Il Foglio Ai
Garlasco, il processo infinito allo stato di diritto
Un garantista e un non garantista discutono il nuovo capitolo del caso. Dialogo immaginario
16 MAY 26

Il garantista comincia con una frase fatta apposta per irritare tutti: “Nel caso di Garlasco non c’è una sola tragedia, ma almeno tre. La prima è l’omicidio di Chiara Poggi. La seconda è la condanna definitiva di Alberto Stasi dopo due assoluzioni, con un percorso giudiziario che ha lasciato più domande che certezze. La terza è il rischio che oggi, nel nome di una possibile revisione, si costruisca attorno a Andrea Sempio lo stesso meccanismo denunciato ieri contro Stasi”.
Il non garantista lo interrompe: “Attenzione. Qui non siamo davanti a una suggestione televisiva. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Sempio come presunto responsabile dell’omicidio aggravato. Ci sono nuove analisi, appunti, anomalie, alibi contestati. Non si può trasformare ogni accusa in un complotto contro l’imputato”.
Il garantista sorride amaramente. “Il punto non è dire che Sempio è innocente. Il punto è ricordare che Sempio non è colpevole. Per anni una parte del paese ha detto: Stasi è colpevole perché lo dice la sentenza. Oggi una parte dello stesso paese dice: Stasi forse è innocente perché lo dice la nuova inchiesta. Ma se la verità giudiziaria può essere rimessa in discussione, allora nessuna nuova ipotesi investigativa può diventare automaticamente nuova verità. Altrimenti il garantismo diventa una clava intermittente: vale quando difende chi ci convince, sparisce quando protegge chi ci disturba”.
Il non garantista replica: “Però non si può far finta che nulla sia accaduto. Stasi è stato condannato a sedici anni dopo un processo lunghissimo, ma ora emergono elementi che, se confermati, possono incidere sulla ricostruzione del delitto. Sempio era già entrato nella vicenda, era stato archiviato, oggi torna al centro. Si parla di Dna, impronte, scontrini, intercettazioni, possibili omissioni. Non si può chiedere allo stato di diritto di non guardare dove forse avrebbe dovuto guardare meglio”.
“Certo che bisogna guardare”, risponde il garantista. “Ma con gli occhi della giustizia, non con quelli della corrida. Il garantismo non è una tecnica per assolvere: è una tecnica per impedire allo stato di schiacciare una persona prima di averla giudicata. Qui il problema è doppio. Da un lato c’è un condannato definitivo che potrebbe essere vittima di una ricostruzione sbagliata. Dall’altro c’è un indagato che rischia di essere divorato dalla stessa macchina che molti fingono di scoprire solo perché ora serve a riabilitare Stasi”.
Il non garantista scuote la testa: “La tua posizione è nobile, ma rischia la paralisi. Ogni volta che arriva un’indagine invochiamo la presunzione d’innocenza, ogni volta che arriva un’intercettazione chiediamo prudenza. Tutto giusto. Ma la giustizia deve anche decidere. Se sono stati commessi errori, oggi vanno corretti”.
“E’ il contrario”, replica il garantista. “Il garantismo serve proprio quando la giustizia decide. Serve a impedire che la decisione venga presa sotto dettatura dell’emozione pubblica. Serve a ricordare che un appunto ambiguo non è una confessione, un’intercettazione non è una sentenza, un sospetto non è una prova, un’indagine non è una condanna”. Il non garantista allarga il campo: “Se Stasi fosse innocente, avremmo uno dei più gravi errori giudiziari degli ultimi decenni. Una persona assolta due volte, poi condannata, poi forse scagionata. Il garantismo dovrebbe essere furioso”.
“Deve esserlo”, risponde l’altro, “ma contro il sistema, non contro un nuovo indagato. Deve chiedere come sia possibile una condanna dopo due assoluzioni. Deve chiedere perché indagini così delicate vengano raccontate a puntate. Deve chiedere perché in Italia l’informazione giudiziaria funzioni spesso come tribunale parallelo. Ma proprio perché è furioso contro il sistema deve evitare di alimentarlo”.
Il non garantista dice: “Non dimentichiamo la vittima. Il garantismo parla sempre dei diritti dell’imputato e mai del diritto della vittima alla giustizia”. “Falsa alternativa”, ribatte il garantista. “La giustizia per Chiara Poggi non consiste nel trovare comunque un colpevole. Consiste nel trovare il colpevole, se possibile, con un metodo che non produca altri innocenti sacrificati. Una giustizia che sbaglia persona tradisce la vittima due volte: non punisce il responsabile e usa il suo dolore per giustificare un errore”.
E allora che cosa dovrebbe fare l’opinione pubblica? “Dubitare”, risponde il garantista. “Prendere sul serio le nuove indagini senza trasformare Sempio in un mostro. Prendere sul serio la possibile revisione per Stasi senza trasformare ogni magistrato del passato in un criminale. Distinguere la verità processuale da quella mediatica”.
Testo realizzato con AI