidentali. Quel che a Roma richiedeva tre giorni, a Hong Kong si risolveva in un’ora. Conosciuta per essere una metropoli inquinata e luccicante e frenetica, è circondata da più di 200 isole disabitate e da ampie zone, nei cosiddetti Nuovi territori, dove la natura non è stata sciupata. Un amico, originario del villaggio abbandonato di Tin Fu Tsai, mi portò a vedere la casa di famiglia che stava ristrutturando in mezzo a un bosco popolato di vacche allo stato brado. Gli ultimi abitanti, costretti a lasciare il luogo per un resettlement nei formicai di Yuen Long, Tuen Mun o della periferia di Kowloon, non se l’erano sentita di mandare gli animali al macello. Questi erano i discendenti dei bovini graziati, questa la storia della loro conquistata libertà.

Questo luglio ha chiuso il Mido Cafè, dove assaggiavo la bevanda yuanyang: tè e caffè miscelati, Cina e Inghilterra nello stesso bicchiere

Per gli uomini invece, c’est la vie, dal 30 giugno 2020 è in vigore la legge sulla sicurezza nazionale con cui si minaccia l’ergastolo a chi rivendica libertà per Hong Kong – la città più affarista, brillante, spregiudicata, cinica e artistica, intrisa di due mondi, orgogliosa dell’originaria matrice ma vivente testimonianza che Kipling aveva sbagliato profezia sull’est e l’ovest che non s’incontreranno mai. A Hong Kong s’erano scontrati e poi incontrati. Per la gelosia di Pechino. I turisti cinesi cominciarono ad approdarvi dopo l’handover e li riconoscevi per come vestivano, per l’imbarazzo arrogante della serva diventata padrona che adesso, dopo la soppressione delle proteste del 2019-2020, si è intronizzata definitivamente. Guai a chi non è “patriota”, a chi discute lo sgretolamento della Basic Law che assicurava a Hong Kong status speciale fino al 2047 e garantiva libertà d’espressione.

Chiuso l’Apple Daily (pro-democratico), quotidiano popolare e divertente che pubblicava la più trucida cronaca nera e i più gustosi gossip sulla vita artistica e mondana di una città sempre autoriferita. Proibite le commemorazioni della strage di Tiananmen. Arrestato pochi giorni fa uno studente perché con un post sui social aveva invitato alla scheda bianca o all’astensione nelle consultazioni elettorali del 2021. Emigrato il 2 per cento della popolazione dopo l’introduzione della legge sulla sicurezza. Mortificato chi resta dall’utopico obiettivo zero Covid che ha annichilito il turismo e svuotato gli alberghi. Non nel 1997, con l’handover, ma adesso Hong Kong sta sperimentando “l’eclissi”.

Se ne vanno persone, pietre e animali. Alla fine dell’èra coloniale, lo scrittore sinoamericano Alexander Kuo notò la crescente nostalgia popolare che si traduceva in una smania del passato. Old memories, landmark buildings e foto seppiate. La “narrativa visuale” di Hong Kong da collettiva diventava individuale perché ogni posto ricordava anche storie di famiglia. Abbondò la letteratura degli espatriati, dei “Gweilo” (come titolò l’autobiografia l’inglese Martin Booth, cresciuto a Hong Kong). Certo l’aeroporto di Kai Tak fu riconvertito, la Kowloon Walled City, già covo inaccessibile di reietti e fuorilegge, fu fatta giardino, ma molte icone della memoria vennero preservate. La mazzata è arrivata più tardi, l’amnesia quale strumento psichico non dichiarato della sicurezza nazionale.

