Il giorno in cui a Manhattan la storia è cambiata per sempre

L’11 settembre venticinque anni dopo, l’orrore spiegato alla Gen Z. Partire dagli anni 80 per ricomporre le tessere, tutte già sul tavolo
7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:20
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Oggi si stima che i morti per malattie sviluppate respirando per mesi l’aria di Ground Zero abbiano superato le vittime del giorno stesso (foto Jose Jimenez/Getty)

Novecento metri separano la piazza Foley Square dal World Trade Center, nella punta sud di Manhattan. In mezzo c’è City Hall con il suo grande parco, il municipio dove oggi siede il sindaco Zohran Mamdani. Da Foley Square e City Hall partono le rampe per salire sul ponte di Brooklyn, ma anche le stradine della vecchia New York che portano a Wall Street, il cuore dell’economia mondiale. E’ qui, in meno di un chilometro, che venticinque anni fa è stato completamente reinventato il Ventunesimo secolo che era appena nato. E’ in questo pezzetto di Manhattan che è stata scritta la storia del mondo in cui viviamo oggi.
A un quarto di secolo dall’attacco all’America dell’11 settembre 2001, se volessimo raccontare a un venticinquenne quello che è successo quel giorno non dovremmo partire dalle Torri Gemelle o dal Pentagono, colpiti dagli aerei dirottati. Quello è l’epilogo. Bisogna partire da Foley Square e dalla sua Corte federale, il luogo dove tra gennaio e luglio del 2001 era già stato scritto il trailer del film dell’orrore dell’11/9. Ma nessuno l’aveva capito. Nell’aula 318 del vecchio tribunale federale per sette mesi si era svolto il processo “Stati Uniti contro Osama bin Laden” ed era stata ricostruita tutta la storia di un’organizzazione, Al Qaeda, che da anni minacciava – inascoltata – un attacco all’America.
Tra gennaio e luglio del 2001 nell’aula 318 del tribunale federale di Foley Square si era svolto il processo “Stati Uniti contro Osama bin Laden”
L’11 settembre di venticinque anni fa ho attraversato a piedi buona parte di una Manhattan deserta, paralizzata e impaurita come mai lo era stata nella sua storia, sono entrato in Foley Square e sono passato davanti alla Corte federale dove per mesi, come corrispondente dell’Ansa, avevo assistito a varie udienze del processo. Ma non ho degnato il tribunale neppure di un’occhiata: come tutti, in quei momenti di caos, non ho colto il legame. Ho proseguito verso City Hall per affacciarmi sulle rovine del World Trade Center, poche ore dopo il crollo della seconda torre. Già a Foley Square si camminava su uno spesso tappeto di polvere che dava alle caviglie e più avanti saliva fin quasi alle ginocchia. Polvere mista a milioni di fogli di carta che poco prima erano negli schedari e sulle scrivanie degli uffici, lassù sulle torri che non esistevano più. Contratti, documenti finanziari, mail riservate stampate su carta, tutto sparso in strada e fin sul ponte di Brooklyn. Il cielo, in una giornata serena, assomigliava a quello di un’eclisse di sole. Si vagava senza mascherine, con un fazzoletto sulla bocca, in una nube maleodorante che bruciava gli occhi e seccava la gola. Una nube fatta di cemento, arredi, vernici e moquette fusi, particelle di computer bruciati, sostanze chimiche. E molecole di 2.753 persone disintegrate che poche ore prima erano nelle Torri o sui due aerei che le avevano prese di mira. Oggi si stima che i morti per malattie sviluppate respirando per mesi l’aria di Ground Zero abbiano superato le vittime del giorno stesso: solo per i tumori i decessi accertati sono oltre 3.700, e continuano a salire.
Un inferno in quel momento difficile da capire. Ma un quarto di secolo dopo, nonostante i soliti avvelenatori di pozzi cerchino ancora di sollevare dubbi sull’attacco all’America, la storia è chiara. Era già stata descritta a grandi linee a meno di un chilometro dalle Torri Gemelle, nel processo contro il latitante bin Laden per gli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (224 morti). Una trama che è stata poi approfondita dalle indagini dell’Fbi di Robert Mueller (che si era insediato come direttore solo il 4 settembre), dalla Commissione d’inchiesta sull’11 settembre, da miriadi di inchieste giornalistiche e da alcuni libri decisivi, primi tra tutti quelli di Peter Bergen, Steve Coll e Lawrence Wright. E oggi, se si vuole raccontare quel giorno alla Generazione Z, a chi è nato nel 2001, bisogna ripartire dagli anni Ottanta del secolo scorso. E dall’Afghanistan.
