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Nati per perdere sempre, ciascuno a modo suo
Trump personalizza il voto delle midterm, ma la sinistra non ha una gran voglia di vincere (non solo in America). Lo sport in cui quasi tutti si cimentano sembra sia fare del proprio meglio per perdere, non per vincere, le elezioni. Non c’è una ricetta unica. Sono in molti a destra, e soprattutto a sinistra, a mettercela tutta
21 SET 26

Trump ha concluso la Convention repubblicana di Dallas dicendo ai suoi: “Andate a votare. Fate conto che ci sia io sulla scheda” (foto Getty)
Trump ha concluso la Convention repubblicana di midterm dicendo ai suoi: “Andate a votare. Fate conto che ci sia io sulla scheda”. “Se non ci votate andrete all’inferno”, aveva detto il giorno prima il vice Vance. Hanno dimenticato che evocare l’apocalisse funziona poco. Non ha funzionato quando erano i democratici a brandirla contro Trump. Ci sono o ci fanno? Nessuno che gli dica cosa si rischia a personalizzare un voto che invece verte su tutt’altro? Glielo dici tu, Matteo, che buttandola improvvidamente sul votate sì, o votate contro di me, avevi perso in un colpo solo referendum, Presidenza del consiglio e Partito democratico? Provocare gli elettori è rischiosissimo. Ci sono occasioni imperdibili per gli elettori arrabbiati contro tutti. La tentazione di fargliela pagare al potente di turno è irresistibile. Specie se il tuo gradimento è in calo. Ormai verso sotto il 30 per cento per Trump, un record negativo, peggio di Biden a fine presidenza.
Manco lo facessero apposta. Lo sport in cui quasi tutti si cimentano sembra sia il fare del proprio meglio per perdere, non per vincere le elezioni. Non c’è una ricetta unica. Sono in molti a destra, e soprattutto a sinistra, a mettercela tutta. Non sono solo losers, perdenti, il massimo insulto nell’America che ha il culto del successo. Sembra che vogliano perdere. Ciascuno lo fa alla sua maniera. Per tracotanza, per Hybris, la troppo fiducia in sé che porta a perdizione i protagonisti delle tragedie greche? Perché hanno paura di governare? Perché è più comodo starsene al calduccio all’opposizione, nella propria nicchia? Per grettezza di vedute? Perché pensano a sé stessi piuttosto che al proprio paese, al proprio tornaconto angusto, all’interesse proprio, della propria parte, piuttosto che all’interesse di tutti? Per eccesso di ambizione? O invece per mancanza di ambizione? Perché hanno perso il senso della realtà? O perché ne hanno fin troppo?
La sinistra in Italia s’è sempre attivata un sacco per perdere. Ne sappiamo, ne so qualcosina. A nessuno fa piacere perdere voti. Ma può essere più comodo non assumersi la responsabilità di governare. Quando lavoravo all’Unità, nel secolo scorso, un collega molto brillante, molto di sinistra, molto ambizioso, con una voglia matta di fare il direttore (dai e ridai ci riuscì, anche se con giornale morto e testata in mano a un imprenditore di destra) passava i pomeriggi in redazione a spiegarci che il Pci dava il meglio di sé stando all’opposizione. Guai andasse al governo. La sinistra all’opposizione era rispettata. Anche dagli avversari. Contava, pesava. Difendeva efficacemente i lavoratori, le donne, i giovani. Dava lavoro, stipendio, carriera a molti. Aveva un consenso vero. Riusciva a mandare in porto riforme vere (lo Statuto dei diritti, il divorzio, la difesa della democrazia contro le trame nere o rosse). Berlinguer disse che in Italia c’erano “elementi di socialismo”. Quel collega un po’ cazzone non aveva tutti i torti. Il Pci combinò molto di più dall’opposizione. Cambiava le cose di fatto. Certo molto di più di quanto siano riusciti a combinare in questo ultimi anni il Pd e gli altri (dall’opposizione, o anche dal governo). D’accordo, qualcosa la vecchia sinistra l’avrà anche cambiata in peggio. Ma quel che conta è che dava speranze che le cose potessero cambiare, che qualcosa si potesse fare. Il futuro non era solo tutto nero. L’ottimismo è impagabile in politica. Quelli della mia generazione non sono mai stati così felici come quando eravamo all’opposizione. Anche perché avevamo una più bella età.
