lettere al direttore
È lo stato di diritto l’argine alla ricerca del colpevole più suggestivo
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
14 MAG 26

(Foto Ansa)
Al direttore - Tanti anni or sono, quando ricoprivo un importante incarico di direzione sindacale, mi fu riferito il caso di un funzionario di una federazione dell’industria il quale non era in grado di impostare e negoziare accordi con i datori di lavoro delle piccole imprese della zona che gli era affidata. Così raccontava ai lavoratori di aver raggiunto delle intese inesistenti inventandosi anche i contenuti. Va da sé che la simulazione non poteva durare a lungo senza essere scoperta. Ho ripescato dal fondo della memoria quella lontana vicenda leggendo gli articoli puntuali di Annarita Digiorgio sulla tragedia dell’ex Ilva. Il ministro Urso sta gestendo da anni quella vertenza come – in sedicesimo – quel funzionario. Racconta di trattative con imprenditori che si contendono l’acquisizione dello stabilimento, si è lasciato blandire dalla chimera dell’acciaio green, ma lo stabilimento di Taranto è ormai alla fine dei suoi giorni. Quel funzionario ebbe congelato lo stipendio e fu inviato al centro stampa del sindacato a occuparsi delle macchine, delle riproduzioni e delle fotocopie. Quale incarico verrà affidato ad Adolfo Urso, quando si scoprirà che non ha soluzioni per l’ex Ilva?
Giuliano Cazzola
Al direttore - Ho appena letto il suo editoriale intitolato “La Garlasco dei finti garantisti è uno sfregio allo stato di diritto”. Dal momento che ho sempre apprezzato la sua lucidità devo dire che il suo editoriale (peraltro in linea con suoi precedenti articoli e con altri articoli pubblicati sul Foglio) mi lascia senza parole, e con tutta la buona volontà non riesco a vederne la logica, se non quella di immolarsi per partito preso sull’altare dell’assenza di prove contro Sempio. Sarebbe bene che un giornalista autorevole come lei invece di ragionare in termini di garantismo e non garantismo, si limitasse a valutare freddamente la natura dei dati di fatto, che in questo caso sono costituiti da prove e indizi. Ovviamente tutto ciò presupporrebbe una preparazione tecnico-scientifica adeguata, che purtroppo né lei né la stragrande maggioranza del pubblico possiede. E ciononostante per il reato di omicidio (consumato o tentato), la competenza non spetta al tribunale ordinario, ma alla Corte di assise, un organo composto da due giudici togati e sei giudici popolari (quelli a cui lei vorrebbe impedire di farsi un’idea sulle prove/indizi). Le faccio notare che non è vero che manchino prove a carico di Sempio. In sede processuale si potrà contestarne la validità ma rimangono pur sempre prove: Dna sulle/sotto le unghie della vittima più impronta di una mano su un muro. Ci sono anche prove del reato di falso ideologico per aver fornito documenti non veritieri e false attestazioni a un pubblico ufficiale (un imputato che mente per difendere se stesso non è punibile per il falso in sé, ma lo è se le sue azioni costituiscono false dichiarazioni a pubblico ufficiale). La lista degli indizi è invece interminabile. Non commento sulla cialtroneria (essendo uno scienziato, sia pur non forense, posso tranquillamente valutarla) delle prime indagini e della maggioranza delle prime perizie che hanno portato alla condanna di Stasi (per non parlare della farsesca rapidità nel chiudere le indagini su Sempio una decina di anni fa). Il fatto che lei metta sullo stesso piano le prove/indizi a carico di Stasi con quelle a carico di Sempio mi lascia basito. Tra l’altro molti dei cialtroni responsabili delle prime indagini e delle prime perizie dismessi i panni di servitori dello stato si sono messi a disposizione della difesa di Sempio (nonché della famiglia Poggi) e sono i principali attori (insieme ai legali di Sempio) del circo mediatico che lei con tanto vigore condanna. Per quanto riguarda la famiglia Poggi, penso che molto raramente si sia dato il caso di famigliari che si siano opposti alle indagini per individuare il colpevole dell’uccisione di un loro congiunto. Questa bizzarria da sola più che giustifica l’attenzione mediatica al riguardo. Da ultimo mi permetto di suggerire al direttore di scegliere tra il coprire in maniera puntuale il fatto di cronaca o relegarne le notizie in un breve sommario (tanto più che non è certo per seguire la cronaca nera che si compra il Foglio), astenendosi dal contribuire alla già grande confusione con ripetuti saggi di sociologia “garantista”. Spero che vorrà perdonare lo sfogo di un affezionato lettore del Foglio. Cordiali saluti.
Aldo Badiani
Gentile Badiani. La ringrazio per la lettera, anche per il tono severo, che considero parte del confronto. Le dico però dove, secondo me, nasce l’equivoco. Io non ho mai sostenuto che non esistano elementi investigativi contro Andrea Sempio. Esistono, sono stati indicati dalla procura e meritano di essere valutati con serietà. Ma una cosa sono gli elementi dell’accusa, altra cosa è una verità processuale accertata nel contraddittorio. Per dire: anche il dato genetico, che lei richiama come prova, è più complesso di come viene spesso raccontato. Le analisi oggi parlano di compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio, non di identificazione individuale certa di Andrea Sempio. E l’impronta 33, al momento, è una traccia che l’accusa attribuisce a Sempio e che la difesa contesterà. Questo non significa minimizzarla. Significa chiamarla con il suo nome: un elemento probatorio da verificare, non una condanna. Il garantismo che provo a difendere non consiste nel dire che Sempio è innocente. Consiste nel dire che Sempio, come chiunque, non può essere trasformato in colpevole per via mediatica. Ed è proprio la storia di Garlasco che dovrebbe suggerire prudenza. Abbiamo una condanna definitiva contro Stasi, una nuova ipotesi accusatoria contro Sempio, vecchie archiviazioni, nuove perizie, vecchi errori investigativi e una pressione mediatica enorme. In un quadro così, il compito di un giornale non è scegliere il colpevole più suggestivo del momento. E’ ricordare che lo stato di diritto esiste soprattutto quando l’opinione pubblica vorrebbe correre più veloce della giustizia. Un caro saluto.