La storia dell’11 settembre 2001 comincia quando i carri armati sovietici entrano a Kabul nel dicembre 1979 per puntellare un regime comunista che vacilla. Mosca conta su un’operazione lampo. Sarà il suo Vietnam: dieci anni di guerra che contribuiranno a far crollare l’Unione sovietica. A dissanguare l’Armata rossa sono i mujaheddin, i combattenti islamici afghani, armati e finanziati in segreto da Washington. L’operazione è nota come Cyclone, un nome ripetuto ovunque, che la Cia però non ha mai confermato e che gli storici più seri non usano. Comincia con l’amministrazione di Jimmy Carter, esplode con quella di Ronald Reagan: a fine anni Ottanta gli Stati Uniti versano circa 600 milioni di dollari l’anno, cifra raddoppiata dai sauditi. Ma i soldi e le armi non finiscono direttamente in mano agli afghani. Passano attraverso i servizi segreti pachistani, l’Isi, che decidono a chi consegnarli.
Il simbolo della svolta è un’arma: lo Stinger, un missile terra-aria da spalla. Dal 1986 gli americani ne mandano a centinaia. Fino a quel momento i temuti elicotteri sovietici Mi-24 dominano i cieli e falciano i guerriglieri. Con lo Stinger un ragazzo appostato su una roccia abbatte velivoli da milioni di dollari. E’ uno dei fattori che spingono Mosca alla ritirata, completata nel 1989. Si potrebbe sostenere che lo Stinger contribuisce a far cadere quell’anno anche il Muro di Berlino. C’è un film di Hollywood che aiuta a capire l’insolito ruolo degli Usa nell’Afghanistan degli anni Ottanta. Si chiama “La guerra di Charlie Wilson”, con Tom Hanks nei panni del deputato texano che convinse il Congresso a finanziare la guerra segreta e Julia Roberts in quelli della ricca texana che lo trascinò nella causa afghana. Una storia vera, per quanto sia difficile da credere.
E’ leggenda nera invece la teoria secondo cui in quegli anni fu la Cia a creare bin Laden. Una falsa storia dura a morire, come altre conspiracy theories che circondano l’11/9. I dollari andavano ai mujaheddin afghani, non ai volontari arabi accorsi da tutto il mondo islamico a combattere gli infedeli sovietici. Bin Laden era uno di questi, giovane rampollo di una ricchissima famiglia saudita del mattone. Lui e gli “arabi afghani” si pagavano da soli, con i capitali del Golfo e i soldi di famiglia. Nessun documento prova un contatto diretto tra Langley e bin Laden, che ha sempre negato di aver preso un solo dollaro.
Il simbolo della svolta in Afghanistan è il missile Stinger. Dall’86 gli americani ne mandano a centinaia. Ma è falso che la Cia abbia creato bin Laden
Vero è però che la guerra antisovietica crea l’ambiente in cui i jihadisti mettono radici: i campi di addestramento, la rete internazionale dei combattenti, l’ideologia inebriante di una jihad che aveva piegato una superpotenza. Nel 1988, mentre i russi preparano le valigie, bin Laden fonda la sua organizzazione e la chiama “la base”, in arabo Al Qaeda. L’America non ha fabbricato il mostro, ma ha preparato il terreno su cui crebbe.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta succedono due fatti che oggi andrebbero ricordati all’Amministrazione Trump, perché restano di grande attualità. Il primo è la perdita di interesse degli americani per l’Afghanistan. Sconfitti i sovietici, Washington dimentica completamente gli afghani, interrompendo i finanziamenti e perdendo di vista quello che avviene a Kabul e dintorni, inclusa la crescita del movimento dei talebani guidati dal mullah Omar. Un classico della politica estera americana degli ultimi decenni: operazioni speciali, interventi militari, e poi ci si dimentica di aiutare a ricostruire, come l’America faceva invece ai tempi del Piano Marshall.
Il secondo fatto da ricordare riguarda il Golfo, la stessa parte di mondo dove oggi si è impantanato Donald Trump. Nell’agosto 1990 Saddam Hussein invade il Kuwait. Bin Laden, reduce dall’Afghanistan, si presenta dal re Fahd in Arabia Saudita e si offre: lasciate difendere il regno ai miei veterani, non chiamate gli americani. Riad sceglie gli americani. Mezzo milione di soldati statunitensi sbarca in Arabia e da lì, nel 1991, muove la prima guerra del Golfo contro l’Iraq. Per bin Laden è il tradimento originario: truppe infedeli sulla terra che custodisce Mecca e Medina, invitate dalla stessa dinastia dei Saud. Il suo odio si volge insieme contro l’America e contro la monarchia saudita. Viene espulso, ripara in Sudan, gli revocano la cittadinanza. Anche la prima guerra del Golfo, come l’invasione dell’Afghanistan, diventa così una premessa per l’11 settembre.
Nella prima guerra del Golfo, bin Laden va da re Fahd in Arabia Saudita: lasciate difendere il regno ai miei veterani. Riad sceglie gli americani
Gli anni Novanta sono un crescendo di allarmi. Febbraio 1993: un camion-bomba esplode nei sotterranei del World Trade Center, sei morti, il piano era far rovinare una torre sull’altra. 1996: bin Laden dichiara guerra all’America. 1998: firma con il suo vice, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, la fatwa contro “ebrei e crociati”. Il 7 agosto di quell’anno, otto anni esatti dallo sbarco delle truppe in Arabia Saudita, saltano in aria le ambasciate in Kenya e Tanzania: 224 morti. Ottobre 2000: un gommone imbottito di esplosivo si accosta al cacciatorpediniere Uss Cole nel porto di Aden, in Yemen, e uccide 17 marinai.
