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Terroristi, il termine proibito. Così il male diventa un effetto collaterale della storia
Dalle televisioni ai giornali, i media li ripuliscono con l’eufemismo. Il risultato è una storia riscritta al contrario. Non più l’azione che produce la tragedia, ma la tragedia che produce, retroattivamente, una causa nobile
21 SET 26

(Foto Getty)
"Che cosa è successo, dunque?”, si chiede sul settimanale Le Point il romanziere algerino vincitore di un Goncourt, Kamel Daoud. “Una tragedia: un colpo del destino, disincarnato, astratto, senza colpevoli”. E’ così che il sindaco di New York Zohran Mamdani ha parlato dell’11 settembre. “Lo descrive non come un attentato, ma come una ‘tragedia’, un ‘giorno buio’, una ferita della città, una prova superata dall’eroismo e dalla resilienza” prosegue Daoud. “Ma l’11 settembre non è un terremoto o un’inondazione: è un attentato di massa rivendicato da al Qaida. Come quando il 7 ottobre è ricodificato, all’inverso di questo processo retorico, in un gesto ‘decoloniale’. Alla fine, se i musulmani non sono tutti islamisti, tutti gli islamisti non sono terroristi e i terroristi islamisti non sono più davvero islamisti. Il male cessa di essere nominato”. Il male diventa un effetto collaterale della storia, come la variazione naturale della mortalità.
Nel film “September 5”, dedicato alla diretta tv che seguì il sequestro e l’uccisione degli atleti israeliani a Monaco nel 1972, la squadra della Abc dibatte se definire “terroristi” i sequestratori palestinesi. È trascorso più di mezzo secolo e, dopo centinaia di stragi e ondate di terrore, siamo tornati a chiamarli con un altro nome. A venticinque anni dall’11 settembre, una direttiva interna della Canadian Broadcasting Corporation destinata ai giornalisti della televisione pubblica canadese ha invitato a non definire gli attacchi del 2001 come “attentati terroristici”. Il documento è firmato da Basem Boshra, direttore degli standard giornalistici alla Cbc: “Non fate riferimento all’11 settembre come ad attacchi terroristici”. Il testo suggerisce di affermare che “i dirottamenti portarono allo schianto di aerei passeggeri”. Il linguaggio non più come strumento di conoscenza, ma come detergente: si versa sulle parole e le macchie scompaiono.
“I dirottatori diventano membri di Hamas in missione di decolonizzazione aerea. L’11/9 è relegato al rango di un fatto di cronaca” (Kamel Daoud)
E’ vero che con gratitudine quasi commossa molti spiriti occidentali disorientati accolsero subito la tesi della scrittrice indiana Arundhati Roy, secondo cui Osama Bin Laden era il “gemello brutale” di Wall Street, “fatto dalla costola di un mondo devastato dalla politica estera americana”. Ora questo è il titolo con cui l’Onu ha ricordato gli attentati alle Torri gemelle: “Anniversario dell’11 settembre: un quarto di secolo di lotta globale al terrorismo ha messo a rischio i diritti umani”.
“Se fossi un alieno atterrato sulla terra questa mattina e leggessi i titoli principali sulla pagina web del New York Times, penseresti immediatamente che l’11 settembre sia stato un attacco contro i musulmani” ha scritto il columnist conservatore Ben Shapiro in un post su X che ha totalizzato mezzo milione di visualizzazioni. Ma anche il conduttore liberal Bill Maher su Hbo ha detto: “C’è stata una guerra al terrorismo e l’abbiamo vinta. Eppure molte cose sono cambiate dall’11 settembre. Per esempio, all’epoca eravamo contro i terroristi. Ora molte testate non vogliono nemmeno che si pronunci la parola con la ‘t’. E allora come dovremmo chiamarli? Passeggeri indisciplinati?”.
L’organizzazione Poynter Institute, dopo che l’Fbi ha definito “atto di terrorismo” un attacco a New Orleans costato la vita a dieci persone, ha riassunto i diversi approcci all’uso di questo termine. L’Associated Press stabilisce ad esempio che “l’Ap evita di etichettare qualcuno come ‘terrorista’, preferendo citare funzionari competenti delle forze dell’ordine o altre autorità attendibili. Descriviamo le azioni specifiche di cui riferiamo e ciò che sappiamo sui moventi degli autori”. Anche la Bbc è stata criticata per la sua copertura dell’11 settembre per essersi concentrata sull’“islamofobia” anziché sul terrorismo. In un servizio intitolato “Cosa stiamo ancora imparando dall’11 settembre”, l’espressione “attacco terroristico” appare una sola volta: meglio “attacchi contro gli Stati Uniti”. In un podcast dedicato all’11 settembre, il conduttore della Bbc ha descritto gli eventi come se stesse raccontando una tragedia accidentale: “Quasi tremila persone persero la vita quando alcuni aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center e il Pentagono. Un quarto aereo precipitò in Pennsylvania”. Una fonte di Westminster ha detto che è stato “come iniziare le commemorazioni dello sbarco in Normandia ricordando le sofferenze dei nazisti”. Catherine Leng, ex giornalista della tv pubblica inglese, ha scritto: “Le parole che ho sentito alla Bbc: islamofobia, sproporzionato, comunità musulmane. Le parole che non ho sentito: terroristi islamisti”.
