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Mille ricordi e nessuna vittoria: il ciclismo secondo Simone Stortoni

Sarebbe bastato poco al corridore marchigiano per conquistare una corsa, ma tant'è: "Alle bici non si può non volere tutto il bene del mondo"

30 Maggio 2019 alle 11:11

Mille ricordi e nessuna vittoria: il ciclismo secondo Simone Stortoni

Simone Stortoni durante la Seconda Tappa Tirreno Adriatico 2003

Ci sono i velocisti e gli scalatori, i passisti e i discesisti, soprattutto i vincenti e gli immacolati, quelli che che non si sono mai macchiati di vittorie tra i professionisti. Marco Pastonesi lungo il percorso del Giro d'Italia 2019 ha raccolto le loro testimonianze, le loro voci, i loro ricordi.

Nelle puntate precedenti: Lello Ferrara – Giorgio Cecchinel – Daniele Righi – Mauro Da Dalto – Gilberto Vendemiati

 


 

Sette anni di professionismo: quattro Giri, un Tour e una Vuelta, classiche e circuiti, campionati italiani, dall’Argentina al Giappone, dalla Spagna all’Australia. Simone Stortoni ha collezionato mille ricordi, ma nessuna vittoria. Eppure sarebbe bastato poco, pochissimo, quasi niente, un colpo di pedale, un colpo di fortuna, un colpo di mano, un colpo di scena, anche solo un colpetto. Invece…

 

Giro d’Italia 2010, ottava tappa, la Chianciano Terme-Terminillo, 189 km: “Una giornata brutta, una fuga bella. Dentro, fra gli altri, Chris Froome, Rigoberto Uran, Thomas Voeckler e… io. Il gruppo non molla. Il vantaggio scende da 3’ fino a 1’20” ai piedi della salita finale. Non c’è armonia, scatti e controscatti, gestisco bene le forze, a 5-6 km dall’arrivo attacco e li stacco tutti. Non mi pare vero: è il mio grande sogno, la mia grandissima occasione. Continuo con il mio passo, da solo, deciso, leggero, felice. Finché ai meno 2 rientra il danese Chris Soerensen. Ci rimango male: mi sembrava di avere fatto il botto, e invece mi ritrovo questo qui. Ingenuamente, gli do qualche cambio. E quando lui si accorge che calo un po’, mi attacca. Lo rivedrò soltanto al traguardo. Secondo”.

 

Giro d’Italia 2010, undicesima tappa, la Lucera-L’Aquila, 262 km: “Una giornata infame, pioggia dalla mattina alla sera, dal primo all’ultimo km, freddo, vento, nebbia. Ho 39,8° di febbre. Navigo nell’ultimo gruppetto, quello dei velocisti. Intirizzito e finito, non ho neppure la forza di prendere le barrette dalle tasche, devo andare all’ammiraglia per farmi imboccare. Arriviamo fuori tempo massimo per tre o quattro minuti, io centosessantasettesimo, ma siamo così tanti che, considerate anche le condizioni di calamità naturale, siamo riammessi alla corsa. E io voglio continuare, perché il giorno dopo si arriva a Porto Recanati, e lì ad aspettarmi ci sono familiari, amici, conoscenti, gente che non si faceva sentire da 10 anni e che si era rifatta viva dopo il secondo posto al Terminillo. Alla partenza ho 37,8°, all’arrivo – novantanovesimo - 37,5°, il giorno dopo sono sfebbrato. La bici guarisce da tutto. Tant’è che nella diciassettesima tappa, la Brunico-Pejo Terme, 173 km, mi piazzo sesto”.

 

Ancora. Gran premio di Camaiore 2011: “Scolliniamo in tre. Ce la giochiamo in volata. Lo sprint non è il mio forte. Primo Taborre, secondo io”. Ancora. Settimana lombarda 2011: “Secondo nella prima tappa e secondo nella classifica finale. Ma chi ti ha battuto?, mi domandano, quasi con scherno. Un francese, un giovane, uno sconosciuto, un certo Thibaut Pinot. Che ne avrebbe fatta di strada”. Ancora. Tour de France 2012, sedicesima tappa, la Pau-Bagnères de Luchon, 197 km, pirenaica. Ventotto corridori in fuga dopo 20 km: Voeckler, Izaguirre, Vinokourov e… io. Dopo 53 km: l’Aubisque. Dopo 120: il Tourmalet. Dopo 150: l’Aspin. Dopo 181: il Peyresourde. Primo Voeckler, secondo Chris Soerensen, io ottavo. Mezzo morto”.

 

Quel Chris Soerensen. Giro d’Italia 2010, quello del Terminillo: “Una fuga buona, con Vinokourov, Valverde, Rui Costa e… io. Su un gran premio della montagna il tempo cambia, dall’estate all’inverno, da 30° a 10°, dal sole alla nebbia. In cima uno spettatore mi allunga un giornale. Lo metto tra la canottiera e la maglia, ma s’incastra, m’impiccia, allora lo prendo e lo butto via. Io penultimo, dietro di me Soerensen. Diciamo la verità: con la coda dell’occhio, e dell’orecchio, in quell’inferno di cristalli, sento che Soerensen cade. Quando veniamo ripresi, chiedo a Paulinho, compagno di squadra di Soerensen, che cosa gli sia successo. Mi spiega che un giornale gli è finito addosso ed entrato in una ruota, lui ha messo la mano per toglierlo e il resto si può immaginare. In quel momento ci raggiunge proprio Soerensen, ferito, insanguinato e con due dita legate con uno scotch nero. Diciamo la verità: mi sono voltato dall’altra parte e ho fatto finta di niente. Senonché la mattina dopo Andrea Appiani, l’addetto stampa della Lampre, mi dice che mi cerca la Tv danese. Vado. E in diretta mi accusano di aver fatto cadere Soerensen per vendicarmi della sconfitta al Terminillo. Appiani traduce in inglese e io mi difendo, mi batto, mi spiego, e alla fine ottengo l’assoluzione. Soerensen, con un tendine spezzato e le dita steccate, prosegue il Giro e alla fine conquista il premio come il corridore più combattivo. Diciamo la verità: per merito mio”.

 

Stortoni non ha rimpianti: “Ho corso da quando avevo sei anni fino a quando ne avevo trenta. Ed è solo negli ultimi sette che non ho vinto”. Stortoni non ha nostalgie: “Il Giro d’Italia lo guardo in tv, per me è stato un meraviglioso capitolo della mia vita”. Stortoni non ha misteri: “Ho un negozio di bici, a Jesi. Le curo, le guarisco, le resuscito, le conforto, le incoraggio. Diciamo la verità: alle bici non si può non volere tutto il bene del mondo”.

Marco Pastonesi

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