Il caso Diciotti non si può risolvere per via giudiziaria

Massimo Bordin

Sabato questa rubrica, sulla vicenda della nave Diciotti, proponeva tre temi, per così dire, in successione. Il primo riguardava il reato, molto recentemente inserito nel codice, di “sequestro di persona a scopo di coazione” che descrive perfettamente il caso dei profughi eritrei per come lo ha raccontato Salvini nei suoi proclami. Resta però l’aspetto tecnico della difficoltà di applicare il reato di sequestro di persona a un respingimento in mare. Infine si metteva in guardia dal solo pensare che un problema politico potesse essere risolto per via giudiziaria. Questo si era scritto sabato e sul secondo punto nei giorni successivi sono venuti fuori i precedenti. Duole dirlo ma ha ragione Marco Travaglio quando cita due denunce nei confronti di Maroni, ministro dell’Interno nel governo Berlusconi 2008, entrambe per sequestro di persona a danno di naufraghi respinti. Tutte e due, una era presentata da quattro deputati radicali, vennero archiviate. Non sono sentenze di Cassazione e, in un caso, il ricorso alla Corte europea dei diritti strappò comunque qualche risultato, ma le archiviazioni mostrano come sia azzardata l’iniziativa del procuratore di Agrigento che sembra caduto non tanto nella trappola dei proclami autoaccusatori di Salvini quanto forse nella tentazione di ridare vitalità alla scuola siciliana dei magistrati “partigiani della Costituzione”. Qui, infine, ci si deve scusare con altri magistrati siciliani per una confusione, nella rubrica di mercoledì scorso, assolutamente involontaria ma non meno grave, fra la Procura di Palermo, che nulla c’entra con l’inchiesta Montante, e quella di Caltanissetta, effettiva artefice della indagine.

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