Il Foglio AI
Garlasco e la scienza che non assolve gli investigatori
Non un oracolo, ma un freno all'errore. Diciannove anni dopo, le tecniche forensi dei Ris e della polizia scientifica sono cambiate. Ma la vera innovazione non è trovare più prove: è impedire che l'indagine si innamori di una storia prima di averla dimostrata
12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 01:55 PM

Immagine generata con AI
C’è un modo ingenuo di parlare della scienza nelle indagini: immaginarla come un oracolo, una macchina della verità capace di risolvere ciò che gli uomini non capiscono. E’ un modo pericoloso, perché quando la prova scientifica diventa feticcio il processo smette di cercare la verità e comincia a venerare un reperto. Ma esiste anche un modo più serio, laico e garantista di guardare alle innovazioni che negli ultimi diciannove anni hanno cambiato il lavoro dei Ris, della polizia scientifica e dei laboratori forensi. Non servono a rendere infallibile la giustizia. Servono, al contrario, a ricordare che la giustizia è fallibile e che proprio per questo ha bisogno di procedure, tracciabilità, controlli e verifiche. Il delitto di Garlasco, qualunque opinione si abbia su Alberto Stasi o Andrea Sempio, resta anche questo: una lezione sui rischi dell’investigazione quando la scena del crimine diventa romanzo, il reperto una bandiera, la suggestione anticipa la dimostrazione. 19 anni fa il Dna esisteva, come impronte e analisi biologiche.
Ma molte tecniche oggi disponibili erano meno mature, meno diffuse, meno standardizzate. E soprattutto era meno forte la consapevolezza che la prima prova da proteggere non è il reperto: è la scena. La prima innovazione, forse la più importante, non è spettacolare. Non è il robot né il laser: è il protocollo. La criminalistica moderna ha capito che la scena del crimine non è un teatro da attraversare ma un ecosistema da congelare. Chi entra, quando entra, cosa tocca, cosa sposta, cosa sigilla: tutto deve essere documentato. La catena di custodia, un tempo dettaglio burocratico, oggi è il cuore della credibilità della prova. Una traccia biologica non vale solo perché contiene Dna, ma perché si può dimostrare come è stata trovata, raccolta e trasportata. La scienza non è solo analisi: è disciplina. Poi ci sono le tecnologie di ricostruzione. Laser scanner, rilievi tridimensionali, fotogrammetria, droni e modelli digitali consentono di tornare virtualmente sul luogo del delitto senza tornarci fisicamente. Una stanza, una scala, una macchia di sangue, una traiettoria, una distanza possono essere ricostruite con precisione molto superiore ai vecchi sopralluoghi fatti di foto, schizzi e memoria. La scena diventa navigabile. Non sostituisce l’indagine, ma limita deformazioni, misure approssimative e certezze nate anni dopo su ricordi incerti. Un’altra innovazione decisiva riguarda le tracce di sangue. Le moderne analisi delle bloodstain pattern permettono di ragionare meglio su direzione, altezza, dinamica e possibili movimenti di vittima e aggressore. Anche qui bisogna evitare superstizioni: una macchia di sangue non racconta da sola un delitto. Ma può smentire una ricostruzione o renderne improbabile un’altra. La differenza tra una buona e una cattiva indagine spesso sta qui: non nel trovare la prova che conferma l’idea iniziale, ma nel rispettare la prova che la contraddice. Il Dna è il capitolo più noto e più ambiguo. Oggi si lavora su quantità minime di materiale biologico, anche degradato o misto. Le tecniche di amplificazione sono migliorate, i software aiutano a interpretare miscele complesse, il sequenziamento apre possibilità impensabili anni fa. Ma proprio qui nasce il paradosso garantista: più il Dna diventa potente, più diventa pericoloso se usato male. Una traccia minima può essere decisiva, ma anche frutto di trasferimento secondario. Il Dna può dire che c’è stato un contatto, non sempre quando, come o perché. Può illuminare, ma anche accecare. La vera innovazione non è trovare più Dna: è non chiedergli più di ciò che può dire.
Fondamentale è il tema della contaminazione. Le indagini moderne usano tute, mascherine, guanti cambiati spesso, strumenti monouso, tamponi di controllo, aree sterili, registrazione degli operatori e profili genetici di esclusione. Dettagli che in tv annoiano e in tribunale salvano. Perché il problema non è solo trovare la traccia giusta, ma dimostrare che non l’ha portata lì chi indagava. Una prova contaminata non è solo più debole: può diventare un’ingiustizia. C’è poi la digital forensics. 19 anni fa un telefono era spesso un telefono. Oggi è una biografia portatile. Celle telefoniche, geolocalizzazioni, messaggi, ricerche online, telecamere, pagamenti elettronici, smartwatch, cloud: ogni vita lascia una scia digitale. Anche qui serve prudenza. Un dato di localizzazione non è sempre presenza millimetrica. Una ricerca online non è un’intenzione criminale. Ma le tracce digitali, se raccolte bene, obbligano a confrontarsi con cronologie e compatibilità, togliendo spazio alla pura narrazione.
L’innovazione più interessante è forse l’integrazione tra discipline. Biologo, medico legale, informatico, dattiloscopista, investigatore non possono più lavorare come mondi separati. Il Dna senza dinamica può essere muto. Il dato digitale senza contesto ingannevole. La medicina legale senza scena incompleta. La vera evoluzione è passare dall’accumulo delle prove alla loro compatibilità sistemica: non quale prova piace di più, ma quale ricostruzione regge tutte le prove, anche quelle scomode. L’intelligenza artificiale entra qui con una promessa e un rischio. Può ordinare grandi quantità di dati, immagini, tabulati, video e documenti. Può trovare connessioni invisibili all’occhio umano. Ma il pericolo è trasformare la correlazione in prova, l’algoritmo in autorità, la probabilità in certezza. La giustizia non può delegare a una scatola nera il compito di accusare qualcuno. L’AI può suggerire piste, non costruire colpevoli.
Ecco il punto: la tecnologia non deve dirci finalmente chi è colpevole. Deve aiutarci a capire quando stiamo correndo troppo, quando roviniamo una scena, quando sovrainterpretiamo una traccia, quando costruiamo un’indagine attorno al sospetto più comodo. In una democrazia liberale, la tecnologia migliore non è quella che rende più facile accusare. E’ quella che rende più difficile accusare male. Il caso Garlasco dovrebbe insegnarlo: ogni innovazione seria ha una funzione profondamente garantista. Obbliga anche chi accusa a lasciare tracce di sé stesso, a essere controllabile, verificabile, criticabile. La scienza non basta. Ma senza metodo, protocolli, prudenza e umiltà davanti ai reperti, la giustizia resta esposta alla sua tentazione peggiore: innamorarsi di una storia prima di aver dimostrato che sia vera.
Testo realizzato con AI