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Il Piano casa del Comune di Milano alla prova dei fatti. Arrivano tre bandi
Palasharp, San Romanello, Bovisasca. Dopo lo scetticismo di oop e costruttori, Conte (e Bocconi) rifanno i parametri. Il ruolo del Politecnico e della Bocconi per la fattibilità economica delle politiche urbanistiche

© foto Ansa
C’è grande attesa per la pubblicazione dei primi tre bandi del nuovo Piano casa del Comune di Milano che punta a superare la barriera di scetticismo alzata dal mercato sulla scarsa sostenibilità economica di un’edilizia residenziale a prezzi calmierati. L’assessore al Patrimonio, Emmanuel Conte, che ha ereditato le deleghe dall’ex Guido Bardelli durante la fase tumultuosa delle indagini giudiziarie, si è affidato all’Università Bocconi per imprimere un cambio di passo nelle linee di indirizzo sintetizzate in due delibere di Giunta approvate nei giorni scorsi. Non è una scelta casuale. Se il Politecnico di Milano resta un punto di riferimento per le politiche urbanistiche del Comune – anche se proprio da questo mondo accademico sono state sollevate critiche su un approccio ritenuto poco inclusivo nei confronti di classe lavoratrice e studenti – la Bocconi diventa l’interlocutore privilegiato per misurare la fattibilità economica di un programma che punta a realizzare alloggi a costi accessibili in città. È la strategia di Conte di cui, tra l’altro, si vociferano ambizioni elettorali per diventare il successore di Beppe Sala con una Lista civica. Ma per questo c’è tempo.
Per il momento bisogna cercare la non facile quadratura del cerchio che si chiama Ersc e cioè Edilizia residenziale sociale calmierata, che poi è la grande sfida di tante città europee che stanno facendo i conti con il fenomeno della “gentrificazione”, vale a dire l’espulsione della classe media dal circuito metropolitano a causa di valori immobiliari troppo elevati. I bandi pubblici in arrivo riguardano le aree ex Palasharp nei pressi di Lampugnano, San Romanello (zona ovest di Milano, a ridosso del quartiere Quinto Romano) e Bovisasca, a nord del quartiere Bovisa. Sono tre dei 21 compendi che compongono il piano casa milanese messo a punto nel 2024 dall’avvocato Bardelli, chiamato da Sala proprio per imprimere una svolta in chiave sociale alla politica abitativa del municipio. Solo che poi le cose si sono complicate quando Conte, appena subentrato a Bardelli, ha provato a fare un test di mercato raccogliendo 24 manifestazioni di interesse. Tranne in un caso di una piccola area, nessuna delle proposte dei privati rispettava i requisiti imposti dal Comune giudicati troppo rigidi finanche dal mondo cooperativo, generalmente più aperto a progetti di investimento con aspettative di profitto contenute. Insomma, il rischio era che i bandi pubblici che fossero stati emanazione di quel piano sarebbero andati deserti. Così l’assessorato di Conte ha rifatto tutto d’accapo modificando alcuni parametri chiave e oggi Palazzo Marino sembra pronto a lanciare la sua sfida per la casa, peraltro in anticipo sui tempi rispetto al governo, incentrata su alcuni punti chiave come la concessione gratuita per 90 anni delle aree e il rimborso cash agli imprenditori delle spese di bonifica.
Sarà sufficiente per garantire un giusto profitto agli imprenditori? “Da una prima lettura delle delibere di indirizzo per le tre aree si osservano alcuni progressi rispetto al passato – spiega al Foglio Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative lavoratori di Milano oltre che presidente nazionale di Confcooperative Habitat – Le novità più interessanti mi sembrano l’aumento del limite del canone di locazione annuo da 80 a 90 euro al metro quadro, l’aumento, seppur minimo, della quota di edilizia residenziale di un progetto vendibile sul mercato, che passa dal 35 al 40 per cento, il rimborso delle spese di bonifica delle aree quantificato in modo chiaro anche se, ovviamente, è da verificare se sarà sufficiente perché spesso questi costi lievitano durante i lavori”. Nella relazione tecnica del Comune viene delineata più chiaramente anche la fascia di popolazione a cui sono destinate le residenze evitando la confusione con l’edilizia popolare. Nelle tre aree individuate dovranno essere realizzate unità abitative i lavoratori che non si possono permettere gli affitti di mercato, fascia che comprende il 37-38 per cento di dipendenti e che è costituita da nuclei familiari con un reddito netto complessivo che oscilla tra 1.500 e 2.500 euro al mese. Praticamente un nucleo monoreddito (anche con bambini) o una coppia giovane al primo impiego. Se per il mondo coop che Maggioni rappresenta ci sono le condizioni per aprire con l’amministrazione “un confronto interessante”, per gli operatori di mercato tradizionali il giudizio è ancora sospeso in attesa di conoscere i dettagli dei bandi che consentiranno di redigere i piani di fattibilità finanziaria.



