L’artigianato cacciato da Milano rientra dal Fuorisalone

Mentre il Comune rilascia licenze per friggitorie e ristoranti a un ritmo tale da aver ridotto Brera a un “mangificio”, il Fuorisalone presenta tantissimi lavori di artigiani. Soprattutto fra i marchi della moda, per i quali l’artigianato è una declinazione poetica della manifattura industriale

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23 APR 26
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Foto Ansa

Nel giro di un anno, a Milano si sono perse altre seicento imprese artigiane, stessa progressione da cinque anni a questa parte a causa dei costi degli affitti, dei rincari energetici e della mancanza di ricambio generazionale, specialmente in centro. Mentre il Comune rilascia licenze per friggitorie e ristoranti a un ritmo tale da aver ridotto Brera a un “mangificio” costellato di dehor abusivi che impediscono il passaggio, e non si è mosso un dito per difendere botteghe storiche come per esempio Conti e Borbone, il rilegatore amato da D’Annunzio cento anni fa e oggi da Anna Wintour, che ha dovuto lasciare via Terraggio per far posto all’ennesimo supermercatino Carrefour, a questa edizione del Fuorisalone nulla si porta più dell’artigiano e dell’artigianato. Soprattutto fra i marchi della moda, per i quali, fatto salvo i pochi pezzi su misura, l’artigianato è una declinazione poetica della manifattura industriale.
Tramontata la frenesia del sostenibile, ormai sempre più difficile da dimostrare e soprattutto da giustificare per la maggioranza, per i pochi che lo praticano davvero un dato acquisito, è arrivato il momento del pezzo unico o a tiratura limitata e l’immaginario: molto caro in Asia per contiguità di tradizione e negli Stati Uniti perché, al contrario, non si ha idea di come l’artigianato si applichi e del fatto che sia un derivato diretto della cultura manuale e anche teorica, entrambe peculiarità che Oltreoceano sono sconosciute ma meritano pur sempre un bel “wow” e un ubiquo “amazing”. L’altra settimana, Altagamma ha coinvolto settanta dei suoi associati in una serie di dimostrazioni, lezioni ed “esperienze” nei propri e altrui negozi di Manhattan, è stato un grande successo che la fondazione intende replicare, perché è chiaro che l’idea del fatto a mano da gente che se ne intende piaccia in ogni campo, perfino in quello del benessere e arredo bagno, tanto che nella sua showroom, affollatissima anche per via dell’affaccio sul giardino Trivulzio, Gian Luca Gessi fa proporre le sue nuove docce a vapore, brevetto di quest’anno, in un contesto da gioielliere, sottolineandone le finiture a mano.
In questi giorni, a Milano, da Artemest alla Michelangelo Foundation al progetto – bellissimo si intende, e anche imperdibile – di Sabato De Sarno alla Piscina Cozzi con i volti dei maestri vetrai ed ebanisti riprodotti in facciata, è tutto un difendere e valorizzare e applaudire gente che non può più permettersi di vivere dove oggi espone, sponsorizzata. Uno di questi casi è in mostra fra coppe di champagne e ragazzini che fanno file interminabili per fotografarlo alla Casa degli Artisti di corso Garibaldi, promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e dal suo deus ex machina Alberto Cavalli, istituzione benemerita che di certo non può sostituirsi a un piano di difesa e sostegno pubblico o per meglio dire civico, al momento carente. Sono molti i progetti di design interessanti e reali, cioè cose che arredano casa e che hanno un senso nel contesto della locuzione “Salone del mobile”, per esempio le nuove poltroncine di Castelli costruite attorno all’idea del nastro, gli ormai famosi “oggetti nomadi” di Louis Vuitton che hanno una tradizione centenaria e ogni anno migliorano (quest’anno l’omaggio è a Pierre Legrain, maestro Dèco), i divani e le poltroncine outdoor di Antonio Marras, l’art de la table di Ginori e di Hermès inclusiva di certe fantastiche brocche in metallo martellato, la rilettura archivistica di Armani Casa che pure fra qualche tempo dovrà essere affidata a un designer, gli oggetti di artigianato regionale sviluppati da Margherita Maccapani Missoni per gli alberghi di The Luxury Collection e che sono una delle grandi sotto-tendenze del momento allo scopo di aggirare la massificazione del gusto.
La presenza della moda al Fuorisalone è però molto invasiva e in genere molto inutile. Prada che organizza il suo celebre progetto “Frames”, dove si ragiona di architettura e urbanistica con grandi teorici, semplicemente registrandosi, ha certamente senso, ma che senso ha trascinare la gente a vedere un modello di occhiali che potrebbe essere presentato al salone dedicato? Perché allestire un palazzo cinquecentesco per una caraffa? Il periodo vorrebbe un minimo di sobrietà, e voci non controllate di allestitori ci dicono che i budget medi, quest’anno, siano pari a un quinto rispetto allo scorso anno. Perché non preservare le forze per la battaglia vera, quella dei prezzi e della creatività, senza buttare denaro in installazioni risibili e mostra inutili?