A Hong Kong s’imparava che l’uomo non può essere razzista. Moschee e templi taoisti, buddisti, cattedrale anglicana e chiese cattoliche

Questo rovente luglio è stato il mese d’addio per il Mido Cafè nel quartiere effervescente di Yau Ma Tei. Aveva resistito nel suo piccolo edificio curvilineo per più di settant’anni e vi si respirava l’aria d’una volta con i ventilatori a pale, col menù che continuava a non essere granché ma con la vista sul più antico tempio di Kowloon dedicato alla regina del cielo, Tin Hau, di cui si preservò il culto anche quando a meno di un’ora di treno, oltre frontiera, imperversava la follia della Rivoluzione culturale. Addio Mido Cafè che fu attrezzato, come ogni casa decente fino a pochi anni fa, di sputacchiere agli angoli, addio al tavolo vicino alla finestra dove assaggiavo la contraddittoria bevanda che riassume lo spirito di Hong Kong: yuanyang, cioè tè e caffè miscelati, Cina e Inghilterra, gli opposti nello stesso bicchiere. Il drink smentita a Kipling. Come a casa del mio maestro di arti marziali, Lam Jo, campeggiava la statua di Guan Gong dio taoista della guerra, patrono dei commercianti e dei poliziotti (ma anche dei gangster). Il maestro però era battezzato cattolico e nella messa funebre fu commemorato con quel “rito cinese” che la Chiesa ammise solamente nel 1939, perdendo per non averlo fatto prima l’occasione di rimanere alla corte di Pechino dove la sagacia del gesuita Matteo Ricci aveva spianato la via.

Tè e caffè. East and West. Estraneo ma a casa. Il respiro “più profondo e più libero”. A Hong Kong s’imparava che l’uomo non può essere razzista. Si pronuncia in cantonese “sei hoi yat ga”: quattro mari, una sola famiglia. Moschee e templi taoisti, buddisti, mazdei, cattedrale anglicana e chiese cattoliche. Persino i membri della Falun Gong, setta perseguitata in Cina Popolare, si ritrovavano al mattino al Kowloon Park per la meditazione, sullo stesso spiazzo dove i boy scout della vicina Baden-Powell International House avrebbero svolto più tardi il raduno. Spregiudicata Hong Kong. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle trovavi al mercato notturno di Temple Street le t-shirt con la faccia di Osama bin Laden. Mica per adesione. Ma perché se c’erano quelle del Che, di Bruce Lee e Jackie Chan, poteva starci la sua. Cinica Hong Kong. Tra oriente e occidente stando con l’uno e l’altro e con nessuno. Perciò c’era anche Mao: su piatti, tazze, accendini. C’erano le copie del Libretto rosso. Le cinture dell’Esercito popolare di liberazione e l’ostello dell’Esercito della salvezza, dove i prezzi erano buoni, le coperte sdrucite ma pulite.
C’era il Jumbo, il più grande ristorante galleggiante del mondo immancabile in ogni guida turistica. Come il Mido Cafè, ha appena consumato l’addio. Sta fluttuando, assurda immagine da sogno, nei suoi ottanta metri di lunghezza a forma di palazzo imperiale sulle acque del Mar cinese meridionale. Forse affonda, forse no. Un’altra tessera strappata alla Hong Kong che tutto il mondo conosceva.

Produttore cinematografico, scrittore, marzialista, Bey Logan, inglese, vive a Hong Kong da trent’anni. Gli chiedo cosa ne pensa: “Sono rattristato dall’incapacità della città di preservare gli elementi fondamentali della propria eredità culturale. Eppure, essendo stata sempre governata dall’alto, prima dagli inglesi, poi dalla Cina, senza gli intoppi macchinosi di un sistema democratico, sarebbe stato abbastanza facile per l’esecutivo locale istituire un dipartimento culturale dedicato alla conservazione di quel che la gente di Hong Kong, col suo duro lavoro, ha amato della città. Invece abbiamo visto spazzare via un’icona dopo l’altra: il vecchio molo dello Star Ferry, i Giardini del Balsamo di Tigre, il ristorante girevole del Ritz-Carlton, l’Hotel Excelsior… persino la casa di Bruce Lee”. Bey cita, come esperienza personale, quella di Robinson Road, un tempo popolata di botteghe artigiane, librerie, negozi di tè: “Oggi tutto quel che puoi trovarci è un’agenzia immobiliare dopo l’altra, con offerte di case senz’anima dai prezzi al metro quadro più cari al mondo. I simboli giovanili degli hongkonghesi stanno svanendo uno per uno, rimpiazzati da cattedrali nel deserto come il nuovo teatro dell’Opera cinese e il Museo della Città proibita. E’ una benedizione che abbiamo una fiorente cultura cinematografica, così che la Hong Kong più vecchia, quella migliore, è conservata se non altro in celluloide…”.

