Consigliamo il libro di Giannini su Meloni, ma non è l’ultima trumpiana d’Europa

Giannini racconta Meloni come la “sciamana” del trumpismo europeo. Ma oggi la presidente del Consiglio appare meno devota a Trump di quanto fosse: non lo sconfessa, però cerca sempre più spesso di limitarne i danni

20 MAG 26
Immagine di Consigliamo il libro di Giannini su Meloni, ma non è l’ultima trumpiana d’Europa

Massimo Giannini (foto Ansa)

Bisogna riconoscere a Massimo Giannini una qualità rara, preziosa, quasi commovente: quando individua un pericolo, non lo sottolinea. Lo convoca. Lo interroga. Lo processa. Lo mette sotto una luce fortissima. Poi prende un megafono e, con voce limpida, ci avverte che il pericolo non solo esiste, ma è già entrato in salotto, si è seduto sul divano, ha acceso la televisione e forse sta anche scegliendo i ministri. Nel suo nuovo libro su Giorgia Meloni, La Sciamana, Giannini fa esattamente questo. Racconta la presidente del Consiglio come l’ultima grande trumpista europea, come l’interprete italiana della destra illiberale, come la figura che più di altre avrebbe scelto di legare il proprio destino a quello del capo di Mar-a-Lago. E il libro, va detto subito, merita di essere letto: per la scrittura, per la documentazione, per la coerenza del ragionamento, per l’energia polemica, per il gusto, molto gianniniano, di non lasciare mai un aggettivo solo quando può averne tre a disposizione. E tuttavia, letto il libro, viene voglia di dire a Giannini, con tutta la simpatia possibile: caro Massimo, stavolta forse l’allarme è più forte dell’incendio. O meglio: l’incendio c’è stato, la brace c’è ancora, il fumo pure, ma forse Giorgia Meloni non è più la vestale del trumpismo che tu descrivi. E’ una leader che ha giocato con Trump, che ha sperato in Trump, che ha scommesso su Trump, che ha cercato di usare Trump come moltiplicatore di centralità internazionale. Ma oggi è anche una leader che ha capito, magari senza dirlo, magari senza confessarlo, magari senza disturbare troppo i suoi giornali di riferimento, che il trumpismo è diventato per lei più un problema che una soluzione.
Il punto è questo. Giannini ha certamente ragione quando ricostruisce le affinità originarie: la retorica anti-élite, l’idea di patria assediata, la diffidenza verso Bruxelles, il culto dei confini, la polemica contro il politicamente corretto, l’attrazione per le destre sovraniste, la tentazione di presentare il consenso popolare come una specie di lasciapassare universale. Nel libro, fin dall’introduzione, Trump è descritto come il perno attorno al quale ruota il melonismo internazionale, l’uomo che avrebbe insegnato alle destre planetarie che un leader eletto può trasformarsi in “imperatore illiberale”; e Meloni viene raccontata come una leader che, dopo la vittoria di Trump nel 2024, diventa la sua “cheerleader” e rimane dentro una “love story ideologica” con il presidente americano. La tesi è chiara, forte, elegante nella sua durezza. Ma proprio qui nasce il nostro piccolo dissenso. Perché se c’è una cosa che questi anni hanno mostrato è che Meloni, più che una trumpiana integrale, è una trumpiana intermittente. O, se vogliamo essere più cattivi ma non troppo: è trumpiana quando le conviene esserlo, è atlantica quando deve esserlo, è europea quando non può fare altrimenti, è prudente quando il trumpismo rischia di costarle caro. Non esattamente il profilo della sacerdotessa. Piuttosto quello della politica professionista che vorrebbe stare nel club dei rivoluzionari senza rinunciare al tavolo dei moderati.
Il paradosso è che Giannini descrive una Meloni ultratrumpiana proprio nel momento in cui Meloni appare sempre meno trumpiana. Non anti-trumpiana, sia chiaro. Non improvvisamente macroniana. Non convertita al federalismo europeo tra un vertice e l’altro. Ma meno trumpiana sì. Molto meno di quanto lo fosse nella stagione in cui Trump sembrava il grande vendicatore del sovranismo mondiale. Oggi Meloni sa che Trump sui dazi può danneggiare l’economia italiana. Sa che su Putin può mettere in imbarazzo la sua linea sull’Ucraina. Sa che sull’Europa può costringerla a scegliere tra l’interesse nazionale e il folklore ideologico. Sa che su Gaza, sull’Iran, sulla Nato, sulla Groenlandia, sulle guerre commerciali, il trumpismo produce più dossier complicati che slogan spendibili. Meloni non rompe con Trump, ma non può neppure seguirlo fino in fondo. Non lo attacca, ma spesso lo aggira. Non lo sconfessa, ma cerca di ridurne i danni. Non lo condanna, ma nemmeno può più permettersi di trasformarlo nel modello da imitare. Il suo famoso ruolo di “ponte” tra America ed Europa, che Giannini giustamente prende in giro, non è la prova della sua onnipotenza trumpiana: è la prova della sua difficoltà. Qui sta il limite, gentile ma non secondario, del libro. Giannini coglie benissimo la genealogia culturale del melonismo, ma forse fotografa Meloni in una posa che lei stessa sta cercando, con molta cautela, di dismettere. La vede ancora sul palco della Cpac, mentre lei comincia a temere il conto del ristorante. La vede ancora dentro l’Internazionale sovranista, mentre lei scopre che governare l’Italia significa trattare con mercati, Quirinale, Bruxelles, imprese, export, spread, Ucraina, energia. La vede come “ultima trumpista” proprio mentre il trumpismo, per lei, diventa un lusso troppo costoso da esibire senza prudenza. Questo non assolve Meloni. Anzi. Semmai la rende più interessante. Il problema non è dire che Meloni è diventata una liberale europeista. Non lo è. Il problema è dire che sia ancora, semplicemente, l’avatar italiano di Trump. Non è così.
Per questo il libro di Giannini va letto. Perché è un magnifico atto d’accusa, anche quando non convince fino in fondo. Perché ricorda a Meloni molte cose che Meloni preferirebbe dimenticare. Perché costringe la destra a fare i conti con i suoi innamoramenti pericolosi. Ma va letto anche sapendo che la tesi centrale, forse, funziona meglio come avvertimento che come diagnosi. Meloni non è più la sciamana del trumpismo. E’ piuttosto una ex entusiasta che non può ammettere di essersi raffreddata. Che è, politicamente, una condizione persino più italiana: non abiurare, non restaurare, non confessare. E soprattutto non dire mai, nemmeno sotto tortura diplomatica, che Donald non era il futuro. Era solo una complicatissima parentesi americana.
Testo realizzato con AI