“Molte cose sono cambiate dall’11/9. Prima eravamo contro i terroristi. Ora i media non vogliono che si pronunci la parola ‘t’” (Bill Maher)
La grammatica si piega ormai come un’etichetta che si stacca dal barattolo: il contenuto resta, il nome è sostituito con uno più adatto alle vetrine occidentali. E se almeno per l’11 settembre c’è voluto un quarto di secolo per arrivare a questi ridicoli eufemismi, per il 7 ottobre e Israele è bastato un quarto d’ora. “Gli israeliani continuano a considerarsi in gran parte le vittime del 7 ottobre”, ha appena scritto il New York Times, costretto poi a cancellare la frase.
Nei servizi della Bbc su Hezbollah, i terroristi sono una “milizia”. La Bbc predilige termini meno “carichi emotivamente”, come “gunmen” e “militants”. D’altronde per l’Onu il 7 ottobre andava inserito in un “contesto”. E il contesto è più largo del coltello. Il contesto spiega, il contesto attenua, il contesto assolve.
La stessa Bbc che ha accettato di trasmettere un documentario sul massacro di 364 giovani israeliani al Festival Nova, lo ha fatto a patto che i terroristi di Hamas non fossero chiamati “terroristi”. Vada per “militanti”. Neanche fossero dei militanti per i diritti degli animali.
Un po’ come il New York Times e il Monde hanno definito Yahya Sinwar “militant leader”. “Chi era Sinwar, il leader di Hamas della linea dura ucciso dalle truppe israeliane?”, si è chiesto il Globe and Mail. Una corrente di partito? D’altronde, il necrologio di Amin al Husseini pubblicato sul New York Times nel 1974 descriveva il muftì collaborazionista nazista come un “gentiluomo musulmano di bell’aspetto e dai modi pacati”, dotato di “occhi azzurri acuti e spesso sorridenti”.
Il giorno della strage a Charlie Hebdo, attraverso il responsabile del servizio arabo dell’emittente britannica Tarik Kafala, la Bbc aveva stabilito che i terroristi non si devono più chiamare “terroristi”. “Qui cerchiamo di evitare di dipingere chicchessia come un terrorista o un’azione come in sé terroristica”, ha dichiarato Kafala. “Ciò che cerchiamo di fare è dire che ‘due uomini hanno ucciso dodici persone nell’attacco alla redazione di una rivista satirica’. Questo basta”. Non proprio.
Tom Fletcher, Sottosegretario per gli Affari umanitari dell’Onu: “Solo per chiarire che Hamas non è nella lista dei gruppi designati come organizzazioni terroristiche dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo non rende i loro atti di terrore del 7 ottobre meno orribili e riprovevoli”. In qualsiasi resoconto sulle stragi di cristiani in Africa si parla di “scontri tra contadini e pastori”, “banditismo” e “pressioni climatiche”.
Le ong non sono da meno. Jean-Claude Samouiller, presidente di Amnesty France, dice che non se la sente di usare il termine “terrorista” per riferirsi ad Hamas, preferendo “gruppo armato palestinese”. “Perché il termine terrorista non è riconosciuto dal diritto internazionale”. Benjamin Griveaux, portavoce del governo francese dal 2017 al 2019, ha reagito su X ai commenti del capo di Amnesty: “Samouiller sta annegando in un linguaggio nauseante”.
