“Chiamiamolo col suo nome: terrorismo islamista”

Il tedesco Ahmad Mansour: “La tolleranza che non nomina il nemico della tolleranza, alla fine protegge solo lui”

17 AGO 26
Immagine di “Chiamiamolo col suo nome: terrorismo islamista”

Foto Getty

"Basta. Basta con le frasi fatte. Basta con i commenti vuoti, che dopo ogni atto dispiegano lo stesso vocabolario e non nominano nulla. Chiamiamolo per nome: è l’islamismo”. Così scrive su X Ahmad Mansour, esperto tedesco di islamismo, dopo l’attentato al Pride di Berlino. “Non ‘radicalizzazione’ nel vuoto pneumatico, non ‘violenza’ senza mittente, non ‘un singolo autore confuso’. E’ un’ideologia con un nome, con un elenco di nemici e con una visione del mondo chiusa, che santifica l’uccisione. Questa lista di nemici è lunga: ebrei, cristiani, musulmani liberali, atei, gay, persone queer — chiunque celebri la vita, invece di sottometterla a un precetto.
Da tre anni siamo immersi in un’onda di radicalizzazione, e il conflitto in medio oriente agisce come il suo catalizzatore: fornisce l’emozione, attraverso la quale si manipola, si mobilita e si recluta, per strada, online e nelle moschee. Per questo non devono essere solo i perpetratori al centro dell’attenzione, ma i mandanti e le mandanti, che in nome della tolleranza agiscono indisturbati e conquistano persone per la morte. E dobbiamo essere onesti sul perché questo stia accadendo proprio qui: gli islamisti si sentono a loro agio in Europa, anche in Germania. Disprezzano il nostro ordine e al tempo stesso sfruttano ogni libertà che offre loro, per diffondere la loro ideologia. Si appellano alla libertà religiosa, per minare esattamente quella società che garantisce loro questa libertà. Deve finire.
La libertà religiosa protegge la fede — non è uno scudo per un’ideologia politica che diffonde il suo veleno nel nome di Dio. Non è un caso che il terrorista si scagli contro una festa queer. E’ il simbolo di quell’ordine che l’islamista odia di più. Ma questa società ha fatto dell’evitare lo sguardo un metodo. Si contestualizza, si relativizza. La tolleranza che non nomina il nemico della tolleranza, alla fine protegge solo lui. La libertà non muore per il terrore. Muore per il nostro silenzio dopo. I pericoli dell’islamismo sono multidimensionali. Oltre alle organizzazioni terroristiche, che continuano a tentare di compiere attentati in Europa, abbiamo altri due attori, il regime degli ayatollah e Hamas, che con il terrore e operazioni coperte cercano di destabilizzare le nostre società. A ciò si aggiungono i ‘lupi solitari’: persone che seguono un’ideologia, ma non appartengono ad alcuna organizzazione e agiscono da sole. Sono loro a segnare la statistica degli ultimi due anni – Arras, Bruxelles, Parigi, Mannheim, Solingen, Monaco, Villach, Mulhouse, Groninga, Bielefeld, Winterthur e ora Berlino. Solo dal 2024, l’ufficio per la protezione della Costituzione conta sei attentati in Germania motivati dall’islamismo. Questa serie non è un accumulo di coincidenze. E’ un disegno. Dietro tutto ciò ci sono i precursori. Non impugnano coltelli, ma affilano le menti. Forniscono la visione del mondo da cui nasce l’atto violento. E di solito restano impuniti – nel nome della tolleranza. Per questo la lotta all’islamismo deve agire su tutti i livelli e prevedere una strategia specifica per ciascun livello. Chi vede solo il colpevole ha già perso la battaglia prima ancora che inizi”.