Il presidente Bill Clinton qualcosa prova a farlo. Dopo le ambasciate ordina un lancio di missili nell’agosto 1998 contro le basi di Al Qaeda e nel dicembre di quell’anno arriva a un passo dal chiudere la partita. L’intelligence colloca bin Laden nella residenza del governatore di Kandahar, le navi con i Tomahawk sono in posizione, dal campo un ufficiale della Cia chiede di colpire subito perché un’altra occasione forse non ci sarà. I vertici si riuniscono d’urgenza e dicono di no. Il conto dei civili che morirebbero, tra i duecento e i trecento, e la vicinanza di una moschea pesano più della testa di bin Laden. Non è un caso isolato. Tra la fine del 1998 e l’estate del 1999, secondo la Commissione d’inchiesta sull’11/9, ci sono state almeno quattro occasioni per ucciderlo o catturarlo, tutte lasciate cadere.
Tra la fine del ’98 e l’estate del ’99, ci sarebbero state almeno quattro occasioni per uccidere o catturare bin Laden. Cosa ha frenato Clinton?
Cosa ha frenato Clinton? Lui rivendica di aver rinunciato per non uccidere donne e bambini e non diventare come il nemico. La Commissione gli darà ragione, ma resta l’ombra di una scelta legata allo scandalo sessuale con cui era alle prese per la relazione con l’ex stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky. Il clima avvelenato del momento può aver frenato Clinton, per evitare di essere accusato di inventarsi una guerra per distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo.
Sempre negli anni Novanta, comincia a circolare tra i jihadisti l’idea di trasformare gli aerei di linea in missili. Nel 1995, a Manila, la polizia filippina sventa per caso un piano per far esplodere in volo una dozzina di aerei americani sul Pacifico e scagliarne uno contro un palazzo. Dietro quel progetto c’è quello che diverrà l’ideatore dell’11 settembre: Khalid Sheikh Mohammed, ingegnere formatosi negli Stati Uniti, zio di quel Ramzi Yousef che nel 1993 aveva piazzato la prima bomba sotto le Torri. Intorno al 1996 è lui a portare a bin Laden il progetto degli aerei suicidi. Il capo di Al Qaeda lo approva e ci mette gli uomini che faranno da kamikaze.
Nell’estate del 2001 il nemico è già dentro. Nei mesi precedenti diciannove giovani, quindici dei quali sauditi, sono entrati negli Stati Uniti con visti regolari. Vivono alla luce del sole, affittano appartamenti, aprono conti in banca. Quattro di loro prendono lezioni in scuole di volo tra la Florida e l’Arizona: qualche istruttore li trova strani, ma nessuno li segnala alle autorità. Qualche allarme, in realtà, c’è e resta inascoltato. A luglio un agente dell’Fbi di Phoenix scrive che uomini legati a bin Laden potrebbero addestrarsi al pilotaggio nelle scuole americane, e chiede una verifica. Il memo finisce in un cassetto. Il 16 agosto, in Minnesota, viene fermato Zacarias Moussaoui, un francese di origine marocchina che ha pagato in contanti per esercitarsi su un simulatore di Boeing 747 senza saper pilotare. Gli agenti locali fiutano il terrorista e chiedono di aprire il suo computer portatile. La sede centrale dell’Fbi rifiuta. Uno di loro mette a verbale il timore che quel tale voglia scagliare un aereo contro le Torri Gemelle. Nessuno unisce quel nome al memo di Phoenix, né alla notizia, ferma alla Cia, che due qaedisti sono già nel paese. Il 6 agosto era arrivato sulla scrivania del neopresidente George W. Bush un rapporto dal titolo inequivocabile: “Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti”. Le tessere sono tutte sul tavolo. Nessuno le compone. L’America è distratta, è reduce dalla sbornia della New Economy, si concentra sulle sfide della globalizzazione. Bin Laden, i talebani e i loro fanatismi sono lontani, in Afghanistan, fuori dal radar e dalle preoccupazioni di Washington.
Tra i pochi che si occupano di loro ci sono la procuratrice federale Mary Jo White e il suo vice Patrick Fitzgerald, che nell’aula a Foley Square per molti mesi, nella prima metà del 2001, fanno sfilare testimoni che raccontano struttura, finanze e ideologia di Al Qaeda e disegnano il profilo del suo capo, Osama bin Laden, al momento ancora poco conosciuto in America. In quegli stessi mesi, i terroristi già entrati negli Stati Uniti si mimetizzano con l’ambiente, approfittano delle libertà del paese che vogliono colpire, studiano i voli, si addestrano e si preparano. E alla fine, un martedì mattina di splendido sole, salgono su quattro aerei, armati soltanto di taglierini e in poco più di un’ora sorprendono un’America ingenua e distratta e cambiano la storia del Ventunesimo secolo.
Il simbolo della svolta in Afghanistan è il missile Stinger. Dall’86 gli americani ne mandano a centinaia. Ma è falso che la Cia abbia creato bin Laden