Nel Pci c’era chi pensava che il partito desse il meglio dall’opposizione, guai andasse al governo. Gli “elementi di socialismo” c’erano già
Ci saranno nei prossimi giorni e mesi elezioni in cui si decide davvero qualcosa. Di altre elezioni non si capisce bene nemmeno perché si facciano. O non si fanno proprio. Nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan non c’è più nemmeno una parvenza di opposizione, appena appena un partito rivale alza la testa lo martellano fuori legge o in galera. In Cina non si è mai votato direttamente per la leadership nazionale. Le elezioni israeliane invece sono elezioni vere. Proporzionale puro. Con una scheda elettorale più frammentata e lunga ancora di quanto fossero un secolo fa le schede elettorali nella Germania di Weimar. Hitler non aveva una maggioranza, non l’ebbe mai con elezioni regolari. Nel 1932, l’anno precedente la sua nomina a cancelliere, si erano tenute ben due elezioni politiche e un’elezione presidenziale. Alle presidenziali di quello stesso anno, Hitler era stato sconfitto al secondo turno da Hindenburg. Alla prima delle due politiche il partito nazionalsocialista aveva sfiorato il 40 per cento. Alla seconda era tornato poco sopra il 30 per cento. Qualcuno scrisse che Hitler era finito. I giornali tedeschi di allora avevano i più brillanti notisti politici al mondo. Tenuto fuori dai giochi, ridotto a paria, Hitler era impossibilitato ad allearsi con le altre destre, non aveva più alcuna chance. Non la imbroccarono. Furono i centristi a sdoganarlo, a brigare perché fosse nominato cancelliere, in minoranza nel governo. Erano sicuri di controllarlo. Fu invece lui ad eliminare, nel giro di pochi mesi, prima gli avversari, poi gli alleati. Non sappiamo come andrà a finire per Netanyahu. Comunque non mi va di parlarne. Litigherei con il direttore e il fondatore di questo giornale. Senza contare che le elezioni in piena guerra non sono il massimo per la democrazia. Prima del 7 ottobre si poteva scommettere che Netanyahu fosse agli sgoccioli. Metà Israele gli si era rivoltato contro, respingeva i tentativi di subordinare la giustizia al governo.
Non sappiamo se e quando si andrà a votare nuovamente in Ucraina. E’ presumibile che non sarà rose e fiori. Meno ancora sappiamo come può andare a finire. Nell’America degli anni Sessanta e Settanta non bastò l’opposizione alla guerra in Vietnam a farla finire. Ci volle un presidente di destra, un po’ bandito e molto spregiudicato: il troppo vilipeso Richard Nixon.
Grande specialista del puntare a perdere è la sinistra francese. C’è tempo, si voterà solo nell’aprile 2027. Ma già i rappresentanti delle 50 sfumature della sinistra si posizionano per perdere. Jean-Luc Mélenchon, il rais populista a capo de La France insoumise (Lfi) arringa nei comizi cantando vittoria. L’aveva già fatto all’indomani delle ultime politiche, pretendendo di essere lui il candidato del Front populaire alla nomina a primo ministro. Aveva messo veti all’eventualità che il candidato fosse un socialista, un moderato. Risultato: una successione di primi ministri centristi, silurati uno dopo l’altro, e gran goduria per il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen. Anche la Le Pen ha i suoi Vannacci (il mangia-immigrati Zemmour, una nipote ultrà), ma non le fanno un baffo. Al secondo turno voteranno per forza per lei. Ci sono malumori interni, un Bardella furibondo per non essere lui il candidato, ma questa è un’altra storia. Ha a che fare con la successione, non con la competizione. Oltre oceano, Vance e Rubio sarebbero altro che furibondi nel caso riuscisse a ricandidarsi Trump.
Grande specialista della sconfitta è la sinistra francese. Mélenchon maltratta i socialisti, che però fanno di tutto per ostacolare Glucksmann
Mélenchon punta a essere lui l’avversario della Le Pen al secondo turno. I sondaggi gli danno pure qualche speranza in questo senso. Il sistema a doppio turno fa sì che lì non abbiano bisogno di fare primarie. Il primo turno sono già primarie. Mélenchon sa benissimo che non andrà mai all’Eliseo. I socialisti li tratta peggio di come Conte tratti il Pd. In politica estera peggio che andar di notte, è antieuropeista, di Zelensky ha detto che è “presidente di niente”. Putiniano per putiniano, euroscettico per euroscettico, è forse più rassicurante per gli elettori la Le Pen. Non è detto che nemmeno in caso disperato, per sbarrare l’accesso all’Eliseo dell’estrema destra, il restante elettorato di sinistra voti per lui (così come è difficile pensare che il suo elettorato di arrabbiati voti per un socialista). Mélenchon non ha il physique politico per aggregare tutti quelli che non vogliano la Le Pen. I sondaggi su questo sono univoci, i centristi non voteranno mai per Mélenchon, semmai preferirebbero un’estrema destra divenuta prudente (Rn ha ben preso le distanze dall’AfD tedesca). Tutt’al più Mélenchon potrebbe sperare in un “terzo turno” di protesta anti-Le Pen nelle piazze. In altre parole alla perpetuazione di un ruolo di opposizione.
