Protocollo “11 settembre”. La liturgia di un occidente che non sa dire altro che “è colpa nostra”

Quando i fatti sono troppo osceni devono sparire. Poi l’approdo inevitabile: se lo sono fatto da soli. Chissà come racconteranno il 7 ottobre
11 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:07
Immagine di Protocollo “11 settembre”. La liturgia di un occidente che non sa dire altro che “è colpa nostra”

Foto ANSA

C’è un’immagine dell’11 settembre che non se n’è più andata dalla memoria – e non è quella del secondo aereo, del grattacielo che si sbriciola in diretta, delle persone che volano giù tra ipnotiche piroette, immortalate poi da Don DeLillo in “Falling Man”. E’ invece quella dei palestinesi che ballavano per strada, distribuivano dolci, sparavano in aria, strombazzavano il clacson come dopo una finale dei Mondiali. Immagini che forse non hanno nulla di eccezionale, per carità, ma che a me avrebbero anche impedito poi di provare grande empatia e trasporto per la loro causa. Venticinque anni dopo, quell’immagine non è un dettaglio ma un manuale di istruzioni. Perché l’11 settembre ci ha consegnato il protocollo delle nostre reazioni – quella liturgia fissa con cui l’occidente processa ogni scontro di civiltà (spoiler: è sempre colpa nostra).
Rivisto oggi l’11 settembre è lo specchio del 7 ottobre. Come dimenticare, del resto, anche qui le scene di giubilo, i brindisi, la malcelata soddisfazione davanti al crollo delle Torri del nostro amico anticapitalista (tutti ne abbiamo almeno uno). Ecco la vendetta a lungo covata, anche come sogno sfrenato e inconfessabile. C’era allora e c’è stata dopo il 7 ottobre la festa per il meritato castigo – oggi subito in perfetta sincronia coi cortei nelle città occidentali, centri sociali, collettivi, scambiando un pogrom che avrebbe reso invidiosi i nazisti con un’insurrezione di popolo. Poi l’empatia-comprensione degli editoriali. Quel “sì, però” – sì, però il contesto; sì, però l’occupazione; sì, però tutta quella rabbia doveva pur esplodere. Nel 2001 l’America pagava la sua hybris imperiale, oggi Israele paga la colpa di esistere come “stato coloniale”. Stesso sillogismo, non c’è neanche da discutere. Poi, passato lo choc, si alzava il tiro: non è successo, o non è successo così – come con gli stupri del 7 ottobre, con Francesca Albanese al posto del documentario di Giulietto Chiesa.
Quando i fatti sono troppo osceni devono sparire. Poi l’approdo inevitabile: se lo sono fatto da soli. L’inside job, la demolizione controllata, il Mossad, il falso in bandiera, “hai visto che non c’erano ebrei nelle Torri? Li avevano avvisati tutti”. Ventidue anni dopo, a una settimana dal 7 ottobre sentivo già il primo “è chiaro dai… se lo sono fatto da soli”. Tutto già visto, protocollato con l’11 settembre. Anche manualizzato. Ecco un testo scolastico francese pubblicato nel 2019 dalla casa editrice Ellipses, un manuale di storia pensato per preparare l’ingresso a Sciences Po. “Questo evento mondiale”, si legge, “probabilmente orchestrato dalla Cia (servizi segreti) per imporre la propria influenza in medio oriente? – tocca i simboli del potere americano sul suo territorio”. Col punto interrogativo, per sollecitare il “pensiero critico”. Chissà come racconteranno il 7 ottobre. Ma tra le mie preferite c’è la catarsi artistica. L’intellettuale occidentale ha sempre un debole per certe cose: l’estetizzazione del massacro. Stockhausen definì l’11 settembre la più grande opera d’arte immaginabile nell’intero cosmo, ein kosmisches Kunstwerk. Come chi oggi vede nei deltaplani che calano sul Nova Festival la “poesia della resistenza”, un popolo che si ribella andando a massacrare dei ragazzi che ballano nel deserto. Un happening – “viva Hamas” urlato sotto il Parlamento, come l’altro ieri da noi. I miei studenti, nel 2001, non erano nati. Le Torri sono per loro un reperto tra i sumeri e il Muro di Berlino. Ma il protocollo lo maneggiano benissimo, ogni volta che aprono un social, senza sapere da dove venga. E’ l’unica cosa dell’11 settembre che non ha più bisogno di memoria per sopravvivere. La sua vera eredità.