Palazzo Marino
La “teoria” del destra sul candidato: anche perdere è un successo
Nel centrodestra milanese per i partiti il successo sarà di chi riesce a piazzare il “suo” uomo alle elezioni. La teoria prevalente è che la partecipazione è in sé un valore, e non per motivi decoubertiniani, ma squisitamente matematici: più consiglieri, percentuali più alte, riconoscibilità aumentata
19 SET 26

Non c’è nessun Chiambretti che scende dal soffitto ricordando al cantante di turno che comunque vada sarà un successo, come in un Sanremo di tanti anni fa. Però i leader del centrodestra lo sanno benissimo, in vista delle amministrative, che per loro sarà un successo in qualunque caso. Anche in caso di sconfitta, rovinosa sconfitta. Persino molto probabile stando al parterre attuale. Anche o soprattutto nella città di Milano, già capitale morale, ma soprattutto capitale economica. Il successo sarà di chi riesce a piazzare il “suo” candidato sindaco: poi alle urne succeda quel che succeda. E tanto qui si parte da meno 17 e con avversari più forti.
Come cambia la visione della politica, con gli anni. Un tempo nessuno si sarebbe voluto intestare la débacle in una città importante come Milano. Adesso, invece, la teoria prevalente è che la partecipazione è in sé un valore, e non per motivi decoubertiniani, ma squisitamente matematici: più consiglieri, percentuali più alte, riconoscibilità aumentata. Il tutto in vista del secondo round, che poi è quello che conta nel centralismo che ormai tutto pervade, come una infestante: le elezioni politiche che forse saranno in autunno 2027, ben distanziate dalle amministrative grazie al generale agosto, che avrà per il centrodestra la missione-cerotto di far dimenticare le sconfitte preannunciate.
Forza Italia ci ha messo un po’ a capire la strategia di Maurizio Lupi, ma alla fine ce l’ha fatta: perché mai dovremmo cedere il primato e il surplus di voti a uno che balla proprio sulla nostra piastrella di moderati, si devono esser detti il coordinatore regionale Alessandro Sorte e quello nazionale Antonio Tajani? E così si sono impuntati: no, Lupi no. Dall’altra parte l’eterno Ignazio La Russa, seconda carica del partito, oltre che dello Stato: sì, Lupi sì. Fin quando la prima carica del partito, e prima carica del governo, si è sentita dire dai leghisti che se Maurizio Lupi, sarebbe “in carico” a Fratelli d’Italia. Dunque la teoria: se i fratelli provano a conquistare Milano, la Regione non potrà essere cosa loro. E visto che la Regione Lombardia è quello che davvero conta, due piedini presidenziali si sono piazzati sul freno. Anche perché chi mai potrebbe scegliere le grane della città, con le buche, i bilanci asfittici, le inchieste sull’urbanistica, i ghisa che non escono in strada, la sicurezza, i maranza che non conoscono colore (politico), quando si può avere un bilancio assai più ampio (la Regione), competenze più larghe, il potere legislativo grazie al Titolo quinto che tantissime grane risolve?
Il combinato disposto di queste due spinte ha fatto emergere il non proprio conosciutissimo ai milanesi Matteo Perego di Cremnago (nel 2022 non è stato rieletto in Parlamento). Moderatissimo, vicino a Luigi Berlusconi che lo volle in lista, bravo ragazzo, padre di tre. Posato, gentile. E’ la seconda volta che si dice potrebbe fare il sindaco (anche cinque anni fa). A Giorgia Meloni, dicono gli uscieri, garba quel suo sottosegretario alla Difesa, e così al ministro Crosetto. Immediatamente ha iniziato a girare i quartieri, è stato acclamato da tutte le famiglie di Forza Italia (ben distante, su Milano, al somigliare a un monolite), è gradito alla famiglia (l’unica che conta in FI) e dunque ha cominciato la sua marcia di visibilità su Mediaset. Rimane una incognita incomprensibile l’ostracismo azzurro a un forzista come Pietro Tatarella, che pure su Milano aveva già un seguito, una storia da raccontare, una sua esperienza. Ma così è: non è mai stato neppure portato al tavolo degli alleati. E’ da capire se i due potranno collaborare oppure se Tatarella – come sembra oggi – potrebbe addirittura propendere per una corsa solitaria (o in compagnia di Antonio Civita). La permanenza in campo di Tatarella (e di Carmelo Burgio, in caso di mancato accordo con Futuro Nazionale) significherebbe l’automatica consegna della sedia da sindaco alla sinistra, che potrebbe prendersela ancora più comoda di quanto non stia già abbondantemente facendo. Ma rimane il teorema Chiambretti. Intanto, con Perego rimangono in campo Silvia Sardone, scelta dai gazebo della Lega e ovviamente Maurizio Lupi. Gira voce che Alessandro Sorte abbia stracciato il vecchio sondaggio costruito per raccontare quanto fosse forte l’ex senatore del Pd Carlo Cottarelli, e che ne sia stato commissionato un altro. Mormorano i maligni: come potrà emergere da questo che Sardone ha meno forza elettorale di Perego? Domanda oziosa, se non sarà reso noto ma diffuso di mano in mano come un samizdat oppure addomesticato come la Pravda. Intanto, a meno 17 il centrodestra rimane.