Il Front populaire non esiste più. Raphael Glucksmann ha dichiarato, dopo una lunga pausa di riflessione, la propria candidatura alle presidenziali. E’ presentabilissimo, sarebbe forse anche maggioritario nel suo schieramento. “Vi parlo da sinistra, ma mi rivolgo ben oltre la sinistra”, dice. Ma ha un problema simile a quello di Elly Schlein: deve guardarsi dal fuoco amico. Non nasce dall’apparato socialista ma da un raggruppamento, un foro di intellettuali di sinistra nato nel 2018 e chiamato “Place publique”. Non è un politico tradizionale. Gli danno del “petit prince”, piccolo principe. I pezzi da novanta del Partito socialista, l’ex presidente François Hollande, l’ex candidata Ségolène Royal (trent’anni di vita di coppia e quattro figli con Hollande), accarezzano l’idea di candidarsi loro. La Royal, ora ultrasettantenne, si fa forte del 47 per cento ottenuto vent’anni fa al secondo turno delle elezioni che la contrapponevano a Nicolas Sarkozy. Come se in America Hillary Clinton si ricandidasse ora ricordando che nel 2016 aveva perso sì contro Trump, ma prendendo tre milioni più voti di lui. C’è chi dice il segretario del partito, Olivier Faure, stia facendo pure lui un pensierino sulla candidatura. In polemica con Glucksmann, caldeggiava un sostegno a Mélenchon (come in Italia, nel Pd, Goffredo Bettini caldeggia apertamente la candidatura del 5 stelle Giuseppe Conte rispetto a quella di Schlein). Tutto pur di mettere i bastoni tra le ruote di Glucksmann. Certo non perché pensino di poter davvero arrivare all’Eliseo. Le probabilità che ce la facciano ad arrivare al secondo turno sono pressoché nulle. Di vincere non hanno proprio voglia. Non ci pensano nemmeno. E’ l’unica spiegazione logica.
Non esiste l’unanimità in politica. Esiste la capacità di dar vita a insiemi elettorali, sociali, di ideologie. Costruire un “blocco storico” è complicato
Negli Stati Uniti il sistema è molto diverso. Che alle primarie i candidati dello stesso partito se le diano di santa ragione non ha mai impedito che alla fine facessero blocco a sostegno del vincitore. Le primarie non sono un duello senza fine, finiscono in abbracci. Non necessariamente spontanei, spesso contrattati in cambio di cooptazione nel carro vincente. Nessuno si sognerebbe di dire ai suoi di non votare più per il partito perché alle primarie ha vinto un rivale. Che stato per stato, collegio per collegio, ci siano orientamenti diversi, e anche molto diversi, tra i democratici che prevalgono nelle primarie non è un punto di debolezza, ma di forza. Permette di allargare la platea. Al contrario, per i repubblicani puntare tutto su una sola razza di cavalli nelle imminenti elezioni di midterm di martedì 3 novembre, potrebbe rivelarsi invece controproducente. Far ruotare tutto attorno alla figura di Trump, potrebbe rivelarsi addirittura fatale. Avere solo candidati fedelissimi al presidente, nessun dissenziente, non fa mai bene. Il dissenso arricchisce. L’unanimità impoverisce. Di unanimità muoiono i partiti unici e gli imperi. Così successe al Pcus e all’impero sovietico. Potrebbe alla fine rivelarsi letale anche per l’impero putiniano. Anche se lì non ci sono patemi per il risultato delle elezioni. Il patema è per la successione.