Il risultato è una storia riscritta al contrario. Non più l’azione che produce la tragedia, ma la tragedia che produce, retroattivamente, una causa nobile. E così Marwan Barghouti, l’organizzatore della Seconda intifada condannato a cinque ergastoli, ora è per tutti “il Mandela palestinese”. Ismail Haniyeh, il capo di Hamas, sulla Repubblica diventa il “professore di letteratura leader politico di Hamas”. Per la Reuters, “Haniyeh era il volto più moderato di Hamas”. Il 7 ottobre moderato. In seguito alle critiche, Reuters ha modificato il titolo in: “Chi era Haniyeh e perché il suo assassinio è un duro colpo per Hamas”. Anche il Monde lo ha descritto come “un moderato all’interno del movimento palestinese”. Il giornalista Frédéric Haziza si è chiesto “in quale mondo immondo viva il Monde”, sottolineando che Haniyeh era la “mente del pogrom del 7 ottobre”. “Quel così ‘moderato’ Haniyeh dichiarava alla televisione libanese: ‘Abbiamo bisogno del sangue delle donne, dei bambini e degli anziani di Gaza per risvegliare in noi lo spirito di determinazione e di resistenza’”.
Quando Israele ha ucciso Hassan Nasrallah, il Guardian lo ha chiamato “studioso islamico qualificato, oratore efficace e organizzatore competente”. Quasi un funzionario di al Azhar. Nell’articolo dell’Ap si dovevano superare dodici paragrafi prima di leggere la parola “terrorista” accanto a Nasrallah. Per l’Associated Press, Nasrallah era “un oratore focoso visto come un estremista”. Percepito, un po’ come il genere sessuale.
Sul capo dell’Isis sembrano le comiche: “austero leader religioso”, “insegnante di recitazione”, “giovane calciatore promettente”
Il Washington Post ha parlato del capo dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, come di un “austero studioso religioso”. Il giornale fu travolto dalle polemiche e dovette cambiare il titolo in “leader estremista”, che per uno che aveva quattro moglie e quattro schiave e aveva organizzato il genocidio degli yazidi e la schiavitù sessuale faceva comunque troppo ridere. Il Times ha messo in risalto le doti sportive e l’impegno nello studio di al Baghdadi, descrivendolo come un “giovane calciatore promettente e studioso del Corano”. Bloomberg ha raccontato la storia di un “insegnante di recitazione coranica”. D’altronde, Avvenire su Mohammed Deif, il capo militare di Hamas, ha parlato della sua “passione per la recitazione teatrale”. Il Washington Post, non sazio, un anno dopo ha definito Qasem Soleimani il “leader militare più venerato” dell’Iran. Effettivamente Soleimani, in qualità di comandante della Forza Quds, era venerato come responsabile delle attività terroristiche (compresa l’uccisione di centinaia di soldati americani in Iraq).
Un male che non si nomina non scompare: si insedia, con eleganza, nel vocabolario di chi pretende di essere la parte migliore dell’umanità. Dopo la strage al Bataclan, la Francia decise che anche “Stato islamico” non andava usato. “Crea confusione tra islam, musulmani e islamisti”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Laurent Fabius. Meglio “Daesh”, il termine dispregiativo usato dai nemici dell’Isis. Quanto ai talebani, che per Giuseppe Conte “si sono dimostrati distensivi”, restano pur sempre molto “inclusivi”.
Un’inchiesta del New York Post la settimana scorsa raccontava come negli Stati Uniti l’11 settembre sia stato manipolato. “Teaching Beyond September 11th”, un piano adottato da diverse scuole degli Stati Uniti, “è una radicale rivisitazione dell’11 settembre che non si riferisce agli estremisti islamici come terroristi” ma come semplici dirottatori. Il corso concentra le lezioni su “islamofobia” e “razzismo sui musulmani”. Secondo il Post, la propaganda sull’11 settembre è dilagante. C’è, per esempio, chi insegna che “l’11 settembre è servito come catalizzatore per portare a una discriminazione più plateale” e chi arriva ad accusare gli Stati Uniti di “islamofobia di stato”.
Conclude Daoud: “Non erano più islamisti in missione suicida con i loro versetti, ma musulmani in modalità rimostranze. Non era più un dirottamento omicida, ma una riparazione di un’ingiustizia. Poi, in un dirottamento dei dirottamenti aerei, arrivò il palestinismo, teoria del caos totale: si può distruggere tutto, l’America merita tutte le punizioni per le sue posizioni proebraiche e antimusulmane. I dirottatori dell’11 settembre diventavano membri di Hamas, in missione di decolonizzazione per via aerea. L’11 settembre è ora cancellato, relegato al rango di un fatto di cronaca”.
Peggio. Di questo passo gli attentati dell’11 settembre saranno ricordati come fece il più noto degli intellettuali tedeschi, il sulfureo Peter Sloterdijk, che alla Welt am Sonntag disse che erano “dei problemi ai grattacieli” che fanno parte dei “fatti minori” della storia. “Due o tremila morti in un giorno rientrano nella variazione naturale”.
E poi loro mica fanno la “Naza” come quei terroristi di stato di israeliani.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