Il cantonese, l’idioma della città: Pechino da tempo cerca di estirparlo per il mandarino, a scuola s’insegna il cinese standard nazionale

E’ come un puzzle al contrario: anziché aggiungere tasselli si tolgono. Provvede certe volte la natura: giorni fa è morto An An, il panda simbolo di Ocean Park dal 1999, grazioso dono di Pechino. Per eutanasia: a trentacinque anni non ce la faceva più. Resta un magnete sul frigorifero. E’ morta a centodue anni la più antica libreria di Hong Kong, la Swindon di Lock Road. (Là trovai a poco prezzo rare edizioni delle poesie di Mao, le filastrocche popolari pechinesi raccolte da Guido Amedeo Vitale, i romanzi di Louis Cha alias Jin Yong, che con le sue epopee di ribelli infuse a Hong Kong coloniale l’orgoglio di essere Cina oltre il tempo: immensa civiltà, non immane regime).
Aveva la veneranda età della Swindon il maestro Lam Jo quando morì: anzi un anno di più, perché come i cinesi d’una volta calcolava la vita non dalla nascita, ma dal concepimento. S’imparava anche da lui a non essere razzista, quando per festeggiarlo ogni anno affluivano allievi da tutto il mondo: inglesi, slovacchi, tedeschi, afroamericani. A seconda dell’anzianità nella scuola, eri collocato a un grado parentale strutturato sulla famiglia cinese. Niente lingua, sesso, etnia. Anzi, la lingua sì.

Tutti cercammo, chi più di meno, di imparare il cantonese, l’idioma parlato a Hong Kong, che Pechino da tempo cerca di estirpare per il mandarino; libri sul cantonese non se ne stampano più, a scuola s’insegna il cinese standard nazionale che è obbligatorio conoscere per un posto nei pubblici uffici o per guidare un taxi (ne parla un film premonitore del 2015, “Ten Years”, che fece infuriare le autorità). Ma il cantonese resiste anche come melodiosa identità per tanta diaspora da Londra a San Francisco a Vancouver e si prende le rivincite nella musica: ultimo fenomeno i Mirror, la band che con i suoi concerti  sta segnando la ripresa del cantopop dopo i fasti dei decenni scorsi.

Come sarà la nuova Hong Kong. Forse la risposta è nel motto adottato nelle manifestazioni di piazza: il “Be Water”, l’acqua che si adatta alla forma di ogni contenitore come ammoniva Bruce Lee. Però neanche s’è salvato il villino dove lui abitò e morì nel luglio 1973, sopravvissuto a incuria e ingiuria (fu trasformato a lungo in albergo a ore). Demolito e ricostruito, è una clubhouse privata. Un altro tassello sottratto all’identità anche globale, perché il “Piccolo Drago” è un mito dappertutto.
Ezra Pound immaginò che Confucio spiegasse agli allievi il senso della sua missione: “I fiori di albicocco son mossi da oriente verso occidente; ho cercato di evitare che cadessero”. Troppo pochi se ne salvano tra le dita di chi scrive. Eppure piaceva questa poetica utopia al sinologo Lionello Lanciotti. Ogni volta che tornavo da Hong Kong gli portavo un lucchetto cinese per la sua collezione, nella casa dietro piazza Bologna dove i fiori del suo albicocco a lungo profumarono.

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