Non esiste l’unanimità in politica. Esiste la capacità o meno di mettere insieme constituencies, insiemi elettorali, insiemi sociali, insiemi di interessi, di sensibilità, di ideologie. La costruzione di un “blocco storico”, di un blocco politico, di un blocco di consenso maggioritario è sempre qualcosa di molto complesso. Esige che si mettano insieme molte componenti, molte correnti. C’è un gran disquisire sul fatto che in diverse primarie democratiche siano prevalsi a sorpresa candidati di sinistra, addirittura socialisti. Non è una zavorra, è un atout, i democratici per vincere hanno bisogno di tutte le possibili componenti del blocco, non gli bastano i “centristi”, quel che lì chiamano “il mainstream”, la corrente principale. Servono tutti i rivoli possibili. Trump aveva quagliato una sorta di coalizione che andava dai ricchissimi all’americano “dimenticato”, a quelli cui prometteva meno tasse, agli operai senza più fabbriche, ad ampi settori di ceto medio, ma anche alla popolazione ispanica e nera. Il collante era il “Make America Great Again”, il farla pagare il resto del mondo, a cominciare dall’Europa e dagli altri alleati. Ed era l’avversione all’establishment democratico, al prepotere della burocrazia e alle élites in generale. Oltre che a una percepita, strombazzatissima invasione di migranti. A rendere il mix irresistibile fu la gran voglia di un presidente dinamico, che sa quel che vuole, che parla come mangia il popolo, che gliela facesse vedere al mondo intero.
Trump ha un gradimento sotto il 30 per cento. Provocare gli elettori è rischioso, la tentazione di farla pagare al potente di turno è irresistibile
Ma tutto sta a indicare che quel “blocco”, quella “coalizione”, si stia sfaldando. Tiene lo zoccolo duro Maga. Ma si erode il resto. I sondaggi sono inesorabili. Per la prima volta da molto vanno tutti nella stessa direzione. Il tasso di approvazione è sceso al di sotto del 33 per cento. L’ultimo Biden, massacrato dall’inflazione, visibilmente non più in forze, era al 41 per cento. Obama. Bush, Clinton alla vigilia dei midterm del loro primo mandato avevano rispettivamente tassi di approvazione del 45, 68, 43 per cento. Trump perde consensi tra gli ispanici, che avevano contribuito a farlo vincere nel 2024 (un vero e proprio crollo di popolarità, dal 39 al 24 per cento). Perde consensi tra gli elettori “indipendenti”, che non si registrano né come repubblicani, né come democratici (dal 42 per cento di un anno e mezzo fa al 23 per cento, un calo di ben 19 punti percentuali). Perde consensi in quasi tutte le classi di età. Peggio, molto peggio, perde consensi nel suo elettorato, quello repubblicano. Perde consensi negli Stati in bilico, persino in quelli saldamente conservatori. Perde consensi sull’aumento dei prezzi, sul pasticcio dazi, sulla guerra all’Iran, sulle promesse mancate. Non li perde però – o li perde molto meno – sull’immigrazione, o sul fare il duro con gli alleati.
Tutti i sondaggi prevedono ultimamente una batosta a novembre per i repubblicani. Potrebbero perdere la maggioranza alla Camera, che si rinnova interamente, e anche al Senato, che si rinnova per un terzo. Non gli è bastato truccare le carte, cambiare le regole del gioco, modificare col redistricting i confini dei collegi elettorali. Non è passata al vaglio della Corte suprema l’abolizione del voto per posta. Non ha funzionato che Trump abbia evocato il pericolo “del comunismo” (il comunismo in America, non quello cinese, men che meno la minaccia del dispotismo russo) almeno una volta al giorno nei discorsi, nelle interviste e nei suoi post. Ridicole le vittorie proclamate nella guerra all’Iran. Imbarazzante che, vantando il Canada come cinquantunesimo stato americano, l’abbia spinto nelle braccia dell’Ue. Difficile possa cavarsela, rovesciare i pronostici promettendo mari e monti, e 5000 dollari per elettore se vincono la disaffezione che li terrebbe lontani dalle urne. L’effetto del “compattiamoci perché siamo in guerra” è minimo.
L’handicap della controparte democratica è che al momento non hanno leader. O hanno troppi che ambiscono a diventarlo, il che è praticamente la stessa cosa. Hanno già governato e non è piaciuto come l’hanno fatto. Certe antipatie diffuse nell’opinione pubblica diventano croniche. Anche laddove, come nel sistema americano, tertium non datur, è obbligato scegliere tra repubblicani e democratici. Oltre al fatto, decisivo, che non si intravvede ancora il mix, la coalizione informale, il “blocco” che dir si voglia (esito a usare la formula che in Gramsci è assai complessa, oltre che di tutt’altra epoca rispetto alla nostra), alternativo a quello che ha portato Trump alla Casa Bianca. Può non essere sufficiente che uno degli schieramenti faccia di tutto per perdere. E’ indispensabile anche che l’altro abbia davvero voglia di vincere.Trump ha un gradimento sotto il 30 per cento. Provocare gli elettori è rischioso, la tentazione di farla pagare al potente di turno è irresistibile